εἰωθότες οἱ ἄνθρωποι οὗ μὲν ἐπιθυμοῦσιν ἐλπίδι ἀπερισκέπτῳ διδόναι, ὃ δὲ μὴ προσίενται λογισμῷ αὐτοκράτορι διωθεῖσθαι(“Gli uomini sono soliti affidare a una speranza sconsiderata ciò che desiderano e a respingere con un ragionamento sovrano ciò che aborrono”).Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Libro IV, 108,4
Ebbene sì: ancora la Scolastica, e ancora il solito gregge. Debito di idee a un amico illustre, Nunzio La Fauci, a uno dei suoi “frustoli” dal titolo “Utilità della Scolastica”
(https://apolloniodiscolo.blogspot.com/2026/04/ragionare-per-tratti-2-ut-in-pluribus-e.html)*.
È una riflessione che, a mio avviso, merita di non morire nel cassetto di un diario a due lettori. Io ho osato spostare il suo sguardo, puntato su uno specifico “aggregato umano”, da lui volutamente mantenuto non riconoscibile, su altri aggregati: uno più vasto, l’altro più circoscritto, entrambi ben individuabili. Il rispetto della cosa pubblica, del dovere civile, delle leggi, della verità, e, in fondo, della propria dignità, è un insieme coerente: tutto si tiene, direbbero gli strutturalisti. Quando questo nesso si spezza, subentrano lo strabismo morale o il più consueto benaltrismo. Consideriamo i sei tratti (gli Eigenschaften dell’amico, che potremmo anche chiamare qualitates, attributa e in diversi altri modi, tutti ugualmente validi.): pressappochismo, infingardaggine, sfrontatezza, codardia, familismo, albagia. Parola, quest’ultima, che trovo bellissima; rara nel parlato moderno ma precisa come un bisturi per descrivere un tipo umano ben presente nella letteratura italiana e di cui il manzoniano Don Rodrigo può considerarsi il massimo esponente. Un’antonomasia non diversa da perpetua. Questi tratti sono più che sufficienti per delineare una cultura in senso antropologico. Quando certe caratteristiche si presentano con regolarità e stabilità, diventano classificabili. Non diversamente da certe perizie, magari agronomiche, che, pur fondate su osservazioni superficiali, pretendono tuttavia conclusioni nette, mostrando insopportabili incoerenze tra premesse e risultati.
Chi vive o ha vissuto nell’aggregato umano cui mi riferisco, e non solo da turista, dato che il turista per lo più vede solo ciò che vuole vedere, comprende senza difficoltà e, del resto, chi mi conosce, conosce bene il mio pensiero. Per tutti gli altri, sarà un riferimento dall’esterno, laico e illustrativo, ma pur sempre uno strumento per ragionare; la ricostruzione storica, in questo caso, aggiungerebbe poco e rischierebbe solo di appesantire il discorso.
Questa cultura si è radicata in un insieme umano che difficilmente meriterebbe il nome di città, o di nazione, se solo si conservasse un minimo di rigore nel significato di questi termini; se solo si conservasse ancora qualche pudore filologico intorno a ciò che hanno storicamente implicato. Perché città e nazione non sono contenitori neutri, non sono solo etichette geografiche o amministrative: implicano qualcosa di più esigente. Non soltanto confini e un inno da intonare nelle occasioni opportune, ma un progetto civile condiviso, una Res Publica intesa come cosa comune. La Civitas non è soltanto un luogo abitato: è una comunità consapevole, partecipe, orientata alla cosa pubblica; non è un sistema in cui ciò che è comune è trattato come estensione dell’interesse privato o familiare. A ogni modo, e da dovunque essa provenga, si tratta purtroppo di una cultura stabile, permanente. Si mimetizza in mutamenti superficiali (nuovi slogan, nuovi governi, ricorrenti promesse di rinnovamento), ma, al riparo di questi fronzoli, resta invariata nella sostanza: approssimativa nell’azione, pigra nell’impegno, sfacciata nell’attribuirsi meriti non propri, timorosa di fronte a ciò che richiederebbe responsabilità, chiusa nel perimetro degli interessi privati. E sopra tutto questo si stende l’albagia: una considerazione di sé tanto più elevata quanto meno giustificata dai fatti. Che sia autentica o recitata è questione secondaria. Non è questo il punto, e probabilmente nemmeno la psicologia, individuale o collettiva, riuscirebbe a chiarirlo davvero. Il nodo centrale è un altro: questi tratti appartengono, ut in pluribus, alla grande maggioranza dei componenti di questo aggregato umano. Non si tratta di un giudizio morale, ma di una constatazione che ha una dimensione statistica. Le eccezioni, per quanto rispettabili o numerose possano apparire, non modificano la natura complessiva del fenomeno: semmai ne confermano implicitamente la regola.
Qui la logica scolastica si rivela utile e preziosa: ut in pluribus non significa “sempre” o “tutti”, ma indica ciò che accade nella maggioranza dei casi, ciò che definisce la norma. Per questo, un gregge composto da milioni di individui non cambia natura per la presenza di qualche elemento difforme. Le cosiddette “pecore nere”, minoranza incongrua, esigua, ut in paucioribus, spesso silenziosa o resa tale, non incidono sulla direzione del gruppo, né ne trasformano il comportamento. Al più, testimoniano che un’alternativa sarebbe possibile, guardata però con diffidenza se non con aperta ostilità, senza mai farsi pratica condivisa. È precisamente su questo terreno, dove la norma si autoconferma e l’eccezione viene neutralizzata, che attecchisce il populismo: non come incidente, ma come esito coerente di una cultura che, autocelebrandosi, finisce per negare la realtà. Il sapere si riduce a opinione, la scienza a guerra di opinioni, l’esperienza individuale sostituisce l’analisi e pretende di corrispondere alla realtà globale; la scorciatoia intellettuale, l’unica strada praticata, diventa metodo.
Ut in pluribus: la norma. Ut in paucioribus: l’eccezione. La distinzione è scolastica (vedi la ben nota espressione aristotelica dell’unica rondine che non fa primavera), nel senso migliore del termine: rigorosa, non negoziabile, impermeabile alle obiezioni sentimentali. E la Scolastica, come del resto si legge già nei testi scolastici, è utilissima, soprattutto quando si tratta di resistere alla tentazione di confondere l’eccezione con la regola. Errore logico, prima ancora che civile. Non aggiungo altro. Né intendo attenuare il tono con formule di circostanza. Sarebbe solo una forma di sfrontatezza! Qualcuno potrà pensare (se mi ritiene degna di un pensiero) che il mio è pessimismo. Forse. Ma il pessimismo fondato sul dato è altra cosa rispetto alla malinconia di chi si è già arreso: è rigore diagnostico, e come tale non ha bisogno di scuse né di attenuanti, a meno che non si portino argomenti, non sentimenti.
*Chi scrive non ha né l’acume né la densità stilistica dell’amico illustre, e non è questa la sede per fingere di averli. La Fauci scrive per chi già sa, con la precisione chirurgica di chi può permettersi di non spiegare. Qui si sceglie deliberatamente la strada opposta: aprire il ragionamento, distenderlo, renderlo praticabile a una platea più larga. Con la consapevolezza che ogni guadagno in chiarezza è, inevitabilmente, una piccola perdita in tensione.
