seconda e ultima parte
Al termine dell’incontro con i rappresentanti del CLN, Tasso e Battistini rientrarono a Fontanedo e trovarono Schiasselloni. Questi riferì che Signanini non era con lui perché aveva deciso di far visita ai familiari. La discordanza tra le versioni spinse Battistini e Tasso a sospettare Schiasselloni dell’uccisione di Signanini, colpito da tredici colpi d’arma da fuoco. Contemporaneamente, i due informarono Schiasselloni che l’attacco alle Prede Bianche era stato probabilmente causato dal tradimento di Giacomo Paternò, con la complicità di Martino Vianoli, ex carabiniere passato alla G.N.R. di Nasso, frazione di Calice al Cornoviglio. La moglie di Vianoli, qualche tempo prima, si era presentata ai partigiani offrendo la propria disponibilità per l’invio di viveri
Ottorino Schiasselloni, pur frequentando assiduamente i gruppi partigiani, non condivideva pienamente l’ideale di molti di loro. La sua azione di libero combattente era accompagnata da un atteggiamento spesso altezzoso e tracotante, sostenuto dalla nota abilità nell’uso delle armi e dal coraggio dimostrato anche negli scontri in campo aperto. Era convinto che le spie dovessero essere eliminate e non esitava a compiere questo gravoso compito quando se ne presentava l’occasione. Mercoledì 2 febbraio 1944 Schiasselloni organizzò un incontro con Giacomo Paternò nella zona di Calice al Cornoviglio. Dopo aver percorso insieme un tratto di strada, lo uccise con due colpi alla testa, pronunciando la frase: «Così hai finito di fare la spia».
Il venerdì successivo, 4 febbraio, fu ritrovato senza vita anche il giovane carabiniere Martino Vianoli, ucciso con due colpi di pistola nel territorio di Calice al Cornoviglio. Schiasselloni si vantò di questa uccisione con i compagni Rosalindo Pasquali e Gino Bruschi, anche se anni dopo avrebbe negato di aver ucciso il carabiniere. Nel rifugio dove il gruppo era acquartierato, “Tullio” continuò a riflettere sulla morte dell’amico e compagno di lotta Cesare Signanini, maturando un profondo risentimento nei confronti di Schiasselloni. Ottorino, percependo l’atteggiamento ostile di Battistini e intuendo che potesse accadergli qualcosa di grave, non fece più ritorno a Fontanedo e, alcuni giorni dopo, formò un proprio gruppo. La sua assenza prolungata convinse “Tullio” che egli fosse il responsabile dell’omicidio di Signanini. Ordinò allora ai suoi uomini Egidio Tonelli, Luigi Guerri e Primo Borgialli di catturarlo vivo o morto. Queste tragiche vicende accrebbero enormemente la diffidenza di “Tullio” verso ogni nuova recluta e, soprattutto, verso chiunque si presentasse al rifugio senza una garanzia sicura.
La collaborazione con Borrotzu
Riprendendo il racconto della vicenda di Borrotzu, interrotta per chiarire le ragioni della diffidenza del gruppo di Battistini, il tenente Piero, giunto a Fontanedo insieme al maresciallo Dall’Ara e al colonnello Bottari, fu trattenuto con gli altri in attesa che la loro identità fosse verificata presso il CLN della Spezia. Il Comitato confermò generalità e qualifiche dei tre. Quando la notizia giunse a Battistini, ogni sospetto cadde e fu stretto un accordo di collaborazione per le future azioni da intraprendere. Tra il 15 e il 16 febbraio 1944, su iniziativa del colonnello Bottari, venne definito il piano per far saltare il ponte ferroviario. Il progetto, tuttavia, non andò a buon fine a causa della delazione di Paita al comando tedesco, situato presso villa Castagnola, a Vezzano Ligure. Ne seguì la perquisizione di alcune abitazioni del paese, ma Borrotzu e Coni riuscirono a evitare la cattura grazie all’aiuto di alcuni abitanti. Il 19 febbraio arrivarono a Torpiana di Zignago, in provincia della Spezia, presso la casa del partigiano genovese Antonio Zolesio, detto “Chiappori” o “Umberto Parodi”, ex ufficiale di Marina. Nella stessa abitazione erano già presenti numerosi esponenti della Resistenza, tra cui il colonnello Giulio Bottari.
