Diari Toscani incontra il dottor Luigi Giovanni Cappellini, presidente della Fondazione Giovanni da Verrazzano. Proprietario del Castello di Verrazzano a Greve in Chianti, sebbene si definisca viticoltore, ama dire che è custode, non solo del luogo ma anche delle storie vissute all’interno di esso.

Dottor Cappellini, l’incontro di oggi è grazie al nostro amico comune Michele Pescini, sindaco di Gaiole, il quale, durante una conversazione, mi ha raccontato del battesimo di una barca, fatto a Firenze, con l’acqua del torrente Chianti. Acqua, Chianti, biciclette, Firenze, Ponte Vecchio, staffetta, Giovanni da Verrazzano, che correlazione c’è?
Dobbiamo partire da lontano… spero che il registratore abbia sufficiente batteria!. Nel ‘pacchetto’ che fa parte delle cose che voglio custodire bene, ci sono anche le memorie di Giovanni da Verrazzano, un personaggio fino a qualche decina di anni fa poco conosciuto. Un comitato formatosi qui a Greve, fra la fine degli anni ’50 e i primi degli anni ’60, aveva come obiettivo far conoscere e dare luce al navigatore-esploratore fiorentino, fra le attività promosse vi era il desiderio di intitolargli un ponte a New York, desiderio esaudito con l’inaugurazione nel 1964. Un altro intento era quello di battezzare un transatlantico che potesse collegare l’America con l’Europa.

Perché questo collegamento?
Giovanni da Verrazzano, al servizio di Francesco I di Francia, guidò una spedizione che partì da Dieppe, in Normandia, attraversò l’Atlantico e scoprì la Baia di New York. Questo transatlantico doveva ricordare il suo nome su quella tratta, ma, ad oggi, il transatlantico non è stato fatto. Tra le tante occasioni della vita, il comitato storico su Giovanni da Verrazzano è entrato in contatto con i Canottieri Firenze e, fra una parola e l’altra, è nata un’idea: “Perché non dedichiamo una barca a Giovanni da Verrazzano?” E siccome il nome è lungo, la barca doveva essere abbastanza grande.

E il progetto di costruire il transatlantico è stato messo da parte?
Non è detto! E chissà? Magari riusciremo a fare una navicella spaziale da dedicare a Giovanni da Verrazzano. Se dovessimo salutarci adesso sarebbe proprio con questo desiderio che mi congederei.

Perciò, l’idea nata fra una parola e l’altra si è concretizzata…
Il caso ha voluto che, quest’anno, i giovani, gli juniores della Canottieri Firenze, abbiano vinto i campionati italiani, abbiamo quindi pensato che questi ragazzi potessero crescere con una barca veramente competitiva, e ci siamo detti: “Perché non dargli una mano con la nostra Fondazione, con il nostro entusiasmo. Se non possiamo al momento avere il transatlantico, possiamo comunque avere una bella barca che, tutto sommato, anziché le acque oceaniche navighi in acque importanti come l’Arno a Firenze, con uno scopo stimolante e in qualche modo notevole.

Questo lo sviluppo dell’idea sulla barca, ma l’idea dell’acqua del torrente Chianti com’è nata?
Siamo incappati nell’inaugurazione della rassegna grevigiana del Chianti Classico dove il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ha lanciato la notizia che, così come il quasi sconosciuto Giovanni da Verrazzano, il corso d’acqua Massellone di Gaiole, che io conoscevo con delle storie mitologiche, avrebbe ritrovato il suo nome Chianti. Il Chianti che io vivo ha origine, è nato e si è costruito con ragioni storiche molto chiare, a volte forse anche un po’ dimenticate, proprio da lì, in quell’angolo di mondo, — a Gaiole e da quel corso d’acqua — come la scintilla della nostra storia.

Dalla scintilla al battesimo, qual è stato il suo ‘viaggio’ mentale, o sentimentale?
Mi sono detto: “Perché non pensiamo di battezzare il nostro ‘piccolo transatlantico’ con l’acqua del Chianti? È simbolico.” Ecco che abbiamo pensato a questo gioco, ci siamo confrontati e siamo stati presi per mano da Michele Pescini, il sindaco di Gaiole in Chianti, il quale, tra tutti i personaggi, non è secondo a nessuno nel rivendicare l’orgoglio del Chianti e i suoi valori.

Dottor Cappellini, penso che la parola ‘gioco’ che ha appena pronunciato abbia avuto un ruolo importante in quello che poi è stato il risultato del battesimo della barca che si è tenuto il 16 aprile di quest’anno…
Sì, esattamente, il pensiero è stato che avremmo voluto sognare, divertendoci in prima persona, cercando anche di essere vicini, fino in fondo, a quelle che sono le nostre abitudini e il nostro stato d’animo, e abbiamo voluto idealmente coinvolgere tutto il Chianti attraverso una staffetta in bicicletta che doveva essere qualcosa di romantico. Non doveva essere un racconto e basta, doveva essere un racconto scritto con il linguaggio che ci piaceva. Ci siamo perciò ritrovati con gioia con Michele che rappresenta non solo un talento personale, ma una riserva di cultura e saperi preziosissima su Gaiole.

