E’ storia vera, vissuta, ma sembra un giallo di quelli scritti da Agatha Christie, anche perchè ambientato a Londra, nel periodo post bellico, sebbene si tratti, nel nostro caso, del dopo seconda guerra mondiale, mentre i personaggi della scrittrice inglese “vivevano” dopo la prima guerra mondiale. Gli elementi ci sono tutti: il furto su commissione dei soliti ignoti, i sospetti, il tradimento del compagno-amico, la pugnalata alle spalle, la rivincita ed il nuovo “sgambetto” finale il tutto con il minimo denominatore multiplo di ben quattro diversi laghi italiani. Ma procediamo con ordine.
Luglio 1948: l’antica rocca di Castellarquato in provincia di Piacenza è la sede del ritiro della squadra nazionale italiana di ciclismo su pista, in preparazione alla XIV Edizione dei Giochi Olimpici di Londra. Sono le tre di notte: due figure si muovono cautamente nel buio, cercando di fare meno rumore possibile. Entrano nel magazzino dove sono custodite le biciclette dei ciclisti azzurri e ne prelevano due. Sono le due biciclette di Anselmo Morandi, nato a Secugnago, laureatosi, l’anno precedente, campione universitario mondiale di velocità su pista a Parigi e candidato ad essere titolare azzurro olimpico nella gara del chilometro da fermo.Da Parigi un giovanissimo cronista della Gazzetta dello Sport, Gianni Brera, che sarebbe poi diventato il più grande affabulatore del mondo del calcio mondiale, nell’edizione del 25 agosto 1947 scrive “Il lungo, silenzioso Anselmo Morandi cela a stento la sua intensa emozione, da primo della classe…Lui darà l’anima nel pomeriggio pur di vincere per l’Italia il primo titolo dei giochi“.

A tutti il furto appare strano: i ladri trascurano le altre biciclette da strada più facilmente commerciabili ed utilizzabili. Tra l’altro è la vigilia dello ‘spareggio’ al velodromo di Fiorenzuola d’Arda, voluto dal CT azzurro Giovanni Proietti per scegliere chi gareggerà in Inghilterra tra Morandi e Gino Guerra, figlio del grande Learco Guerra, la “Locomotiva umana”, campione mondiale nel 1931, che vinse la Milano-Sanremo del 1933 e i giri di Lombardia e d’Italia del 1934, aggiudicandosi in totale 83 corse. Chi pratica lo sport delle due ruote sa quanto è importante il rapporto ciclista-bicicletta: una bici da pista non è solo un telaio, due ruote ed un manubrio, una bici da pista è una seconda pelle, qualcosa che vive in simbiosi stessa con il ciclista. Pur con una bicicletta di fortuna, rimediata all’ultimo momento, Morandi batte Guerra ed inizia la sua avventura olimpica. Una avventura che avrà un risvolto incredibile.

