Oggi vi porto a Farnetella. Prendete la strada che sale tra i boschi della Valdichiana senese. A un certo punto — non saprei dire esattamente dove — qualcosa cambia. I vigneti si ordinano come geometrie dipinte, i cipressi si mettono in fila come soldatini di guardia, le case di pietra color fulvo caldo cominciano ad apparire una dopo l’altra dietro le curve. L’aria ha un odore diverso. La luce rallenta. Avrete la sensazione precisa di star per varcare una soglia, come quando si apre un libro di favole e ci si accorge, già dalla prima pagina, che lì dentro le regole sono altre. Parcheggiate. Scendete. Guardate.

Le case sono di pietra locale, calde e antiche, e quando il pomeriggio le colpisce di fianco sembrano fatte di miele solidificato. Le tre vie del borgo scendono con una leggera pendenza, silenziose, come se aspettassero qualcuno. In fondo, il castello. C’era una volta un castello su questi colli. Benvenuti nella favola. Tre volte lo hanno abbattuto. Tre volte lo hanno riportato in vita. La prima volta, nessuno sa bene come andò davvero. Nel 1271 la Repubblica di Siena accusò Farnetella di alto tradimento e i Ghibellini cacciati dalla città avevano trovato rifugio qui. Ma furono gli abitanti ad aprire le porte, o furono i Ghibellini a sfondare le porte e a occupare le case? La storia non lo dice. Siena non aspettò la risposta: le truppe del Terzo di Camollia rasero al suolo Castelvecchio, il poggio sopra l’abitato, case e castelli insieme. Nel gennaio del 1295 gli abitanti supplicarono il Consiglio della Campana, dichiarando la propria innocenza. Un mese dopo, la supplica fu accolta. Tornarono, e ricostruirono il borgo dov’è ancora oggi: quella pianta a tre vie con la leggera pendenza, ispirata, dicono, alla struttura di Rigomagno. La seconda volta fu Messer Deo Guccio Tolomei, ribelle del comune di Siena, nel 1324: devastazione, saccheggio, incendio. Ricostruirono ancora, allargando la cinta muraria, più robusti, più cauti, più decisi. La terza volta arrivò un distaccamento dell’esercito di Carlo V d’Asburgo, nel 1554, reduce dalla battaglia di Scannagallo – quella che Giorgio Vasari immortalò nel Salone dei Cinquecento a Firenze. Questa volta Farnetella tenne. La posizione strategica del castello fece il resto. I castelli delle favole sono, per magia, inespugnabili. Questo lo è per ostinazione, che è una magia più rara e più vera. Ogni volta che cadeva, qualcuno raccoglieva le pietre e ricominciava. Senza sapere se avrebbe dovuto farlo ancora. In una favola così ci voleva un drago. E le colombe, naturalmente.
Il Vino: Il Drago e le Otto Colombe Toscana IGT 2020 – Fattoria del Colle – Donatella Cinelli Colombini

Il drago esiste davvero. Si chiama Carlo, è il marito di Donatella Cinelli Colombini, ed è l’unico uomo in una cantina di sole donne: le otto colombe dell’etichetta. Il vino nasce da Sangiovese, Merlot e Sagrantino, affinato diciotto mesi in piccole botticelle di rovere francese: quattro tonnellerie diverse, una per ogni vitigno, come si fa nei regni dove ogni cosa ha il suo posto. Nel bicchiere, il vino ruota lento, quasi non volesse cedere il suo segreto tutto in una volta. Rosso rubino intenso, brillante, con quella densità nel movimento che rivela estratto e materia. Al naso arriva con ordine e con mistero insieme: piccoli frutti rossi maturi, un’ eco di frutti esotici appena accennata, e poi le spezie, calde, precise, stratificate come un testo che si rilegge e ogni volta restituisce qualcosa di diverso. Profumo netto, raffinato, senza sbavature. La complessità che si svela con misura e senza fretta. In bocca è pieno, armonico, vellutato. L’acidità e i tannini non si contendono il palato: si accordano, come strumenti di un ensemble che ha provato a lungo. La ricchezza del gusto si distende, si assesta, e poi rimane: lunga, piacevole, con quella persistenza che è il segno dei vini che sanno di avere qualcosa da dire e si prendono il tempo per dirlo. Un vino che non si beve distrattamente. Un vino da favola, appunto.
L’ Abbinamento – Pane e Camembert

La pasta cede sotto le dita, bianca, tremante, con quel profumo acre e selvatico che sale e prende la testa prima ancora che la bocca abbia detto la sua. C’è qualcosa di antico e di carnale in questo formaggio, qualcosa che rimanda alla terra bagnata, alla cantina, al latte caldo. Lo si porta alle labbra e già il Sagrantino lo aspetta. fermo, scuro, con i suoi tannini che stringono e poi cedono, lentamente. Il Sangiovese porta il suo acido luminoso, taglia il grasso, lo affina. Il Merlot distende tutto in un finale lungo, morbido, quasi dolce. Il pane è lì : croccante, necessario, il basso continuo di questo piccolo banchetto da favola.
La Prescrizione

Andate a Farnetella. Andate in un pomeriggio di maggio, quando la luce è ancora alta e dorata e la campagna toscana sembra sospesa tra il sogno e il reale. Prendete la strada tra i boschi, lasciate che il borgo vi appaia all’improvviso dietro una curva i cipressi-soldatini, la pietra fulva, il silenzio. Sedetevi davanti al castello. Stappate la bottiglia del Drago e le Otto Colombe. Versate. E poi guardatelo davvero, quel castello. Immaginate il fuoco. Le mura che cedono, le pietre che rotolano giù per il colle, il borgo che diventa cenere e polvere e silenzio. Immaginate il vuoto: quel poggio spoglio, il vento che passa dove prima c’erano case e voci e vita. Immaginate la notte dopo, e quella dopo ancora. E poi immaginate le mani. Qualcuno che torna, che raccoglie le pietre una ad una, che le rimette al loro posto. Senza magia, eppure è magia. Il castello che riemerge dal nulla come nelle storie che si raccontano ai bambini quando fuori è buio e il mondo sembra troppo grande. Eccolo lì, davanti a voi, intero. Tornato. Il vino è nel bicchiere, rosso e vivo. Il formaggio scioglie la sua pasta morbida sul pane. Il sole scende sulle Crete e le tinge d’oro.
Siete dentro la favola. Godetevela.
Le coordinate 43.24328140081737, 11.700054848977272
