prima parte
Impari battaglie – L’incontro con il gruppo di Primo Battistini “Tullio”
Il 12 febbraio 1944, nella frazione di Fontanedo, nel comune di Tresana, si trovava un piccolo gruppo di uomini guidato da Primo Battistini, detto “Tullio”. Da poco si era unito a loro anche un certo Paita, proveniente da Calice al Cornoviglio. Quel giorno il gruppo fu avvertito dell’arrivo di due ufficiali e di un civile. Si trattava di Piero Borrotzu, del maresciallo Luigi Dall’Ara, del colonnello Giulio Bottari e di Luigi Francisco, detto “Prometeo”, che li accompagnò fino a Fontanedo. Alla loro vista, nonostante fossero stati preannunciati, gli uomini di guardia intimarono il «mani in alto». I nuovi arrivati dichiararono di essere patrioti e di giungere per conto del CLN spezzino, con l’intento di proporre una collaborazione in vista di future azioni. Tra queste vi era il progetto di far saltare il ponte ferroviario sulla linea Parma-La Spezia, nella frazione di Caprigliola, comune di Aulla. “Tullio” e i suoi compagni, segnati da precedenti esperienze drammatiche, in particolare dalla vicenda delle Prede Bianche, erano però estremamente diffidenti. Temendo di trovarsi davanti a spie o delatori, disarmarono i nuovi arrivati e li trattennero prigionieri in attesa di verificarne l’identità. Per evitare un’eventuale imboscata, il gruppo si spostò con i fermati a Rovaro, piccola località poco distante. La diffidenza di “Tullio” non era immotivata: nasceva da una ferita recente, provocata dall’infiltrazione di una spia all’interno del suo gruppo.
L’attacco nazifascista alle Prede Bianche
La vicenda delle Prede Bianche si svolse domenica 30 gennaio 1944. Giovanni Albertini, delegato del CLN, si recava periodicamente a La Spezia e rientrava passando da Calice al Cornoviglio. Nel frattempo erano stati presi contatti con il maggiore inglese Gordon Lett, che a Rossano di Zeri stava costituendo quello che sarebbe poi diventato il Battaglione Internazionale. Gordon Lett inviò alle Prede Bianche un ufficiale e un soldato inglese, che dovevano essere accompagnati per un tratto di strada verso sud. Furono incaricati di questa missione Ottorino Schiasselloni e Cesare Signanini. Un giorno, rientrando dalla Spezia, Giovanni Albertini “Luciano” condusse con sé in montagna, diretto alle Prede Bianche, un certo Giacomo Paternò, siciliano, ex alpino, rimasto al Nord e alloggiato in un’osteria di Calice. L’uomo dichiarava di voler diventare un “ribelle”. Dalle Prede Bianche Albertini e Paternò scesero poi a Ortigano, piccolo villaggio del comune di Tresana, in provincia di Massa Carrara, dove erano nascosti tre uomini legati ai ribelli. Uno di essi era un sergente radiotelegrafista, che non riuscì mai a far funzionare l’apparecchio ricetrasmittente, perché dotato di batterie scariche e difettose. Quella stessa domenica alcuni spezzini sfollati a Giovagallo, tra cui Renato Sommovigo di Pitelli, avvertiti che il gruppo delle Prede Bianche si trovava in condizioni difficili, decisero di portare viveri ai partigiani. Dopo aver compiuto la propria missione, Albertini rientrò alla Spezia. Giacomo Paternò, secondo le disposizioni ricevute da Battistini, avrebbe invece dovuto tornare in formazione. Arrivò la notte, ma Paternò non si presentò. Mancavano anche Schiasselloni e Signanini. Nel gruppo delle Prede Bianche cominciarono a serpeggiare sospetti. Si decise quindi di intensificare i turni di guardia nella stanza della piccola baita dove erano alloggiati i partigiani, che disponevano di esplosivo, armi e munizioni. Il fuoco rimase acceso: il freddo degli ultimi giorni di gennaio era pungente. Intorno alle tre e mezzo del mattino, Primo Battistini stava terminando il proprio turno di guardia e chiamò un compagno a sostituirlo. Protetti da una fitta coltre di nebbia, circa cinquanta uomini tra tedeschi e fascisti irruppero sulla baita senza essere visti né uditi, rendendo vano ogni tentativo di difesa. Uno alla volta, i partigiani furono tenuti sotto tiro, perquisiti e disarmati. Fu subito chiesto loro dove si trovassero i due prigionieri inglesi provenienti da Rossano e chi, tra loro, fosse “Lino”, il sergente radiotelegrafista. Nessuno rispose.
