“Una volta un dromedario incontrando un cammello, gli disse:
–Ti compiango, carissimo fratello: saresti un dromedario magnifico anche tu se solo non avessi quella brutta gobba in più….”

Così inizia la famosa filastrocca “Il dromedario e il cammello” dello scrittore e pedagogista italiano Gianni Rodari, pubblicata ufficialmente nel 1964 all’interno della raccolta di filastrocche e racconti brevi “Il libro degli errori”, incentrata sul tema della diversità e dell’accettazione dell’altro, un inno alla valorizzazione delle differenze che non sono mai un difetto, ma sempre e solo un arricchimento; nello stesso anno il Quartetto Cetra ne incide una celebre versione musicale, mentre nel 1985 viene inclusa nella raccolta postuma “Il secondo libro delle filastrocche”.

Il dromedario “Camelus dromedarius” nella filastrocca si definisce magnifico, e in effetti è un bellissimo animale, un artiodattilo della famiglia dei “Camelidi” diffuso in Asia, Africa settentrionale e Australia, dove è stato introdotto dall’uomo nel XIX secolo. Nella Sicilia islamica e in Andalusia è stato presente durante il periodo medievale, e in base ai fossili ritrovati, questo animale avrebbe popolato alcuni millenni fa anche l’America settentrionale. Il dromedario, chiamato anche “cammello arabo” o “cammello africano”, ha come caratteristica più evidente e distintiva quella di avere una grande gobba sul dorso che è differente da quelle del cammello sia per la forma più arrotondata, sia per il fatto che quando si consuma il grasso della quale è costituita, questa si riduce di volume ma non si affloscia lateralmente come “un sacco vuoto” come invece avviene nel cammello.

Nonostante ciò che si crede, perché è così che sembra perché così appare, anche il dromedario, come il cammello, ha due gobbe, ma il loro sviluppo è assolutamente asimmetrico, infatti, mentre la gobba anteriore è praticamente atrofizzata, quella posteriore risulta essere molto accentuata. Le differenze con il cammello non si fermano solo alla morfologia delle gobbe, anche a livello scheletrico sono numerose e considerevoli. Nel dromedario le vertebre cervicali sono più sottili e più allungate rispetto a quelle del cammello, quelle toraciche hanno processi spinosi più corti poiché la gobba anteriore è atrofizzata e l’unica gobba è sostenuta principalmente nella parte posteriore, quelle caudali si riducono e si fondono prima rispetto alla struttura del cammello. Le costole del dromedario sono più strette e meno incurvate, adatte a un torace meno profondo, e il segmento terminale dello sterno ha una forma semicircolare e non presenta due lobi come nel cammello. Il piede del dromedario è dotato di due grandi dita ricoperte superiormente dalla pelle, inferiormente rappresentato da un cuscinetto plantare convesso, che gli permette di camminare sulla sabbia senza sprofondare. Il muso ha una forma molto allungata ed è un esempio di straordinario adattamento alla vita desertica: le narici sono molto strette e possono essere sigillate volontariamente per evitare di inalare sabbia durante le tempeste, ha labbra spesse e prensili per poter strappare anche piante spinose, denti robusti per triturare anche la vegetazione più dura e secca, i grandi occhi sono protetti dal sole e dalla sabbia attraverso due fila di lunghe e folte ciglia, le orecchie sono piccole e internamente pelose per evitare l’ingresso dei granelli di sabbia. Il suo manto può assumere le più diverse sfumature del beige, dalle tonalità più chiare, quasi bianche, ai toni più scuri, fin quasi al nero. Se il terreno non è troppo accidentato, il dromedario arriva a percorrere fino a 150 chilometri in 15-20 ore ad una velocità variabile fra gli otto e i venti chilometri orari, anche con un carico di notevole peso. Una caratteristica del dromedario, forse la sua caratteristica più conosciuta, è quella di poter resistere alla sete, senza bere, anche fino a dieci giorni, grazie alla particolare struttura del suo organismo, arrivando a perdere fino a un terzo del suo peso in acqua senza subire danni da disidratazione.

Il dromedario, infatti, ha un’elevata capacità di produrre feci molto secche e urina estremamente concentrata, in modo di massimizzare il riassorbimento dell’acqua, ha una ridotta sudorazione e il pelo molto denso lo isola dal calore del sole e del suolo, evitando così che nulla dell’ettolitro circa di liquido che riesce a bere in soli dieci minuti grazie ai suoi globuli rossi ovoidali ed elastici, vada disperso. Inoltre, la traspirazione, che già di per sé è limitata dalla sua particolare struttura epidermica, può essere considerevolmente rallentata dall’ingestione di particolari vegetali molto ricchi di sali minerali, talmente tanto da risultare tossici per l’uomo, che riescono ad aumentare di ulteriori 4 o 5 giorni la capacità di sopravvivenza in assenza di acqua da bere del grande mammifero “biondo” con la gobba protagonista di questo mio articolo. L’organismo del dromedario, che è dotato di udito e olfatto finissimi e secondo i nomadi anche di una notevole vista, è in grado di sopportare un aumento della temperatura corporea fino a sei-sette gradi senza che questo comporti alcuna dispersione di liquidi.

