“È follia, è follia”
e il pianto apre
una finestra sul cielo,
mentre mamma Helen
e papà Vincenzo
alzano il tricolore,
e tu, Sara, sei un lampo
che ha imparato a chiamarsi luce,
un siluro d’acqua che attraversa
il cuore del tempo.
Ventisei secondi e sessantatré:
il mondo trattiene il respiro,
il vecchio record si sbriciola
come vetro sotto una stella,
e la piscina diventa un mare
che pronuncia il tuo nome.
La gara più serrata però,
non è contro il cronometro
ma contro te stessa.
È vincere un centimetro
della persona che eri ieri,
è spostare più avanti
il confine del possibile,
è nuotare dentro la paura
finché diventa corrente favorevole.
E tu lo sai, arriverà un giorno
in cui si spegnerà un po’
il rumore delle vittorie,
il rumore della popolarità,
tu già lo sai, nonostante
i tuoi 19 anni, sai che arriverà.
Ed è per questo che ci parli
con il cuore, è lì che conservi
l’onore più grande,
quello che quando il sogno
gioca timido e distante,
parla parla a te stessa e si racconta
gli stratagemmi che impieghi
per tenerti aggrappata a tutti i sogni.
Dalla piscina fredda di Savigliano
al cielo di un record,
hai fatto dei brividi radici,
delle difficoltà ali.
Hai lasciato liberi i tuoi capelli
come una bandiera al vento,
e il tuo sorriso luminoso spalanca centomila denti al sole.
Non sono soltanto medaglie
quelle che la vita ti mette al collo,
sono lune, promesse,
specchi del viaggio compiuto.
Sai chi sei, ed è per questo
che la stessa vita ti sta
mettendo al collo
tutte queste medaglie:
non per dirti chi sei,
ma per ricordarti che lo sai già.
E domani, quando il silenzio tornerà sull’acqua, vincerai ancora:
te stessa.