Spogliati nella nebbia e nel gelo, furono costretti a restare in piedi per oltre due ore, sorvegliati da cinque tedeschi, mentre gli altri militari e un gruppo di fascisti sostavano davanti al fuoco. Dopo un breve conciliabolo, tedeschi e fascisti decisero di rinviare l’esecuzione all’alba, sperando di catturare altri ribelli. Ogni speranza di salvezza sembrava ormai perduta. Fu allora che a Primo Battistini “Tullio” — o, secondo un’altra versione, ad Angelo Tasso — venne un’idea. Chiese e ottenne dal comandante tedesco di poter fumare, insieme ai compagni, l’ultima sigaretta che gli era rimasta in tasca. Mentre la sigaretta passava di mano in mano, venne sussurrata una parola d’ordine. All’ultima boccata, secondo quanto concordato, coloro che avevano più vicini i tedeschi di guardia li colpirono alla testa con tutte le forze, facendoli cadere a terra. Approfittando dei pochi istanti di confusione, i partigiani si diedero alla fuga. La reazione dei tedeschi fu però quasi immediata. Uno dei polacchi, forse perché non aveva compreso la parola d’ordine, rimase ucciso sul posto. Ivo Baldassini, Angelo Castellini e Augusto Calzolari, non ancora ventenni, furono catturati e condotti nelle carceri di Marassi. Sarebbero stati uccisi per rappresaglia il 19 maggio 1944 a Fontana Fredda, presso il Passo del Turchino , in provincia di Genova. Gli altri riuscirono a salvarsi tra raffiche di mitragliatori, esplosioni di bombe a mano, dirupi e canaloni. Feriti, coperti di escoriazioni e quasi irriconoscibili, scamparono Angelo Tasso, Luigi Amedeo Giannetti, Giuseppe “il polacco”, Primo Battistini, Nino Gerini e Luciano Magnolia “Gas”.Battistini, feritosi lievemente nell’attraversare un burrone, raggiunse la zona sotto la frazione di Giovagallo, nel comune di Tresana, dove trovò soccorso in Renato Sommovigo di Pitelli. Dopo quel tragico episodio, il gruppo chiese un chiarimento con il CLN. Fu fissato un incontro nella zona più alta del comune di Bolano, chiamata “Cavanon”, che sarebbe poi diventata un importante punto di riferimento. Vi parteciparono Angelo Tasso e Primo Battistini “Tullio”.Durante il tragitto appresero del ritrovamento, sotto un mucchio di foglie, del cadavere di un giovane con due bombe in tasca, scarponi da marinaio e soprabito bianco. Il corpo era stato trasportato nel cimitero di Bolano e piantonato dai militi. Il sospetto che si trattasse di Cesare Signanini fu confermato poco dopo da Guglielmo, guardaboschi del luogo e collaboratore della Resistenza: Ottorino Schiasselloni aveva dormito da solo presso di lui e gli aveva raccontato che Signanini aveva preferito proseguire da solo verso le Prede Bianche. Al termine dell’incontro con i rappresentanti del CLN, Tasso e Battistini rientrarono a Fontanedo e trovarono Schiasselloni. Questi riferì che Signanini non era con lui perché aveva deciso di far visita ai familiari. La discordanza tra le versioni spinse Battistini e Tasso a sospettare Schiasselloni dell’uccisione di Signanini, colpito da tredici colpi d’arma da fuoco.
