“Il tatuaggio perfetto – quello per la cui creazione tutti lottiamo – è quello che ha trasformato un asino in zebra” Cliff Raven, tatuatore statunitense.
La zebra è uno degli animali più rappresentativi della fauna selvatica africana ed è un mammifero perissodattilo erbivoro che appartiene, come il cavallo, alla famiglia degli Equidi. I mammiferi perissodattili costituiscono un ordine di mammiferi euteri del quale fanno parte gli equini, i rinoceronti e i tapiri. I perissodattili sono conosciuti anche col nome di “ungulati” e hanno come caratteristica distintiva la presenza di arti con dita dispari e con asse portante sul terzo dito; perissodattili significa infatti imparidigitati. Le zebre sono presenti nelle zone orientali e meridionali dell’Africa e si distinguono con spiccata evidenza dagli altri membri della famiglia “Equidae” per le loro famose striature bianche e nere, o giallastre e bruno-rossastre, disposte verticalmente sui quarti anteriori e che spesso tendono all’orizzontale sui quarti posteriori. Oggi si riconoscono tre specie diverse di zebre e otto sottospecie. La “Zebra della steppa” o “Equus quagga” è la più comune e conta sei sottospecie, una delle quali è ormai estinta, mentre le altre cinque sono ampiamente presenti in Africa orientale e meridionale. Nell’africa del sud è molto diffusa invece la “Zebra delle montagne” o “Equus zebra”, che tende ad avere un mantello lucido con il ventre bianco e strisce più sottili rispetto alla zebra delle steppe, con la quale fa parte del sottogenere “Hippotigris”. Tra le tre specie di zebre viventi, la più grande è la “Equus grevyi” o “Zebra di Grèvy”, che ha la caratteristica di avere le orecchie grandi e arrotondate e le striature più sottili e fitte. Con la criniera sempre eretta e la testa lunga e stretta, questa zebra, che vive nelle zone semiaride di Etiopia, Somalia e Kenya settentrionale, è molto simile al mulo ed è l’unica rappresentante del sottogenere “Dolivhohippus” e purtroppo è in pericolo di estinzione.

Per quanto riguarda il rapporto con l’uomo, in passato sono stati fatti diversi tentativi di allenare zebre per l’equitazione poiché, rispetto al cavallo, hanno una migliore resistenza alle malattie africane. La maggior parte di questi tentativi è però fallita per l’imprevedibilità delle zebre e la loro tendenza al panico e all’aggressività quando sono sotto stress o si sentono minacciate; per questo motivo, alle zebre pure, si preferiscono le zebre-muli o zebroidi, ovvero incroci tra una qualsiasi specie di zebra e un cavallo, un pony, asino o mulo. L’uomo moderno ha avuto un grande impatto sulla popolazione delle zebre che erano, e purtroppo sono ancora, molto cacciate per le loro pelli e le loro carni. Questo e il fatto di essere in concorrenza con il bestiame per il foraggio, incide molto sulla “sopravvivenza” della zebra. La zebra della “Montagna del Capo” è stata cacciata addirittura sin quasi all’estinzione; nel 1930 erano sopravvissuti meno di 100 individui, oggi invece, grazie agli enormi sforzi di conservazione, la popolazione è aumentata e conta circa 700 esemplari, ma questa zebra non è comunque “fuori pericolo” e attualmente è protetta nei parchi nazionali. Anche la Zebra di Grèvy è in pericolo e, a causa delle ormai ridotte dimensioni della popolazione, le avversità ambientali, come ad esempio la siccità, sono in grado di mettere a rischio l’intera specie. Le “Zebre di pianura” sono invece più numerose rispetto alle altre, anche se nel tempo sono diminuite in numero considerevole a causa sia della caccia che della riduzione degli habitat disponibili.
“Sono a metà della mia vita e non so ancora se sono una zebra bianca a strisce nere o nera a strisce bianche!” – Dal cartone animato “Madagascar”.
La zebra è “un mammifero… nero a strisce bianche o bianco a strisce nere?”. Questa è una domanda ricorrente, molto ricorrente e praticamente da sempre, e anche se fa sorridere non è affatto una domanda banale; infatti ha una risposta tutt’altro che semplice, anzi assai complessa e che arriva dopo molte ricerche scientifiche. Dopo molti anni di studio e ricerca è stato scientificamente dimostrato che tutte le zebre, all’origine della loro vita, hanno un manto scuro, brunastro, che poi comincia a diradarsi e a perdere colore in alcune zone dove poi compariranno, una volta terminato lo sviluppo embrionale, le strisce bianche. Le strisce nere, invece, hanno un destino opposto; queste infatti, mantenendo la capacità di produrre pigmento, passano dal bruno al nero per l’intervento degli ormoni dello sviluppo, facendo così assumere a questo animale il suo caratteristico e curioso mantello a strisce. Risposto ad una domanda, un’altra ne sorge; se infatti è provato che le zebre hanno un manto nero sul quale poco prima della nascita si sviluppano le strisce bianche, è naturale domandarsi il perché di una colorazione così particolare.

