seconda parte
3. La dopamina dell’avere ragione: perché i fatti non servono
Perché un’evidenza schiacciante rimbalza contro le nostre convinzioni come un sasso contro un muro? Perché il cervello ci premia quando preserviamo, salviamo la coerenza del gruppo. Di fronte a informazioni in contraddizione con le nostre fedeltà politiche, il “ragionamento motivato” attiva il sistema della ricompensa, cioè lo striato ventrale e il nucleo caudato, che sono le stesse aree cerebrali che rispondono al cibo o al denaro (Westen et al. 2006; Lois et al. 2024). Il meccanismo è subdolo: l’informazione scomoda genera stress emotivo. Il cervello cerca una via d’uscita: razionalizza, minimizza, ignora. Quando ci riesce, riceve una scarica di sollievo. Così impariamo che ignorare i fatti funziona, mentre cambiare idea viene elaborato come un’esperienza dolorosa da evitare. Non è stupidità. È condizionamento operante. La differenza non è di poco conto. E che non sia proprio questione di quoziente intellettivo sembra dirlo uno studio del 2008 (Stanovich K. E. et al.) che, sulla base di sette diverse ricerche, segnala che la maggior parte dei bias, ivi compreso il nostro “cerco solo ciò che mi dà ragione”, non correla con l’abilità cognitiva: anche i più intelligenti ci cascano, perché il problema non è quanto sai ragionare, ma perché non vuoi farlo.
4. Identità contro logica: l’illusione di oggettività
Ricerche recenti (Jacoby et al., 2024) mostrano una dissociazione neurale netta. Quando discutiamo di argomenti politici tecnici (tasse, sanità, infrastrutture), usiamo circuiti cerebrali deputati al ragionamento socio-politico. Ma non appena il dibattito scivola sull’attacco identitario, il cervello riduce l’attività nelle aree analitiche (corteccia prefrontale dorsolaterale) e potenzia quelle della mentalizzazione (corteccia prefrontale mediale, giunzione temporo-parietale), usate per giudicare le intenzioni dell’avversario, quasi sempre ritenute malevoli, ovviamente. Non è uno spegnimento totale della logica. È una competizione tra reti neurali. E quando la minaccia identitaria è alta, le regioni emotive e sociali inibiscono parzialmente quelle analitiche. Il pensiero critico diventa più faticoso, meno accessibile. Il risultato è quella che i ricercatori chiamano “illusione di oggettività”: siamo sinceramente convinti di essere imparziali, di ragionare sui fatti, di essere gli unici adulti nella stanza. E questa convinzione è genuina, cosa che la rende ancora più difficile da scalfire. Riconoscersi in questo meccanismo richiede una dose di onestà intellettuale che, a quanto è dato vedere, non è merce diffusa. Anzi: è in via di estinzione, e non figura tra le specie protette.
5. Quando la memoria inventa il passato
Il pregiudizio partitico non distorce solo il presente. Distorce anche il passato. Ditto e colleghi (2025) documentano un fenomeno estremo: i partigiani arrivano a creare falsi ricordi di eventi mai accaduti, purché siano “congeniali”, cioè mettano in cattiva luce l’avversario o in buona luce il proprio schieramento. Uno studio classico (Frenda et al., 2013) lo dimostra con efficacia chirurgica. A democratici venne mostrata una foto falsa di George W. Bush in vacanza durante l’uragano Katrina: erano tre volte più propensi dei repubblicani a “ricordare” di aver già visto quell’immagine. Ai repubblicani venne mostrata una foto falsa di Obama che stringeva la mano ad Ahmadinejad: erano due volte più propensi dei democratici a “ricordare” quell’evento. Non mentivano consapevolmente. Ricordavano. La memoria non è un archivio neutro: è una narrazione coerente con chi siamo, con chi vogliamo essere, con chi vogliamo che l’altro sia stato. Archivio neutro, dunque, no. Narratore di parte, decisamente sì. Con tanto di revisioni in corso d’opera.
continua…
