In occasione della quinta edizione del Chianti Natural Festival che si è tenuto domenica 28 giugno presso il centro culturale CasaMatta, a Gaiole in Chianti, Diari Toscani incontra l’artista CAINO.

CAINO, un nome d’arte: qual è la ragione di questa scelta?
Una risposta diretta: viviamo in un periodo storico in cui quelli che si professano buoni lasciano morire persone in mare, bombardano civili, limitano le libertà delle minoranze… ebbene, in questo mondo alla rovescia, ribaltato, la domanda che dovremmo porci è: chi dice chi è il cattivo?
Quando ti ho chiesto il nome anagrafico hai preferito non dirmelo, perché?
Perché penso che non abbia importanza. Ha senso sapere la vera identità di Banksy? Non che mi voglia paragonare a lui: lui è inarrivabile e io lo reputo il miglior artista contemporaneo. Eppure c’è chi ha speso tempo e molto denaro per scoprirlo. È ciò che produce l’artista la cosa importante, il messaggio che le sue opere portano, non la sua identità.
CAINO, la premessa che hai fatto mi porta a chiederti cosa vuoi comunicare attraverso l’arte?
L’arte non può prescindere dal messaggio. L’arte è forma e contenuto, per forma mi riferisco alla bellezza; l’arte deve essere bella però deve avere un contenuto, un messaggio, nel mio caso spero arrivi alle persone.

A questo proposito, tu usi un termine per definirti: artivista…
Sì, artista e attivista, è un neologismo che ultimamente viene usato abbastanza frequentemente. Prima ho detto che l’arte deve essere bellezza, ma non può essere solo questo, deve emozionare e dirci qualcosa, altrimenti è solo un vezzo dell’artista.
Deve quindi rispecchiare anche il momento storico?
Esatto. L’arte, da sempre, parla del tempo in cui vive. Caravaggio nel ‘600, giusto per citarne uno, e poi i grandi fotografi del ‘900, per esempio Robert Capa con le sue fotografie della seconda guerra mondiale. Tutti i grandissimi artisti raccontavano il loro tempo attraverso il linguaggio dell’arte. Io parlo del mondo di adesso, quindi di guerre, di fame, persone oppresse, migranti. Gli ultimi, quelli di cui nessuno vuol parlare.

Perché è necessario parlarne?
Perché sono persone inermi, non hanno nessuna ‘forza’, nessuno pensa a loro. Oggi viviamo nell’epoca dell’individualismo, tutti chini sul proprio telefono a pensare solo a se stessi. C’è un’opera che non è esposta in questa mostra a CasaMatta che ho titolato “Beati gli ignorati”, è una foto che ho fatto a Lisbona in cui c’è un giovane che dorme per terra e poi ci sono delle persone girate dalla parte opposta. Non vedere è più comodo.
‘Se non vedo, non so’: potrebbe essere questa la sintesi di quanto stai dicendo?
Esattamente, se non vedo non esiste. In definitiva tutti noi usiamo il telefonino, anche lì possiamo vedere, ma puoi scrollare, passare oltre, non c’è neanche bisogno di girare la testa, basta un dito.
Da quanto tempo ‘respiri’ nel mondo dell’arte?
Ho sempre disegnato, fin da piccolo, per diletto, poi dopo il Covid mi sono avvicinato alla fotografia, prima lavoravo nel mondo della moda.
Un passaggio che dice tanto: qual è stato il momento di rottura con quel mondo per approdare in quello attuale?
Non è importante raccontare perché ho deciso di chiudere con quel mondo, è stata comunque un’esigenza, o forse, per essere più precisi, una consapevolezza, che si è presentata prepotentemente e quindi ho ripreso con la fotografia, vincendo alcuni premi e anche dei contest in America.

E poi è arrivato il momento clou nel 2024. Cos’è successo?
È stato un flash. A Roma scattai una foto durante una manifestazione in cui, per protesta, alcuni giovanissimi attivisti lanciavano della vernice rosso sangue sulla scalinata di Trinità di Monti. Quando riguardai quelle foto una di queste mi colpì particolarmente. Dopo aver ragionato sul perché questi ragazzi adottassero questo tipo di protesta, agendo in modo estremo, ho avuto un’idea: strappare le icone per dare, con un nuovo linguaggio, un nuovo messaggio.

