In occasione di Horta, la festa della biodiversità che si è tenuta il 14 giugno a L’Avamposto di Badia a Coltibuono, Diari Toscani incontra il fotografo Mario Lanini per parlare della sua mostra ‘Intrecci’, un focus sulla vita dei pastori e sulla pastorizia.
Sono curiosa di sapere cosa significhi per te raccontare…
Raccontare con la fotografia significa che un fotografo deve scegliere gli scatti, quindi prediligere alcuni ad altri. Chiaramente, come tutti coloro che ‘raccontano’, come per esempio gli scrittori, ho una mia visione di quello che voglio dire.
L’arte in genere nasce dal desiderio di trasmettere e la fiamma che accende il suo processo di realizzazione è l’emozione. Come si racconta questo sentimento attraverso l’obiettivo?
Io credo di aver imparato molto grazie alla fotografia di teatro.
Ovvero?
Io mi occupo di fotografia di reportage e fotografia di teatro. Una mia mentore della fotografia di teatro mi ha sempre detto che per essere capaci di raccontare uno spettacolo in pochi scatti è fondamentale trasmettere un’emozione, e per fare ciò occorre fare una scelta, questo significa che gli scatti scelti saranno i più funzionali, ma non necessariamente i più belli.
Mario, perciò, non sempre il bello è funzionale?
Esatto.
Come effettui la scelta?
Stampo le foto in formato piccolo, le appoggio sul tavolo e le dispongo una accanto all’altra finché realizzo che alcune, più di altre, dialogano fra di loro con una continuità, con un senso logico.

Le foto che ci sono qui ad Horta, fanno parte di un mostra intitolata ‘Intrecci’, per quale motivo questo nome?
Perché è il filo conduttore dell’intero lavoro. Intrecci tra uomo e animale, tra paesaggio e la tradizione, sono le linee che traccia il gregge lungo le montagne. Sono le mani e le dita dei pastori che lavorano il latte, dalla mungitura alla filatura, anche se la mungitura oggi viene fatta meccanicamente.

Questa mostra ha già iniziato il suo cammino espositivo?
Una sola volta, a San Giovanni Valdarno.
Quindi oggi a Horta abbiamo l’onore di averti ospite per la seconda esposizione!
L’onore è mio, anche perché è contestualizzata all’argomento: pastorizia, pastori e transumanza, in questo spazio verde.
Mario, tu hai osservato e ritratto la trasformazione dalla mungitura alla filatura, che sensazione è scaturita da questa esperienza?
Non avevo mai assistito a questa lavorazione e sono rimasto affascinato

Da cosa principalmente?
Dai ragazzi e dal rapporto che hanno con il loro lavoro che è complesso, faticoso e impegnativo. Uno di questi ragazzi, quello che è nella foto, originario del Pakistan, mi ha detto che non cambierebbe il suo lavoro per niente al mondo.
Cosa ti è rimasto ‘dentro’ di questa esperienza?
La voglia di viaggiare, andare a vedere e capire perché, nonostante la mia età, ho ancora tanto da capire!
Quindi il motore è la curiosità?
Indubbiamente, se non ci fosse non potrei fare quello che faccio.

Oggi siamo qui per un’iniziativa promossa dall’associazione Radici in Chianti, ‘radici’ che vanno ad abbracciare tante realtà. Quale connessione possiamo fare fra le radici e il gregge, le radici e la pastorizia?
A livello di fisicità il territorio, dove c’è terra gli intrecci sono presenti, quindi ‘radici’. Lo stesso vale per la pastorizia, in quanto sono ‘radici’ sul territorio che fanno parte della storia dell’uomo e del suo rapporto con gli animali. Anche il passaggio del gregge lascia un segno che si intreccia al suolo e al paesaggio.
Hai citato la storia dell’uomo, quanto è importante la memoria del nostro passato?
La memoria è fondamentale, se perdiamo questa, perdiamo noi stessi, perdiamo, appunto, la nostra storia.
Si può trasmettere la passione di un lavoro come la pastorizia a un ragazzo che vive in città?
Mi riallaccio all’evento che abbiamo fatto a San Giovanni Valdarno, sebbene la mostra sia intitolata ‘Intrecci’, l’evento si chiamava ‘Pastorizia, un mestiere per giovani’, una persona leggendo il titolo fece un’osservazione: “Il titolo mi piace, però ci avrei messo un punto interrogativo: pastorizia, un mestiere per giovani?” e quindi mi rifaccio a quello che dicevamo poco fa inerente le connessioni: queste sono le nostre radici, i nostri intrecci, e dobbiamo cercare di valorizzare un mestiere che oggi viene svolto principalmente da persone che provengono da altri Paesi, e avvicinare i giovani a questo mondo. Come? Mi spiace ma al momento non saprei proprio come togliere questo punto di domanda.
