“E in effetti si narra che Cerere le messi e Libero la bevanda prodotta col succo della vite abbian fatto conoscere ai mortali; eppure la vita avrebbe potuto durare senza queste cose, come è fama che alcune genti vivano tuttora. Ma vivere bene non si poteva senza mente pura: quindi a maggior ragione ci appare un Dio questi per opera del quale anche ora, diffuse tra le grandi nazioni, le dolci consolazioni della vita placano gli animi.” Questa frase di Tito Lucrezio Caro, il più epicureo dei filosofi romani, racconta più di ogni altra cosa l’importanza del vino a Roma nei secoli. Oggi il vino viene percepito come quello servito nelle osterie, quello cantato dalla voce roca di Gabriella Ferri nella Società dei Magnaccioni. Nell’immaginario delle osterie romane, quel mondo colorato delle caraffe che vengono definite secondo la capienza: il Quartino, ossia il quarto di litro, la Fojetta, il mezzo litro, il Tubbo, il litro intero ed esagerando, il Barzillai, quei due litri che promettevano canzoni e barzellette. Eppure i vini tipici romani hanno una lunga storia, il Cecubo che oggi si chiama Abbuoto, un vitigno a bacca nera, che fu cantato da Orazio. Poi l’Albano, il Tuscolano e il Veliterno, un vino dal profumo intenso di amarene e prugne. Plinio era appassionato del Bellone, che chiamava “uva pantastica”, un vitigno a bacca bianca, che oggi viene chiamato anche Cacchione, viene spesso mescolato con il Trebbiano e la Malvasia, per renderlo più dolce al palato. La zona dei Castelli Romani, con i suoi colli e saliscendi, è un territorio adatto per le coltivazioni di vitigni che producono grandi vini. Da Frascati vengono il Frascati Superiore e il Cannellino, un vino bianco delicato e morbido, narrato da Marco Porzio Catone, bevanda ideale per accompagnare antipasti e piatti di pesce. Una lunga storia alle spalle la può raccontare anche il Bianco Capena un vino DOC, che gli antichi romani chiamavano Feronia, dal nome della Ninfa alla quale veniva offerto nelle cerimonie religiose. Nella zona del Cesanese, viene prodotto il Cesanese di Olevano Romano DOC e quello di Affile DOC, un vino rosso dall’aroma delicato e morbido. Tornando alla storia del vino nei secoli, dopo la caduta dell’Impero romano, il testimone passò ai monaci e poi ai papi del Rinascimento, molto interessati alle cospicue entrate che erano assicurate dalle tasse sul vino. Proprio alla corte pontificia lavorò il primo sommelier della storia, Sante Lancerio, che era il bottigliere di Paolo III Farnese, il Papa che scrisse una guida per selezionare i migliori vini. Un altro papa, Sisto V, rese obbligatorio nel 1588, l’utilizzo dei contenitori di vetro per il vino, in sostituzione di quelli in terracotta e metallo, al fine di evitare frodi da parte degli osti, che nei secoli non hanno mai avuto una buona nomea. Una piccola curiosità, sui recipienti era incisa una riga per misurarne il contenuto che veniva chiamata “capello”. Quando il cliente si lamentava del poco contenuto, l’oste rispondeva: “E stai a guardà er capello”, un modo di dire che si usa ancora oggi per invitare a non perdere tempo in questioni di poca importanza. “Ex vite, vita” questa locuzione latina rappresenta l’importanza del vino e quanto gli antichi romani ne avessero compreso il valore, anche economico dovuto al commercio del prezioso nettare. Aveva anche una valenza culturale e di conquista di diritti, come nel caso di Livia, la moglie di Augusto che approfittò della decadenza del divieto di consumare vino da parte delle donne e ne fu deliziata, tanto da sostenere di vivere a lungo grazie al vino, poi arrivò il cristianesimo e le donne tornarono a non poter bere vino, almeno in pubblico. Plutarco sosteneva che ciò che era racchiuso nel cuore dell’uomo sobrio, veniva svelato nell’uomo ubriaco, insomma il detto latino “in vino veritas”. I romani solevano aggiungere al vino, miele e frutti e far invecchiare quello migliore nelle soffitte. Ad Ostia Antica è ancora visibile un thermopolium di età adrianea, un antesignano dei moderni fast food, dove gli antichi romani assaporavano cibi accompagnati dal prezioso vino. Roma e il vino hanno una lunga storia insieme e tanta strada ancora da fare, gustando il vino pregiato e quello servito nelle osterie come viene fatto da secoli, tavoli e sedie testimoni della passione e il piacere dei romani per quella bevanda che cambia restando sempre se stessa. Quindi come cantava Gabriella Ferri: “Portace n’antro litro, che noi ce lo bevemo.”
“Vinum bonum laetificat cor hominis” (Il buon vino allieta il cuore dell’uomo)
