Nato a Milano il 3 luglio 1935, Osvaldo Bagnoli è una delle figure più rappresentative del calcio degli anni ’80, uno dei decenni d’oro dello sport italiano. Spesso lo si ricorda per il miracolo vissuto in quella stagione di ormai più di quarant’anni fa, ma Osvaldo Bagnoli è stato molto più di questo: da calciatore fu un’ottima mezzala dotata di un grande tiro dalla distanza che gli ha permesso di segnare diversi gol, con più di 100 presenze in Serie A e più di 200 in Serie B, da allenatore: un campionato di Serie C2 vinto con il Fano, due promozioni in Serie A tra Cesena ed Hellas Verona (con i gialloblu anche campione della serie cadetta) e in Serie A tre quarti posti e un secondo, oltre allo storico scudetto dell’Hellas.
Cresciuto nelle giovanili di Ausonia 1931 e Milan, è proprio con i rossoneri che nel 1956, senza aver nemmeno compiuto 21 anni, fa il suo esordio in Serie A. In due anni con i rossoneri giocò solo 18 volte ma potè crescere al fianco di giocatori leggendari come Juan Schiaffino e Niels Liedholm. La sua carriera proseguì lontana da Milano, con le maglie di Hellas Verona (98 gare e 31 reti tra Serie B e Serie A), Udinese (37 gare e cinque reti), Catanzaro (102 gare e 22 reti), SPAL (98 gare e 11 reti), chiudendo con il Verbania (142 gare e nove reti) nel 1973. Mentre era un giocatore del Verbania provò le prime esperienze in panchina, diventando vice allenatore nella stagione 69/70 di Franco Pedroni, suo ex-compagno al Milan.
La prima vera avventura da allenatore arrivò dopo il ritiro, nella stagione 73-74, alla guida della Solbiatese in Serie C, esperienza che terminò, tuttavia, con il suo esonero a marzo. La sua carriera da allenatore sembrava destinata ad essere vissuta nelle serie minori del calcio italiano: dopo un’esperienza semestrale con il Como in Serie A, terminata con la retrocessione in cadetteria, tra il 1975 e il 1979 allenò sempre tra Serie B e Serie C2, riuscendo comunque a salvarsi sempre e a vincere il campionato di C2 con il Fano nella stagione 78-79. Nel 1979 arrivò la chiamata dal Cesena, appena separatosi da Giancarlo Cadè che era passato al Palermo. Bagnoli riuscì a portare il Cesena in Serie A in sole due stagioni: un quarto posto e un terzo posto che nella 80-81 voleva dire promozione. Ma il tecnico milanese non salì in A, decise di rimanere in Serie B, per lui c’ era una nuova esperienza molto allettante: l’Hellas Verona. Ne era stato giocatore negli anni ’60 e lo ritrovò alla sua seconda stagione in Serie B, dopo il decennio degli anni ’70 passato quasi interamente nella massima serie. Il suo primo Verona aveva già in rosa alcuni ottimi giocatori per affrontare il campionato cadetto: in porta c’era Claudio Garella, ex Lazio e Sampdoria che con l’Hellas vinse lo scudetto prima di trasferirsi al Napoli di Maradona, in difesa Roberto Tricella, ex-Inter e futuro giocatore della Juventus, tra i centrocampisti l’ex-Inter Adriano Fedele e il futuro allenatore Francesco Guidolin, mentre in attacco si trovò a poter schierare una coppia da 27 gol in stagione: Mauro Gibellini e Domenico Penzo. Il risultato arrivò subito: il Verona chiuse il campionato al primo posto e si guadagnò la Serie A e la Coppa Mitropa.
A quel punto Osvaldo Bagnoli era pronto per il campionato di Serie A e la dirigenza veneta lo confermò sulla panchina, dandogli una fiducia che venne pienamente ripagata: alla prima stagione al ritorno in A Bagnoli guidò la propria squadra al quarto posto in campionato, portandola così in Coppa Uefa. Il vero miracolo però arrivò due anni dopo: nel 1984-1985 il Verona trionfò per la prima ed ultima volta nella sua storia, in un campionato leggendario.
