Oggi vi porto al Castello di Montarrenti: domina da uno sperone di 344 metri la Montagnola Senese. Quando si pensa alla ricchezza di Siena vengono in mente i palazzi signorili, la Piazza del Campo, le grandi famiglie mercantili e le banche che hanno reso la città una delle potenze economiche del Medioevo. Molto più raramente si pensa a ciò che si trovava sotto terra. Eppure una parte di quella ricchezza nasceva proprio da qui. La storia di questo castello e delle sue miniere è molto più antica delle torri che ancora oggi si stagliano contro il cielo. Gli archeologi hanno individuato le tracce di un villaggio risalente al settimo secolo, nato attorno ad attività estrattive e metallurgiche. Prima le palizzate di legno, poi il castello, infine il borgo fortificato: per secoli, questo luogo, ha vissuto grazie a ciò che custodiva la terra. Il primo documento ufficiale che ne attesta l’esistenza risale al 1156. Pochi anni dopo, nel 1178, un uomo di Montarrenti, Cattaneo, veniva incaricato dal Comune di Siena di amministrare le miniere d’argento della zona. L’argento era molto più di un metallo prezioso. Diventava moneta, commercio, potere. Attraversava mercati, finanziava scambi e contribuiva alla crescita economica di una città che in quel periodo stava costruendo la propria grandezza. Per questo ho deciso di chiamarlo il Castello d’Argento. Perché prima ancora delle torri, delle mura e delle vicende militari, la sua storia affonda nelle vene minerarie che scorrevano sotto queste colline. Camminando tra queste pietre, si ha quasi la sensazione che il castello, col passare del tempo con lo scorrere dei secoli e l’annoverarsi delle generazioni, abbia cambiato mestiere. Per secoli gli uomini sono saliti fin quassù per controllare ciò che si trovava sotto i loro piedi. Le miniere rappresentavano una ricchezza concreta, capace di trasformarsi in monete e prosperità. Tutto ruotava attorno alla terra e a ciò che la terra custodiva nelle sue viscere, nel sottosuolo, al chiuso, al buio, dove l’occhio e lo sguardo umano non potevano arrivare. Oggi accade l’esatto contrario. Una parte del castello ospita l’Unione Astrofili Senesi e continua ad attirare persone. Soltanto che il loro sguardo non cerca più vene minerarie nascoste nel sottosuolo. Cerca pianeti, nebulose, galassie e costellazioni lontanissime. Trovo affascinante che lo stesso luogo abbia custodito entrambe le forme della ricerca umana. Prima abbiamo scavato per trovare l’argento, oggi alziamo gli occhi per cercare le stelle. In mezzo ci sono più di mille anni di storia e una domanda che non è mai cambiata: dove si nasconde ciò che ha valore? Gli uomini che lavoravano nelle miniere avrebbero indicato la roccia, la terra, il metallo prezioso. Gli astrofili di oggi ci direbbero nel cielo. Sospetto che abbiano ragione entrambi.
Il vino- Viognier 2022 Rocca di Montemassi Maremma Toscana DOC.

Questo Viognier sembra aver raccolto la luce che rimbalza sulle colline maremmane a metà pomeriggio. Nel bicchiere raccoglie riflessi dorati e profumi che arrivano in successione, come stanze che si aprono una dopo l’altra: la pesca, l’albicocca, i fiori chiari, il respiro aromatico della macchia mediterranea. Il sorso ha ampiezza e ritmo. La materia accarezza il palato, mentre una trama sapida lo attraversa precisa e sottile. Mi riporta a Montarrenti un luogo che per secoli ha ascoltato il rumore del ferro nelle miniere e il linguaggio remoto delle stelle. Qui la terra custodiva ricchezze nelle proprie profondità e il cielo offriva mappe agli occhi a chi osava alzare lo sguardo. Assaggiandolo, ritrovo quella stessa attrazione tra profondità e luce che appartiene a questo luogo. Ha la polpa del sole e la leggerezza della luce. Ha il calore della materia e la trasparenza dell’aria. Nel calice sembrano incontrarsi entrambi.
L’abbinamento: gazpacho di pomodorini gialli e verdure crude

I pomodorini gialli hanno il colore dei campi quando il sole comincia a scendere e tutto sembra trattenere ancora un ultimo riflesso di luce. Frullati insieme alle verdure dell’orto, costruiscono un gazpacho fresco e fragrante, attraversato dai profumi delle erbe aromatiche e da una piacevole energia vegetale. È uno di quei piatti che raccontano la stagione senza bisogno di spiegazioni. Basta un cucchiaio per ritrovare il ritmo lento delle raccolte estive, le cassette colme di ortaggi, il profumo delle foglie stropicciate tra le dita. Con il Viognier si crea un’intesa immediata. I richiami di pesca e albicocca si intrecciano alla dolcezza dei pomodorini, mentre la sapidità del vino porta profondità e slancio alla componente vegetale del piatto. L’insieme restituisce una sensazione di pienezza luminosa, come quando la terra, dopo aver assorbito il sole per un’intera giornata, continua a diffonderne il calore fino a sera.
La prescrizione

Raggiungete il Castello di Montarrenti in una sera limpida di giugno. Portate con voi un bicchiere di Viognier e una ciotola di gazpacho ben freddo. Non è necessario conoscere le costellazioni e non serve distinguere un pianeta da una stella. È sufficiente osservare. Per gran parte della nostra vita teniamo gli occhi puntati sulle cose che dobbiamo fare, sui problemi da risolvere, sulle scadenze che si rincorrono una dopo l’altra. Gli uomini di Montarrenti hanno trascorso secoli a cercare ricchezza nella terra. Oggi altri uomini salgono sulle stesse torri per cercare meraviglia nel cielo. Forse una vita equilibrata richiede entrambe le cose. Richiede radici profonde e orizzonti lontani. Richiede la capacità di riconoscere il valore nascosto nelle cose concrete e quella di stupirsi ancora davanti a ciò che non possiamo possedere. Alzate gli occhi. Le stelle che vedete questa sera sono molto più antiche del castello, delle miniere e delle nostre inquietudini. Eppure continuano a fare la stessa cosa da milioni di anni: ricordarci che esiste sempre qualcosa di più grande del nostro orizzonte quotidiano.
