terza e ultima parte
6. L’anatomia del pregiudizio: un seme di sesamo (e molto altro)
Per anni si è creduto che l’ideologia fosse scritta in modo indelebile nell’anatomia cerebrale. Poi è arrivato lo studio più grande mai condotto sul tema (Petropoulos Petalas et al., 2024, con 928 soggetti esaminati). La conclusione, in effetti, è che esistono differenze strutturali: i conservatori tendono ad avere un volume leggermente maggiore dell’amigdala destra, legata alla sensibilità alle minacce. Ma queste differenze sono davvero minuscole, paragonabili, in termini di volume, a un seme di sesamo. E, soprattutto, non determinano in modo rigido il comportamento. Il vero campo di battaglia non è quindi un hardware fisso, ma la connettività funzionale, il modo, cioè, in cui i diversi circuiti comunicano tra loro in risposta all’ambiente sociale e all’esperienza.
Qui la ricerca diventa quasi inquietante. Un team guidato da Yang nel 2022 ha usato un sistema di deep learning (BrainNetCNN) per analizzare la connettività funzionale durante compiti apparentemente apolitici, quali classificare volti emotivi, elaborare ricompense monetarie, recuperare ricordi. Risultato: il cervello, anche quando non pensa esplicitamente alla politica, porta le impronte della sua ideologia. La connettività durante un compito di empatia è risultato il predittore più forte dell’ideologia moderata; la connettività durante compiti di ricompensa monetaria il predittore più forte dell’estremismo, sia di destra che di sinistra. Dunque: i moderati hanno cervelli funzionalmente più “empatici”; gli estremisti hanno cervelli più orientati alla logica del guadagno e della perdita.
La buona notizia, e ce n’è veramente bisogno, è che queste firme non sono un destino: il cervello è plastico, e le esperienze lo modellano.
7. Esiste una via d’uscita? Sì, ma non è data da “più fatti”
Se la dialettica è bloccata da barriere biologiche, l’istinto di fornire “più fatti” è non solo inutile, ma spesso controproducente. Ditto et al. (2024) lo formula con precisione implacabile: siamo bravi a usare le nostre capacità analitiche non per cercare la verità, ma per costruire argomenti migliori a difesa di ciò che già crediamo. E qui emerge il paradosso della competenza: le persone più istruite non sono più obiettive, sono solo più abili a razionalizzare. Vale la pena rileggere la frase, perché fa male. Vale la pena rileggere la frase, perché fa male. E poi guardarsi intorno. I casi di studio non mancano: in Parlamento, nei talk show, nelle università. Ovunque, insomma, dove la competenza è fuori discussione. Almeno secondo chi la possiede.
Per fortuna, la scienza non lascia spazio solo alla disperazione, ma indica anche alcune vie praticabili (Kahan et al. 2017). La “inoculazione cognitiva” (Ballarini et al. 2017), cioè avvertire le persone, prima dell’esposizione a un’informazione, che potrebbero essere influenzate da pregiudizi: ciò riduce significativamente l’effetto dei bias. Se, infatti, questo accorgimento non elimina il problema, crea tuttavia un momento di distanza tra lo stimolo e la reazione automatica. Il “perspective-taking”, cioè immaginare deliberatamente le intenzioni, le paure e le ragioni di chi la pensa diversamente, non per dargli ragione, ma per desincronizzare il circuito dell’ostilità verso l’outgroup, per smettere di dargli torto in automatico. Insomma, serve uno sforzo consapevole per andare contro ciò che il nostro cervello fa in automatico. E poi c’è una tecnica sorprendentemente efficace, supportata da decenni di ricerche: la “auto-affermazione”, cioè chiedere a una persona di riflettere sui propri valori positivi, non politici ma personali, quali famiglia, creatività, integrità, prima di un confronto difficile: ciò mette in sicurezza il senso del proprio valore (Cohen et al. 2014). Quando il cervello non si sente minacciato nell’identità, abbassa le difese. Il cambiare idea diventa meno costoso, biologicamente parlando. Si riapre, forse, la porta a quella sintesi che oggi appare come un miraggio.
Conclusione: smettere di credere di essere gli unici che ragionano
La dialettica non muore, dunque, per cattiva volontà. Muore perché siamo “progettati” per la coerenza interna e non per l’accuratezza fattuale, specialmente quando è in gioco la propria identità. Conoscendo questi meccanismi, possiamo imparare a riconoscerli e, almeno in parte, a disinnescarli o, almeno, a tenerli a bada. Il primo passo è smettere di chiederci “chi ha ragione” e iniziare a chiederci: “perché non voglio sentire l’altra campana”. Riconoscere che noi, non diversamente dai nostri avversari, stiamo guardando un film parziale, montato dalla biologia e dall’esperienza, e che scambiamo per la realtà. Riconoscere questo non è una sconfitta. È l’unica condizione sotto cui la sintesi torna possibile, non come schema logico ereditato da Fichte, ma come pratica faticosa, autenticamente socratica. Una pratica che richiede, per cominciare, qualcosa, purtroppo, di démodé (come la parola che uso, del resto): l’onestà di dubitare di sé prima di giudicare l’altro.