In quei giorni nella zona si svolse una perlustrazione delle forze repubblicane. Il comandante Zolesio decise quindi di dividere i suoi uomini in due gruppi. Il primo, dislocato tra la vallata di Rossano e quella del Mangia, fu affidato al tenente “Franco”, cioè Oscar Lalli; il secondo al tenente “Piero”, che inizialmente si limitò al controllo del territorio insieme a Franco Coni. Quest’ultimo, in seguito, si spostò sul monte Picchiara, da dove avrebbe compiuto alcune azioni isolate. Il tenente Piero Borrotzu si stabilì tra Airola e Chiusola. In quest’ultima località cercò di raccogliere un numero sufficiente di uomini per costruire una baracca da destinare a sede del Comando nella località di Antessio, in posizione utile per controllare la valle del torrente Gottero, che divenne il suo principale campo d’azione. Definite le zone d’intervento, l’attività offensiva aumentò. Coni attaccò il presidio presso il magazzino dell’ammasso di Noce, a Zeri, mentre Borrotzu assalì Carro, dove si trovava un posto di avvistamento della G.N.R. Qui disarmò e spogliò i fascisti, ottenendo un ingente bottino di viveri, armi e munizioni.
Il presidio della G.N.R. di Sesta Godano individuò come zone di maggiore attività resistenziale proprio il territorio del comune, insieme a quelli di Varese Ligure e Zignago. Per questo, il 25 marzo furono predisposti vari posti di controllo, accompagnati da rastrellamenti mirati. Tali misure, tuttavia, non riuscirono a fermare le operazioni partigiane. Una nuova delazione, compiuta da un sedicente partigiano, spinse le forze dell’Asse ad agire con rapidità. Tra il 26 e il 27 marzo, un raggruppamento della G.N.R., agli ordini del maggiore Remo Orlandini e coordinato da Tullio Bertoni, podestà di Sesta Godano, circondò un’abitazione in località Groppo, dove Borrotzu era nascosto. Ne seguì un intenso conflitto armato. Borrotzu riuscì a fuggire, protetto dal fuoco dei suoi uomini, che subirono numerose perdite. Tra queste vi fu quella del giovane Serafino Giovanniello , originario di Palo del Colle, in provincia di Bari. Dopo l’8 settembre, insieme ad altri compagni d’armi, Giovanniello aveva scelto di combattere nella formazione partigiana di Giustizia e Libertà. Dopo questi avvenimenti, la scia luminosa del tenente Borrotzu si avviò verso il suo tragico epilogo.
Il sacrificio di Chiusola
La sera del 4 aprile 1944 , dalla Val Gotra, dal Vara e dallo Zerasco, iniziò un vasto e capillare rastrellamento tedesco. Piero Borrotzu, insieme ad alcuni fidati collaboratori, si rifugiò nella borgata di Chiusola, mentre gli altri uomini furono dislocati tra Finocchia e Teviggio. All’alba del 5 aprile la popolazione fu svegliata dalle grida minacciose dei tedeschi e dei militi della G.N.R. In poco tempo l’intero villaggio venne circondato. Con loro vi erano alcuni fascisti, incaricati di tradurre gli ordini del comandante alla popolazione terrorizzata. Gli abitanti furono radunati davanti alla chiesa di San Michele, mentre si diffondeva la minaccia di una rappresaglia esemplare: passare per le armi tutti i civili. Cominciò quindi una perquisizione sistematica delle abitazioni. Borrotzu avrebbe potuto tentare la fuga aprendosi un varco con la pistola mitragliatrice, ma comprese che un suo gesto avrebbe probabilmente provocato una rappresaglia contro la popolazione. Scelse allora di non combattere e di consegnarsi ai tedeschi. Fu il traditore Giraldo a rivelare l’identità del prigioniero. Borrotzu venne disarmato, condotto all’interno di un’abitazione, interrogato senza risultato e duramente torturato. Infine fu trascinato sul piazzale della chiesa di Chiusola. Gli abitanti della borgata, costretti ad assistere in un drammatico silenzio, videro il giovane ufficiale affrontare la morte con dignità. Piero chiese di potersi confessare; il permesso gli fu concesso, ma il sacerdote si era allontanato dal paese e non fu trovato.
A fatica, il tenente si pose in atteggiamento composto davanti al plotone d’esecuzione. Poi scattò sull’attenti e, con voce ferma, gridò: «Viva l’Italia». Dopo la scarica cadde in ginocchio. Un ufficiale tedesco lo finì con un colpo di pistola alla nuca.
