Nel nostro tempo ci sono frasi, termini, che fanno parte del quotidiano e forse non ne conosciamo la genesi. Ognuno di noi ha pronunciato un numero specifico su sollecitazione di un medico che ci spronava: “Dica trentatré.” Chi ha compreso prima di tutti che quel numero particolare, pronunciato serviva per provocare determinate vibrazioni e favorire l’indagine dello stato dei polmoni, è stato Guido Baccelli. Nacque a Roma il 25 novembre 1830 da una famiglia di nobili origini fiorentine. Guido Baccelli fu attratto dalla guerra d’indipendenza e nel 1848 tentò di arruolarsi, ma gli fu impedito dal rettore del collegio. Il 30 aprile Baccelli sfuggì al controllo del rettore e si trovò sulle barricate per difendere la Repubblica romana dalle truppe francesi. Intervenne suo padre che le relegò nella casa di famiglia di San Vito Romano. Guido Baccelli si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università “La Sapienza”, che in quegli anni era l’università pontificia. Tra il 1852 e il 1853 Guido Baccelli ottenne la laurea in medicina e chirurgia. Nel 1856 divenne supplente della cattedra di medicina politico-legale presso l’Arcispedale di Santo Spirito in Saxia, incarico che ricoprì fino alla morte. Guido Baccelli fu uno dei primi ad utilizzare uno stetoscopio, che in quel periodo aveva la forma di una piccola tromba, quindi veniva chiamato: “il medico che visita con la tromba”. Baccelli ebbe illustri pazienti, tra questi il più famoso fu Vittorio Emanuele II, allora re d’Italia. Lo curò con l’uso dell’ossigeno, ancora in fase sperimentale e alleviò al re la malattia polmonare della quale soffriva. In quella circostanza Guido Baccelli strinse amicizia con Umberto I, che divenne il nuovo sovrano dopo la morte di Vittorio Emanuele II. Guido Baccelli diede grande impulso all’indagine semeiotica, ossia i segni e sintomi per le terapie addominali e toraciche. Pubblicò tre volumi dal titolo: Patologia del cuore e dell’aorta, correva l’anno 1866. Oltre alla già citata invenzione del: “Dica trentatré.”, Baccelli in quegli anni fu uno dei protagonisti della lotta alla malaria, curando i pazienti che provenivano dalle zone paludosi dell’Agro romano. Nel 1878 Guido Baccelli pubblicò il saggio dal titolo: La malaria a Roma e fu incaricato di presenziare all’Esposizione universale di Parigi dal Governo italiano. L’epidemia malarica divenne terreno di scontro di Guido Baccelli con Angelo Celli. Il primo sosteneva che la causa dell’infezione fossero le zone paludose da bonificare, mentre Celli sosteneva che la causa fossero le zanzare anofele tipiche dell’habitat delle paludi. I due medici arrivarono al compromesso e furono determinanti per limitare e quasi debellare la pandemia malarica. Guido Baccelli fu il primo a sperimentare l’uso terapeutico delle iniezioni endovenose a base di chinino, al fine di accorciare i tempi di guarigione dei pazienti che sembravano spacciati. Nel 1870 ci fu la presa di Roma e Guido Baccelli, giurò, insieme ai professori universitari della Sapienza, fedeltà al re e le leggi del nuovo Stato unitario italiano. Per Baccelli si aprì una nuova carriera politica da affiancare a quella accademica e medica. Nel 1872 fu nominato Presidente del Consiglio superiore di sanità, ruolo che mantenne per quasi trent’anni. Fu eletto alla Camera nel 1874, come esponente della sinistra storica, affiancando un signore che si chiamava Giuseppe Garibaldi. Guido Baccelli entrò in quegli anni nel Consiglio comunale di Roma e si fece promotore delle leggi di bonifica idraulica, agraria e socio-educativa delle zone paludose e apportatrici di febbri malariche. Tra il 1881 e il 1890 Guido Baccelli ricoprì la carica di ministro della pubblica istruzione nel governo Cairoli, nei governi Depretis, in quello Crispi e nel governo Pelloux, perché in quegli anni per essere ministro della pubblica istruzione, dovevi essere laureato e culturalmente preparato, invece oggi si scambia la mafia per le brigate rosse, ma questa è un’altra storia. Durante le varie legislature, Guido Baccelli si fece promotore di molte iniziative delle quali possiamo ancora oggi goderne i frutti. Fece realizzare il Policlinico Umberto I, che venne inaugurato nel 1904, poi la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, che oggi si può ammirare nella sua attuale magnifica sede in Viale delle Belle Arti. Poi ancora si occupò, nel progetto di Terza Roma nello Stato unitario, di riportare alla luce le antiche vestigia, quindi fece riportare alla luce il Pantheon, isolando gli edifici che l’avevano accerchiato e abbattere i campanili che erano stati realizzati nel ’600 da Gian Lorenzo Bernini. Guido Baccelli si occupò degli scavi di Pompei e del suo progetto di maggior rilievo urbanistico e archeologico, la valorizzazione della zona monumentale dell’antica Roma, oggi conosciuta come Passeggiata Archeologica. Durante gli scavi del Foro Romano, venne alla luce la Casa delle Vestali, ossia il Tempio di Vesta, risalente al II secolo A.C. Nel 1911 morì sua moglie Amalia, sposata nel 1862 e dalla quale ebbe il suo unico figlio Alfredo, che divenne uno stimato scrittore e politico. Pur trovandosi in cattive condizioni di salute, Guido Baccelli fu protagonista delle radiose giornate del maggio 1915. Come convinto interventista volle partecipare alla seduta parlamentare presieduta da Antonio Salandra, fu la sua ultima apparizione politica. Fino agli ultimi giorni si prodigò per la cura dei malati e i feriti di guerra nei padiglioni del Policlinico Umberto I. Alla fine del 1915 Guido Baccelli si ammalò e morì il 10 gennaio 1916. Guido Baccelli è stato un medico, un antesignano di pratiche che hanno salvato e salvano migliaia di vite. È stato un politico illuminato che ci consente oggi di ammirare gli splendori di una Roma e di un’Italia meravigliose.
Guido Bacelli: “Dica trentatrè”