Anselmo Morandi era nato nel 1925 a Secugnago, un piccolo borgo in provincia di Lodi ed ancora bambino con la sua famiglia si era trasferito a Varese. “In casa – ricorda Anselmo- si mangiava pane e…bicicletta”. La velocità su pista affascina sia Anselmo, sia il fratello Renato, che ha due anni più di lui e che a 18 anni conquista a Budapest il campionato della Gioventù europeo nell’inseguimento a squadre insieme a Serse Coppi, fratello del grande Fausto, Nedo Logli, che collezionò diversi successi su strada tra cui una “Tre valli varesine” e Nando Teruzzi, che ai giochi olimpici di Londra del 1948 vincerà la medaglia d’oro nella velocità in tandem e che, per le sue 25 vittorie ottenute, fu soprannominato il “Re della Sei Giorni”. Anselmo nel 1942 è campione italiano allievi, nella specialità velocità su pista ed arriva in finale nella prima categoria, battuto in due manches dal più smaliziato Nando Terruzzi. Si rifarà l’anno dopo conquistando la maglia tricolore ai campionati nazionali al Vigorelli di Milano, battendo di prepotenza, con la sua grande capacità di progressione, Cagnotti e Vicenti. A Varese, lui e Renato ribattezzati le “Saette della pista” ricevono anche la visita del campionissimo Fausto Coppi insieme al suo gregario Luigi Casola, che diventerà poi promotore del ciclismo in Messico, nel 1960, si trasferì facendo costruire il Velodromo Olimpico divenuto famoso come meta, essendo situato in altura, di alcuni tentativi di record dell’ora, che proprio a casa loro fanno una sosta in una delle loro lunghe sessioni di allenamenti sulle strade lombarde.
Le sedute di allenamento di Anselmosi svolgevano spesso su strada e non su pista, per le difficoltà di avere a disposizione ogni giorno l’accesso ad un velodromo, ma erano senza dubbio particolari. Di prima mattina, dopo una robusta colazione, Anselmo inforcava la sua bicicletta per un primo percorso necessario per scaldare tutti i muscoli, facendo il giro della “Scarpa”, questa infatti è l’inconfondibile forma del lago di Varese. Anselmo partiva da Varese e toccava in rapida successione Buguggiate, Azzate, Galliate Lombardo, Bodio Lomnago, Cazzago Brabbia, Biandronno, Bardello e Gavirate. Un percorso di una trentina di chilometri, con un leggerissimo dislivello, fatto in senso orario la prima volta ed in senso antiorario, partendo sempre da Varese, ma verso Gavirate, la seconda volta. Scaldati i muscoli ecco il vero e proprio allenamento specifico tra Varese e Porto Ceresio, il passaggio da “Lago a lago” di poco più di una decina di chilometri, equivalente di fatto in una decina di ripetute del Chilometro da fermo, in leggera ascesa. Anselmo ha occhio per la distanza, che, in ogni caso, ha memorizzato grazie ad un grande albero lungo la strada, ad una pietra miliare, oppure ad una stradina sterrata. Piede a terra e poi via con il suo scatto imperioso, prepotente, forte al di là degli inutili tatticismi: vince chi spinge di più sui pedali. Ed Anselmo spinge a pieni ritmi. La ripetuta che più gli piace è l’ultima, quella per arrivare a Porto Cerasio, perchè intravvede l’azzurro delle acque del lago che sembrano chiamarlo, invitarlo a vestire quella mitica maglia azzurra della nazionale che lo avrebbe dovuto accompagnare a traguardi mondiali.
Arrivato a Porto Ceresio Anselmo è solito fare colazione sul pontile del porticciolo, tra battelli in partenza e pescatori, prima di rinforcare la sua bicicletta per ritornare ad allenarsi in vista di nuovi prestigiosi traguardi. Ama in modo particolare la torta con le pere di Secugnago, torta di pastafrolla ripiena di pere(quelle nostrane, piccole e dure),affettate e lasciate macerare per una intera notte nello zucchero, con l’aggiunta di qualche amaretto sbriciolato, forse perchè gli ricorda l’infanzia, i giochi, gli amici de Scugnai(Secugnago), i momenti decisamente meno travagliati della loro vita e non manca mai di ricordare al cugino Gianni di portarla a Varese, quando si recava a fargli visita o di spedirgliela insieme alle uova fresche che erano la base quotidiana alimentare dei suoi allenamenti.
Intanto siamo arrivati all’undici agosto 1948: Anselmo è pronto a scendere in pista al velodromo Herne Hill un anello asfaltato di 450 metri con una inclinazione di 30 gradi, a sud di Londra, per conquistare per l’Italia la medaglia d’oro nella specialità del Chilometro da fermo. Quella del chilometro da fermo è la prima competizione ad assegnare la maglia arcobaleno di campione del mondo e c’è quindi una grande attesa in tutto il mondo sportivo. I corridori arrivano al velodromo in anticipo, per prepararsi mentalmente e fisicamente all’impegno. Tutte le squadre nazionali, con i titolari e le riserve, i dirigenti e gli accompagnatori, e le biciclette. E questa volta la bicicletta di Anselmo c’è. Lui è pronto, concentrato. Si cambia, si riscalda, si infila la maglia azzurra elasticizzata, il casco a strisce di gomma, gli occhiali. Manca pochissimo all’inizio della gara, quando succede un evento che ha dell’incredibile. Il massaggiatore della Nazionale arriva di corsa, trafelato piomba negli spogliatoi “Anselmo!”, grida. È stravolto e sconvolto da quello che deve dire e fare. Quando ritrova fiato e parole, spiega: “Mi hanno dato il compito ingrato di dirti che non correrai”.

Al posto di Morandi correrà Gino Guerra. Per Anselmo è una mazzata terribile, un colpo da far tremare le gambe. Si siede, inspira profondamente, passano alcuni secondi. Non dice una parola. Il primo gesto di Morandi è andare in pista, non per protestare contro la decisione di Proietti, ma per tenere la sella di Gino Guerra alla partenza. Un gesto di lealtà sportiva, di generosità in un panorama tutt’altro che chiaro e trasparente. Ma Gino, al contrario del padre, è un ciclista mediocre e si classifica solo nono con un distacco di ben 4 secondi dal primo tempo chiudendo la sua gara con un 1’17”1, con una prestazione incolore. Vince il francese Jacques Dupont con il tempo 1’13”5, superiore di oltre tre secondi sui tempi medi precedentemente stabiliti da Anselmo, che lo aveva già battuto in precedenza al Vigorelli di Milano, e l’Equipe titola a piena pagina “Grazie Italia”. Oltre al danno la beffa. Morandi è demoralizzato da quanto è successo, ma ha una forza d’animo tipica della gente di campagna: duro, deciso, “Tegnis” in dialetto lodigiano. Ritorna in pista ed al Vigorelli di Milano, eguaglia il primato mondale sul chilometro con partenza da fermo con il tempo di 1’10”1/5 appartenuto a Fabio Battesini, che resisteva dal 17 agosto del 1933. Per due cronometristi addirittura lo migliora con 1’10” netti. Ma ancora una volta la sfortuna, o forse il tentativo di coprire l’increscioso fatto di Londra, dove l’estromesso Morandi avrebbe vinto la medaglia d’oro “Cun ‘na gamba sula” (“Con una gamba sola”) si diceva nelle osterie di Secugnago, ci mette lo zampino. L’UBI, l’attuale FCI, non inoltra la domanda all’UCI, ed il record mondiale di Morandi passa nel dimenticatoio dei ricordi passati.
Un record “giallo” quindi, scomparso o forse meglio mai apparso negli annali dello sport, di cui ancor oggi non sono chiari i contorni della vicenda.