Il dromedario è diffuso allo stato domestico in tutta l’Africa del Nord, nella penisola arabica, in India e in gran parte dell’Asia Minore, tutte zone con condizioni climatiche ideali alla sopravvivenza di questa specie. In Australia invece, come abbiamo detto, il dromedario è presente perché introdotto dall’uomo nel XIX secolo per la sua eccezionale capacità di “trasporto”, sfruttata durante le esplorazioni nelle zone interne con climi aridi e difficili, in condizioni e situazioni che risultavano invece proibitive per altre specie animali. Con il passare del tempo e lo sviluppo sempre più importante dei mezzi di trasporto terrestri, il dromedario ha perso di utilità e, abbandonato a se stesso e sfuggito al controllo umano, si è rinselvatichito al punto di diventare una specie aliena invasiva: aliena, o alloctona, in quanto è stata introdotta dall’uomo al di fuori del suo areale naturale di distribuzione, stabilendosi e riproducendosi nel nuovo ambiente; invasiva in quanto, entrando in competizione con le specie autoctone, ha creato gravi danni all’ecosistema australiano. D’altro canto, però, poiché questo mammifero nel suo areale primario si è estinto, i branchi presenti in Australia sono le uniche popolazioni che permettono agli studiosi di osservare il comportamento della specie “Camelus dromedarius” ancora allo stato selvaggio. Il dromedario è un animale sociale e con abitudini diurne.

Gli individui di questa specie vivono in gruppi formati da dieci a venti individui, composti da femmine, giovani e un maschio dominante. Il rapporto tra l’uomo e il dromedario nasce oltre 4000 anni fa nella Penisola Arabica, quando fu addomesticato per la prima volta, diventando una risorsa fondamentale per le popolazioni nomadi grazie alla sua carne altamente digeribile, al grasso, al latte ricco di nutrienti, alla pelle elastica e morbida, al pelo, utilizzato per produrre tessuti di pregio, nonché allo sterco, che mescolato con paglia e poi fatto seccare, viene usato come ottimo combustibile. Sin dai tempi più antichi l’uomo si è servito della “potenza” di questo animale utilizzandolo come mezzo di trasporto, vigoroso e instancabile anche dopo lunghe traversate sotto il sole rovente nelle zone desertiche del Sahara o in quelle aride mediorientali, e per questo il dromedario era ed è tuttora considerato simbolo di forza e orgoglio. Per le sue caratteristiche fisiche e per le sue abitudini, è ritenuto un animale conservatore, in grado di trattenere in sé ciò che gli è necessario alla vita e alla sopravvivenza. È un simbolo di prudenza e autostima, portato come esempio per l’essere umano che nelle situazioni di pericolo dovrebbe stare accorto e “muoversi” con cautela, facendo sempre conto e riferimento alle proprie capacità e possibilità come fa per l’appunto il dromedario in natura. Esistono diverse storie, miti e racconti che hanno come protagonista il dromedario, come l’antica leggenda secondo la quale la formazione delle “rose del deserto”, un aggregato di cristalli la cui forma ricorda quello del fiore, avrebbe origine dal coagulo che si forma per il contatto dell’urina del dromedario con la sabbia. I dromedari sono simbolo di vigore e potenza fisica, ma anche di forza spirituale. Come narrato nella Bibbia sono infatti gli animali che trasportano i Re magi alla grotta di Gesù guidati dalla stella cometa, animali quindi sapienti che si lasciano condurre dalla luce lungo la via che porta al Divino, percorrendola con fede e devozione.

Non conoscevo molto del dromedario, della sua storia e dei suoi significati simbolici, forse giusto solo il famoso detto, utile espediente per distinguerlo dal cammello: “una M una gobba, due M due gobbe”, ed è proprio in riferimento alle “differenze visive” tra i due animali che chiudo questo mio pezzo con il resto della filastrocca di Gianni Rodari “Il dromedario e il cammello”.
“…….
Il cammello gli rispose:
–Mi hai rubato la parola. È una sfortuna per te avere una gobba sola. Ti manca poco ad essere un cammello perfetto: la natura con te ha sbagliato per difetto.
La bizzarra querela durò tutto un mattino. In un canto ad ascoltare stava un vecchio beduino e tra sé intanto pensava:
-Poveretti tutti e due. Ognuno trova belle soltanto le gobbe sue.
Così spesso ragiona al mondo tanta gente che trova sbagliato ciò che è solo differente”