Il tuo linguaggio artistico da dove arriva?
Le mie opere sono, tecnicamente, dei décollage. Il décollage lo inventò Mimmo Rotella negli anni ’70 e consisteva nello strappare dei manifesti pubblicitari, che trovava andando in giro, per poi riassemblarli, ricomporli, creando così nuove espressioni artistiche. Ho ripreso questa tecnica con l’intento di fare un décollage mirato, lo strappo consente di far vedere un dualismo fra l’opera classica e la foto contemporanea.

La scelta della foto in bianco e nero ha sicuramente un significato, quale?
L’opera classica è colorata, suscita meraviglia, è bella. La foto in bianco e nero, come hai giustamente osservato, ha un significato. Nel bianco e nero non c’è la “distrazione” del colore, solo luci ed ombre, rappresenta lo strappo che c’è nel mondo.
Solitamente quando pensiamo all’arte pensiamo a qualcosa di bello, che ci allieti lo spirito, che faccia godere la vista. Osservando le tue opere la domanda che mi sono posta è: quale sia per te l’equilibrio fra arte e bellezza…
Non ho una risposta precisa in quanto, secondo me, non esiste una regola. Per me è un’esigenza quindi ho come un flash, so ciò che faccio, quando lo faccio, e quando chiudo l’opera è abbastanza ‘bella’, ma anche abbastanza ‘brutta’, senza appesantire troppo, nel senso che solitamente la foto è un terzo dell’opera, e comunque non va mai oltre il cinquanta per cento e quest’equilibrio mi viene spontaneo.

Arriva un momento in cui gli artisti sentono l’esigenza di cambiare direzione, o l’obiettivo da raggiungere, oppure cambiano ‘il punto di vista’. Se tu oggi decidessi di dare una svolta al tuo linguaggio artistico, fermo restando che la tua arte sia il mezzo con il quale dare messaggi, su cosa ‘giocheresti’?
Non lo so, forse perché ancora non ho questa esigenza, per adesso desidero andare avanti con le idee che ho. Sono nel flusso creativo da due anni e sto pensando anche ad altri progetti, per esempio Crime Magazine: le cover del TIME ibridate con delle foto contemporanee, la firma comunque è sempre lo strappo. È una cosa più politica che porto avanti parallelamente, ovviamente quando ho un’idea.
Come arriva l’idea?
Come una cometa.
E quando arriva la ‘cometa’ cosa fai?
Se sono fuori casa e non ho gli strumenti, me la segno sul telefono e poi, appena arrivo in studio, inizio a lavorarci. Se ho in corso altri lavori lascio tutto e faccio partire il flusso.
Che relazione hai con il tempo, quando stai creando?
Ho una relazione particolare, e una grande considerazione di questo. Credo fermamente che il tempo, e non il denaro come il mondo cerca di inculcarci, sia la “moneta di scambio” della vita. Il tempo non lo puoi comprare, finisce. Non lo puoi reintegrare, quello che è passato è passato. Il tempo è tutto, e sono dell’idea che dovremmo riappropriarcene come dimensione fisica.
Ovvero?
Se lo rincorriamo non lo prendiamo, ma se ci fermiamo comincia ad avere un peso, una densità. Puoi sentirlo. Questo l’ho ‘scoperto’ in un viaggio in India che ho fatto nel 2025 e là ho percepito il tempo in una dimensione fisica diversa. Ha una dimensione che ti rimane fra le mani, non ti sfugge.
Visto che parliamo di tempo: il tuo futuro di artista?
In divenire. Ho svariati progetti da delineare e dei quali parlerò, appunto… in futuro.
Chi volesse trovarti come può farlo?
Non amo molto i social, però ho capito che anch’esso, come tutti gli strumenti, dipende da come li utilizzi. Quindi chi fosse interessato può trovarmi su Instagram: iosonocaino. E il sito è www.iosonocaino.com