Il supporto non è mai neutro: dall’ansia di Platone al tablet
C’è un’ultima questione che questo percorso nel “cervello partigiano” non può eludere: il possibile ruolo del mezzo attraverso cui consumiamo l’informazione. Se la nostra biologia già ci spinge verso l’arroccamento, la tecnologia agisce da catalizzatore: non da causa prima, ma sicuramente da moltiplicatore di inclinazioni già presenti. Un amplificatore. E gli amplificatori non sono mai neutrali. I dati, tuttavia, vanno guardati con onestà. Lo studio di Anne M. Niccoli (2022), condotto su un campione però molto ristretto di studenti militari e presentato come conference proceeding, non è la pietra definitiva su cui costruire una teoria. Tuttavia, il segnale che trasmette è difficile da ignorare. La lettura su schermo, soprattutto su dispositivi mobili, favorisce una modalità rapida e superficiale: il cosiddetto skimming, cioè scorriamo, saltiamo, reagiamo. E ciò ha conseguenze ben precise: riduce la capacità di analisi e aumenta la tendenza a rispondere in modo automatico, facendoci guidare da emozioni e pregiudizi. Ad esempio, in compiti di interpretazione statistica (come quello valutato nello studio), l’accuratezza passa dal 60% su carta al 23% su tablet. Differenza statisticamente significativa. Non è solo questione di attenzione, ma di qualità del pensiero. Altre ricerche introducono sfumature da considerare. La meta-analisi di Fontaine (2021) suggerisce che il divario tra carta e schermo è lieve nella lettura generica, ma emerge con forza quando i testi diventano tecnici e richiedono elaborazione profonda. Ballenghein et al. (2020) ricorda che il tablet non è un nemico assoluto, ma un supporto ibrido che può favorire l’impegno cognitivo se guidato da un obiettivo esplicito. Teniamolo presente, ma senza usarlo come alibi.
Il filo che unisce queste ricerche è chiaro: il supporto digitale favorisce il pensiero veloce, impulsivo, guidato da euristiche: in pratica, il terreno d’elezione del ragionamento motivato. Lo skimming e lo swiping disattivano i filtri critici e lasciano campo libero alla reattività emotiva. Non è una questione di tecnologia cattiva e carta buona. È una questione di architettura cognitiva: certi ambienti favoriscono la riflessione, altri la premiano non facendola. E non è neppure una preoccupazione nuova. Nel Fedro, Platone guardava con sospetto alla scrittura, definendola phàrmakon, veleno travestito da rimedio. Temeva che l’uomo, affidandosi a segni esterni, smettesse di esercitare la memoria e la comprensione vera, accontentandosi di un’apparenza di sapienza. Secoli dopo, Eric Havelock ha letto quel passaggio come una ristrutturazione profonda del pensiero umano: dalla mente orale, emotiva, narrativa, alla mente alfabetizzata, capace di astrazione e logica lineare. La scrittura non cambiò solo il supporto: cambiò il pensiero stesso. Oggi stiamo forse assistendo a una nuova ristrutturazione, in direzione opposta. Non verso l’oralità pre-logica, ma verso qualcosa di più insidioso: una fruizione frammentaria e reattiva che erode la possibilità stessa della sintesi dialettica. Se Platone temeva che la scrittura ci rendesse immemori, la domanda che oggi ci si pone è se il digitale non ci stia rendendo acritici. E se la differenza, alla fine, sia davvero così grande.
Ma la “morte della dialettica” non è colpa del tablet: sarebbe troppo comodo. È il prodotto di un ecosistema, un “circo”, che preme sistematicamente i tasti della ricompensa dopaminica (proprio quella del “mi piace” e del like facile) e della difesa identitaria (“noi contro loro”, a dopamnina dell’aver ragione). Lo fa attraverso supporti progettati per tenerci incollati, non per farci pensare, dove il vero business è il tempo di esposizione, non la qualità del pensiero. Siamo in un territorio che conosciamo ancora troppo poco: tecnologia e neuroplasticità si incontrano in modi che non controlliamo del tutto, ma questa non è una ragione per restare a guardare. E il futuro della democrazia, una parolona, certo, ma da salvaguardare perché spesso preoccupantemente e disinvoltamente desemantizzata e svuotata (tanto da essere usata nel sintagma ossimorico “democrazia illiberale”), dipenderà anche dalla capacità di progettare ambienti digitali che non siano specchi dei nostri pregiudizi. Specchi che ci restituiscono sempre la stessa faccia compiaciuta, mentre dobbiamo attrezzarci con strumenti aperti alla complessità: la sintesi, vera, socratica, che ci obbliga a metterci sempre in gioco e a rischiare anche di sbagliare, richiede tempo e consapevolezza, non misurabili con un tocco sullo schermo.
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