La rosa era costruita non con grandi nomi internazionali, come era solito per una Serie A in cui giocavano Michel Platini, Michael Laudrup, Trevor Francis e Diego Armando Maradona, ma con giocatori di talento, esperienza e, soprattutto, con la voglia di lottare fino alla fine per raggiungere un obiettivo che all’inizio di una stagione non era nemmeno in discussione, poi si trasformò in un sogno e alla fine divenne realtà: in porta c’era ancora Claudio Garella, da sempre con Bagnoli, la difesa era composta dal solito Roberto Tricella e dall’esperienza di Domenico Volpati e Silvano Fontolan, a centrocampo il Verona schierava Luciano Bruni, Antonio Di Gennaro, altro fedelissimo di Bagnoli, ma soprattutto Luciano Marangon, che era andato vicino alla convocazione ai mondiali di Spagna ’82, l’ex-Juventus già campione d’Italia Pierino Fanna e il nazionale tedesco dell’ovest Hans-Peter Briegel. L’attacco è diventato leggenda amarcord nel calcio degli anni’80: Giuseppe “Nanu” Galderisi, un altro ex-Juventus lasciato andare dai bianconeri troppo presto, e il danese Preben Elkjaer Larsen, autore di 98 reti in sei anni al Lokeren in Belgio (una media di 16 reti a stagione). La squadra dello “Schopenhauer della Bovisa”, una delle dediche più belle della carriera del leggendario Gianni Brera rivolta proprio a Osvaldo Bagnoli, si dimostrò una squadra solidissima, capace di segnare tante reti e di subirne pochissime che chiuse il girone d’andata quasi da imbattuto, riuscendo a battere anche Napoli, Juventus e Lazio e fermando sul pareggio Inter, Milan e Roma, La sola sconfitta fu all’ultima giornata contro l’Avellino. Alla fine della stagione le sconfitte di quel Verona saranno solo due e il trionfo in campionato sarà costruito proprio dalla genialità di Bagnoli che riuscì a far funzionare al meglio tutti quei giocatori, portando Briegel ed Elkjaer Larsen vicini alla doppia cifra, centrata invece da Nanu Galderisi. Purtroppo il Verona non riuscì a riconfermarsi e nelle successive cinque stagioni andò oltre il decimo posto solo in un’occasione, concludendo la sua avventura veronese con la retrocessione.
Dopo Verona la carriera da allenatore di Bagnoli vide anche un grande quarto posto con il Genoa con cui, in Coppa Uefa, riuscì ad arrivare fino in semifinale battendo anche il Liverpool con un sonoro 4-1 tra andata e ritorno, ed espugnò il leggendario Anfield Road, impresa che a una squadra italiana non era mai riuscita nella storia. Dopo un secondo posto con l’Inter e un esonero causato dal mancato feeling con i big dello spogliatoio nerazzurro, nel febbraio del 1994 si concluse la sua carriera nel mondo del calcio. Il grande campione però non è stato l’Osvaldo Bagnoli calciatore, né tantomeno l’Osvaldo Bagnoli allenatore ma l’Osvaldo Bagnoli uomo.
Nato e cresciuto nel quartiere milanese della Bovisa fu, da sempre, a contatto con il mondo operaio che ha forgiato il suo carattere: schivo, di poche parole, realista con alle volte un pizzico di pessimismo, quello di chi sa che la vita è dura e che ogni centimetro va masticato per essere guadagnato, che portò Gianni Brera a ribattezzarlo Schopenhauer, soprannome per il quale Bagnoli, coerente con lo stile di vita umile che lo ha contraddistinto, si disse sempre non all’altezza. Il mondo operaio, Bagnoli non lo dimenticò mai, nemmeno quando arrivarono la Serie A e il successo. Quando i giornalisti gli facevano domande sulle fatiche dei propri giocatori lui rispondeva sempre: “La vera fatica e i veri sacrifici sono quelli che fanno gli operai svegliandosi alle cinque del mattino per andare in fabbrica”. Uno degli aneddoti più particolari riguardo alla figura di Bagnoli arriva dal periodo dopo il suo ritiro dal calcio, quando lui aveva preso la decisione di godersi la pensione lontano dai riflettori: invitato ad una cena di gala in un hotel di lusso, davanti ad un piatto di aragosta, con tutta l’umiltà e la serietà del mondo, chiese a un cameriere se fosse possibile cambiarglielo con un uovo al tegamino.
La figura di Osvaldo Bagnoli si può riassumere in quest’espressione: Osvaldo Bagnoli è nato artigiano, e artigiano è rimasto anche mentre maneggiava l’oro.