Se dovesse dare un nome a questo connubio: Firenze e acqua del Chianti, quale sarebbe?
Sicuramente ci metto il cuore in quello che faccio, ma non è detto che adesso mi venga un nome con uno schiocco di dita, potrebbero essere tanti i nomi che rappresentano quello che abbiamo fatto. ‘Acqua’ sicuramente, noi siamo agricoltori, e l’acqua è vita, è l’identità più preziosa. Uno degli episodi raccontati da Giovanni da Verrazzano nella sua lettera, ha il suo culmine quando questi incontra l’amicizia dei nativi che gli offrono dell’acqua. L’acqua è purezza, e chi capisce questo capisce il valore che, secondo noi, può celebrare l’amicizia, lo sport, il confronto leale competitivo verso il mondo e che, in qualche modo, rappresenti la storia di un personaggio: Giovanni da Verrazzano, e con sé tutti i simboli più preziosi che può avere. La barca prende vita nell’acqua. Nella nostra civiltà la vera vita comincia col battesimo in abluzione o sbaglio?
Lei ha citato un episodio raccontato in una lettera di Giovanni da Verrazzano, quasi a voler sottolineare la gentilezza d’animo di quest’uomo. Come definirebbe questo personaggio?
Un navigatore gentiluomo. Giovanni da Verrazzano è un personaggio da scoprire, un personaggio che fa del ‘nuovo e sconosciuto’ che incontra un progetto edificante, di crescita culturale ed economica e che rompe tutti gli schemi del suo periodo.

Tornando alla staffetta: oggi siamo il risultato di coloro che nel passato hanno fatto staffetta per arrivare a noi. Una simbologia attuata anche in questa occasione: l’acqua che dal torrente Chianti è arrivata a Firenze con un passaggio di mano di alcuni ciclisti. L’acqua come elemento che unisce.
Sì, questa è stata una simbologia che lei ha colto. C’è stato un desiderio di rendere corale, partecipato, questo percorso che non è stato diretto, ma che ha voluto toccare anche tutti gli angoli del nostro Chianti proprio a rappresentare il Chianti torrente come il corso d’acqua di tutto il territorio chiantigiano, mi piaceva che la barca Giovanni da Verrazzano, e quindi il personaggio, potesse rappresentare una sua piccola universalità.
La sua passione per questo personaggio la si ravvisa in maniera molto forte, da dove arriva? Come nasce?
I luoghi di questo castello traspirano storia, basta ascoltare ciò che le pareti raccontano. Per fortuna il nostro ambiente chiantigiano permette di avere sia una dimensione di confronto col mondo, ma anche la possibilità di isolarti quando ne senti la necessità e che ti permette di appassionarti a delle storie. In questo caso ho avuto la fortuna di conoscere il personaggio Giovanni da Verrazzano in maniera semplice, raccontato da se stesso, leggendo i racconti che lui stesso ha lasciato, per me tutto questo è tracciante, sono molto affascinato da questo personaggio e lo studio in tutte le sue accezioni e, oggettivamente, mi sorprende sempre più, anche per la sua modernità.
Dottor Cappellini, dato che lei studia appassionatamente Giovanni da Verrazzano, le chiedo: simbolicamente che staffetta potrebbe averci porto, o ci ha porto, questo personaggio?
Vado molto in alto e forse, ora come ora, è anche chiaro quale può essere il messaggio di Giovanni da Verrazzano, simbolicamente molto efficace per quella che è la nostra civiltà, in quanto basata sul rispetto e su una raffinata cultura. Verrazzano, secondo me, è un personaggio che oggi andrebbe studiato e studiato ancora, soprattutto in momenti storici come questo, perchè rappresenta bene la civiltà fiorentina, quella parte di Firenze che con la sobrietà, e la semplicità, che è tutta chiantigiana, offre esempi straordinari. Verrazzano è un paladino della Firenze rinascimentale, ma forse con quello spirito che a noi piace pensare proprio chiantigiano. Mi sento di averlo compreso e conosciuto e spero di conoscerlo sempre di più e spero, quando mi viene data l’occasione, di raccontarlo, di spingere le persone, che ne sentano il desiderio, a conoscerlo meglio.

Desideri, progetti?
In parte sono quelli che le ho appena detto, aggiungo che mi piacerebbe mantenere vivo il personaggio che ha voluto essere un paladino dell’intraprendenza, sempre con grande rispetto e con sete di conoscenza.
E la navicella?
Chissà!