Contemporaneamente, i due informarono Schiasselloni che l’attacco alle Prede Bianche era stato probabilmente causato dal tradimento di Giacomo Paternò, con la complicità di Martino Vianoli, ex carabiniere passato alla G.N.R. di Nasso, frazione di Calice al Cornoviglio. La moglie di Vianoli, qualche tempo prima, si era presentata ai partigiani offrendo la propria disponibilità per l’invio di viveri Ottorino Schiasselloni, pur frequentando assiduamente i gruppi partigiani, non condivideva pienamente l’ideale di molti di loro. La sua azione di libero combattente era accompagnata da un atteggiamento spesso altezzoso e tracotante, sostenuto dalla nota abilità nell’uso delle armi e dal coraggio dimostrato anche negli scontri in campo aperto. Era convinto che le spie dovessero essere eliminate e non esitava a compiere questo gravoso compito quando se ne presentava l’occasione.
Mercoledì 2 febbraio 1944 Schiasselloni organizzò un incontro con Giacomo Paternò nella zona di Calice al Cornoviglio. Dopo aver percorso insieme un tratto di strada, lo uccise con due colpi alla testa, pronunciando la frase: «Così hai finito di fare la spia». Il venerdì successivo, 4 febbraio, fu ritrovato senza vita anche il giovane carabiniere Martino Vianoli, ucciso con due colpi di pistola nel territorio di Calice al Cornoviglio. Schiasselloni si vantò di questa uccisione con i compagni Rosalindo Pasquali e Gino Bruschi, anche se anni dopo avrebbe negato di aver ucciso il carabiniere. Nel rifugio dove il gruppo era acquartierato, “Tullio” continuò a riflettere sulla morte dell’amico e compagno di lotta Cesare Signanini, maturando un profondo risentimento nei confronti di Schiasselloni. Ottorino, percependo l’atteggiamento ostile di Battistini e intuendo che potesse accadergli qualcosa di grave, non fece più ritorno a Fontanedo e, alcuni giorni dopo, formò un proprio gruppo. La sua assenza prolungata convinse “Tullio” che egli fosse il responsabile dell’omicidio di Signanini. Ordinò allora ai suoi uomini Egidio Tonelli, Luigi Guerri e Primo Borgialli di catturarlo vivo o morto. Queste tragiche vicende accrebbero enormemente la diffidenza di “Tullio” verso ogni nuova recluta e, soprattutto, verso chiunque si presentasse al rifugio senza una garanzia sicura.
continua…
NOTE
[1] [1] Composto da: Giovanni Albertini «Luciano» Angelo Tasso, Luigi Amedeo Giannetti, Ottorino Schiasselloni, che si faceva chiamare “Maggiore, Pinzo – Barba”, Cesare Signanini “Adalberto”, Ivo Baldassini, Angelo Castellini, Augusto Calzolari di Pitelli (La Spezia), Secondo Ambrosini detto “Beppe”, Giuseppe il polacco e un altro suo connazionale.
[1] Ottorino Schiasselloni, di Alberto Ferdinando e Concetta Schiasselloni, nato il 26 settembre 1909 a Santo Stefano di Magra (La Spezia), viene arrestato nel novembre del 1945dagli uomini dell’Ufficio Politico della questura spezzina.
Nel gennaio 1948, nel processo penale, è imputato di numerosi omicidi: Cesare Signanini, Giacomo Paterno’, Martino Vianoli, Erminio Prea, Primo Bagalli, Luigi Guerri, Gino Malatesta, Dino Batti, Mario Gabrielli, Egidio Tonelli commessi durante la sua attività di sedicente “partigiano”.
[1] Storia della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini e Matteotti – Picelli” di Giulivo Ricci. Istituto Storico della Resistenza “Pietro Mario Beghi” La Spezia, maggio – giugno 1978.