La perdita per la Resistenza fu gravissima. La sua formazione divenne presto parte integrante delle formazioni Matteotti e una brigata assunse il nome di “Borrotzu”, sotto il comando del tenente Franco Coni. Alla Liberazione sarebbe stata una delle prime formazioni a entrare a Genova.
Memoria di un sacrificio
Ricordare il tenente Piero Borrotzu significa ricordare un uomo che non cercò la gloria, ma visse la propria scelta come atto di fede nella generosità, nell’altruismo, nell’aiuto verso l’altro e nel soccorso ai più deboli. Come molti altri, Piero agì quando la storia lo chiamò, forse pienamente consapevole, forse solo per istinto morale, che la perdita della propria vita poteva trovarsi dietro l’angolo. In quei momenti nasce il piccolo dramma interiore dell’uomo, subito soffocato dall’urgenza dell’azione. Si va, seguendo una scia luminosa che abbaglia e che conduce verso l’abisso, accompagnati da quella strana ebbrezza che solo gli eroi sembrano conoscere.
La scrittrice Maria Corti, nel libro Storie, descrive con rara sensibilità ciò che possono provare i martiri nel momento del sacrificio della propria vita per un alto ideale: «Poi vide il sangue vaporare lentamente, prendere forma di nuvola e salire nell’aria verso l’orizzonte fino a incontrarsi col cielo: là si fissò, grande striscia rossa, dove il sole era appena tramontato. Da allora ogni sera, al calar del sole, nell’alto del cielo la striscia compare…». Qualche tempo dopo Pier Lorenzo Wronoski scrisse: «Se mai uno scultore dovrà fare un monumento al partigiano, meglio ancora al ribelle, se vorrà personificare l’uomo che combatte per la libertà, allora Piero rivivrà anche nel marmo o nel bronzo». Grazie Piero.
[1] Le vallate si trovano tra i comuni di Zeri (Massa Carrara) e Sesta Godano (La Spezia). Serafino Giovanniello è chiamato alle armi il 12 marzo 1940 e inviato a Valona. Rientra dall’Albania a seguito di congelamento al piede sinistro associato a deperimento organico ed è ricoverato all’ospedale di Foggia nell’aprile del 1941. Nell’ottobre dello stesso anno, giudicato idoneo, rientra al suo reparto in Italia. Si trova in forza al 227° Reggimento Fanteria di Albenga quando, successivamente all’Armistizio, entra con altri commilitoni nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà della provincia della Spezia.
https://www.palolive.it/news/cultura/714622/serafino-giovanniello-i-ricordi-della-sua-famiglia
[1] Sempre il 5 aprile altri tre uomini della banda del tenente “Piero” e della banda Beretta, il parmense Elio Pavesi, il ragusano Giovanni Salice e il cosentino Salvatore Icones, vengono catturati dai tedeschi nella località di Pian di Mezzo situata nel territorio di Sesta Godano, dove poi vengono condotti. Sono messi di fronte alla gente costretta ad assistere e fucilati nella piazza. Altri due partigiani furono uccisi dopo un feroce interrogatorio e i loro corpi abbandonati vicino al passo di Cento Croci. Il valico separa la Val di Vara dall’Emilia, aprendosi sul crinale alcuni chilometri a nordovest del monte Gottero, nell’Appennino ligure. Il passo congiunge il comune di Varese Ligure, in provincia della Spezia, con quello di Albareto in provincia di Parma.
Con decreto del Presidente della Repubblica 20 ottobre 1990, registrato alla Corte dei conti il 26 gennaio 1991, registro n. 4 Difesa, foglio n. 396, in sostituzione della M.A.V.M. “alla memoria” concessa al partigiano combattente Pietro Borrotzu, con decreto del Presidente della Repubblica 19 maggio 1950 è stata concessa laM.O.V.M. “alla memoria” con la seguente motivazione: “Soldato fedele e valoroso, dopo l'armistizio si dedicò con entusiasmo alla lotta di liberazione molto distinguendosi come organizzatore e come combattente. Caduto in mani nemiche, con esemplare senso di responsabilità, si preoccupò di salvare i civili che lo avevano ospitato. Percosso e seviziato mantenne fiero contegno imponendosi all'ammirazione dei suoi stessi carnefici ed ottenendo di essere fucilato nel petto, fronte al nemico”.
Chiusola (La Spezia), 5 aprile 1944.