Vari scienziati nel corso del tempo hanno studiato a lungo e in largo la vita e il comportamento delle zebre per cercare di capire a cosa servisse un mantello di tale colore. Da Darwin in poi sono state avanzate diverse ipotesi in risposta a questa domanda. Inizialmente ci furono studiosi che ritennero che questa colorazione permettesse alla zebra di riconoscersi e di distinguersi dagli altri equini, poi si resero conto che comunque di cavalli nella savana non ce n’erano molti e che in genere avevano comportamenti e abitudini troppo diversi dalla zebra, per cui non esisteva motivo di confusione tra di loro, ma soprattutto che le zebre non hanno necessità di riconoscersi attraverso “la vista”, perché lo fanno benissimo attraverso il loro ottimo fiuto, riconoscendo l’odore dei propri simili anche a grandi distanze. Altri scienziati ipotizzarono che le strisce nella zebra si fossero evolute per “scopi mimetici”. Secondo loro, infatti, attraverso il manto a strisce, le zebre sarebbero state in grado di creare confusione nei grossi predatori incapaci di riconoscere la sagoma della zebra in movimento. Ma se è vero che le strisce di un’intera mandria possono confondere i carnivori, una singola zebra isolata non può confidare nel mimetismo del suo manto per sfuggire ai predatori, come ad esempio per il leone, la cui vista, come chiarisce uno studio pubblicato nel 2006 sulla rivista scientifica “PLOS One”, riesce “a fondere” le strisce bianche e nere rendendo così ben visibile e riconoscibile la zebra. Inoltre, i predatori carnivori, per individuare la preda, non fanno uso solo della vista, ma anche dell’udito e dell’olfatto; ne consegue che le strisce per la sopravvivenza della zebra non sembrano poi così utili. Un’altra teoria molto particolare, però smentita da altri studi, è quella che ipotizzava che le strisce potessero avere un ruolo nella termoregolazione delle zebre, aiutandole a sopportare meglio la calura africana, creando sopra la superficie dell’animale delle correnti d’aria convettive in grado di rinfrescarlo. Oggi, tra le tante, la teoria più probabile e veritiera sembra essere quella legata alla lotta contro i parassiti dell’ecologista britannico Timothy M. Caro, secondo il quale mosche e tafani non riuscirebbero ad appoggiarsi sul dorso delle zebre perché incapaci a determinarne la profondità a causa delle strisce e del modo in cui queste riflettono la luce. Caro fece diversi esperimenti per dimostrare la sua teoria, come quello molto particolare ed eccentrico, se vogliamo anche molto divertente, di far indossare ad alcuni cavalli dei “pigiami” a strisce bianche e nere e contando poi quanti insetti e parassiti riuscissero a posarsi sugli animali così vestiti. Alla fine di questo esperimento, poiché il numero di insetti che erano riusciti a poggiarsi sui cavalli col pigiama erano effettivamente e significativamente in numero inferiore rispetto a quelli dei cavalli senza pigiama, l’etologo dimostrò che la particolare colorazione del manto della zebra può realmente risultare un vantaggio evolutivo nei confronti delle malattie trasmesse dai parassiti.

Mi è piaciuto informarmi e apprendere un po’ di più sulla zebra, un animale “semplice” nella sua fisicità per la somiglianza agli altri “parenti” equini, ma molto particolare per la colorazione del suo manto, e leggendo articoli, aneddoti e storie legate a questo animale, ho capito che sebbene le tante domande sul suo aspetto unico sembrano avere oggi una risposta scientifica certa e dimostrata, il mistero e la curiosità intorno alle “strisce” delle zebre, in fondo in fondo, non finiranno mai, e la fantasia di molti, grandi e piccini, sarà sempre pronta a viaggiare in cerca di risposte, a volte davvero “favolose”, tanto fantastiche quanto irreali, e anche molto spassose e divertenti.
“Sul mantello della zebra ci sono i tasti del pianoforte, ma nessuno ha ancora imparato a suonarli” Fabrizio Caramagna