[1] Storia della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini e Matteotti – Picelli” di Giulivo Ricci. Istituto Storico della Resistenza “Pietro Mario Beghi” La Spezia, maggio – giugno 1978.
[1] La Corte d’Assise di Torino nella sentenza nei confronti dello Schiasselloni, scrive che l’imputato è responsabile dell’omicidio, per avere un giorno imprecisato del gennaio 1944 in località Pietrabianca di Calice al Cornoviglio (La Spezia), cagionato con premeditazione la morte di Cesare Alberto Signanini sparandogli diversi colpi di pistola.
Inoltre, è responsabile di un altro omicidio, per avere il giorno 2 febbraio 1944 in Calice al Cornoviglio, incontrato un partigiano, certo Giacomo Paterno’ e dopo essersi accompagnato con lui per un tratto di strada lo uccide con due colpi al capo, pronunciando la frase “Così hai finito di fare la spia” .
La stessa Corte il 31 gennaio 1948 lo assolve per insufficienza di prove per l’uccisione del Signanini, Paterno’ e Vianoli.
[1]L’eccidio è noto col nome di Strage del Turchino. Il fatto inizia il 14 maggio 1944 quando i GAP organizzano, nel centro di Genova, un’azione contro i militari tedeschi che frequentano il cinema Odeon a loro riservato. L’esplosione di una bomba all’interno del locale causa la morte di cinque militari e il ferimento di altri quindici. Dalla IV sezione del carcere di Marassi vengono allora prelevati cinquantanove detenuti in vista di una rappresaglia. Di questi, diciassette provenivano dal rastrellamento della Benedicta, avvenuto il mese precedente, nella località nei pressi di Capanne di Marcarolo nel comune di Bosio sull’Appennino Ligure. Il rapporto tra militari tedeschi uccisi e vittime della rappresaglia è superiore a quello di uno a dieci previsto dal Bando Kesserling. Delle stragi e degli eccidi della Benedicta, Turchino, Portofino e Cravasco vengono successivamente imputati il tenente colonnello Siegfried Engel, nato il 31 gennaio 1909 a Warnan Hawel (D) (già citato nella nota n. 56) e il tenente delle SS Otto Kaess. La sentenza n.2046/96 R.N.R – N. 0111/99 R.G.U.D., emessa il 15 novembre 1999 dal Tribunale Militare di Torino, condannerà in contumacia Siegfried Engel alla pena dell’ergastolo.
Nove dei martiri del Turchino non sono mai stati identificati; i nomi degli altri sono: Alloisio Aldo Matteo, Arecco Domenico “Ilario”, Bavassano Valerio “Lelli”,Baldassini Ivo (1924), Bottaro Giuseppe, Briano Angelo, Briano Attilio, Brunati Renato, Calzolari Augusto nato il 28 settembre 1924 ad Arcola (La Spezia) Cannoni Giulio; Castellini Angelo nato l’11 novembre 1924 ad Aulla (Massa e Carrara), Cavallo Pietro, Cavanna Alessandro, Colombo Gaetano, Dagnino Mario, Esposto Orazio, Fallabrino Sandro, Ferrari Edoar, Ferrero Gio Battista, Fialdini Francesco, Fialdini Giovanni, Fraguglia Pietro, Gaiti Enrico, Ghiglione Bruno, Gibelli Pietro, Grenno Enrico, Grenno Luigi, Guerra Emilio, Leone Onorato, Lia Guido, Mandoli Rino, Mantellato Umberto, Marozzelli Salvatore, Martini Giovanni, Massa Antonio, Odino Giancarlo, Ottonello Ubaldo, Pestarino Isidoro, Podestà Francesco, Ratto Luigi, Rocca Luigi, Santo Domenico, Sasso Angioletto, Scolesite Cesare, Sozo Rinaldo, Tassara Renzo, Turni Pietro, Uberti Bartolomeo, Ulanowski Walter e Verdino Angelo. Sono stati di nuovo riportati unitamente a tutti gli altri fucilati.
