Quando scavando nella vigna trovi un osso di mammut e vuoi celebrare l’evento storico archeologico lo fai dedicando proprio un vino, il “Mammut”, a questa scoperta. E’ la storia della Poderi di San Pietro, azienda vinicola che nasce nel 1998 a San Colombano al Lambro, ma la storia dei suoi proprietari inizia molto prima. L’azienda è a conduzione familiare per atto della famiglia Toninelli, agricoltori affermati nella zona già dal 1958. A pochi chilometri dalla cantina si possono trovare le altre attività della famiglia, tra cui l’Agriturismo Luna, impianti per la produzione di energia rinnovabile, allevamenti e culture cerealicole. Ciò che accomuna queste attività è la filosofia che conduce la famiglia Toninelli, ovvero all’insegna della genuinità per la valorizzazione della qualità dei prodotti, del territorio e dell’ambiente. Grazie alla sua storia San Colombano è destinazione di molti turisti; infatti, tra le attrazioni più gettonate vi è il maestoso Castello Belgioioso risalente al 1158, nel centro storico del paese a pochi passi dall’azienda.


Sempre risalente alla stessa epoca, tra le vigne della Poderi San Pietro sorge il suggestivo monastero benedettino “Villa Valbissera” risalente al 1100, dal quale il rosso Riserva DOC prende il nome: “Monastero di Valbissera”. La Valbissera è proprio la zona collinare dove le uve di questo vino vengono prodotte, nonché la stessa area dove sorge il monastero. Un passato ancor più antico visto che nella zona collinare dei vitigni dei Poderi San Pietro è stato ritrovato un osso di mammut. Su queste colline nasce il “Vino di Milano”. «Potersi vantare milanesi è un privilegio anche per i vini. E che Milano abbia un vino tutto suo è un miracolo di cui ancora non mi so capacitare». Così scrisse Gianni Brera nel saggio “Il DOC San Colombano. Una curiosità: il comune di San Colombano al Lambro è a tutti gli effetti un’enclave della città metropolitana di Milano tra le province di Pavia e Lodi, rimasto milanese grazie a un referendum dopo la costituzione della provincia di Lodi nel 1992. Si tratta comunque di un vino storico, la cui origine si fa risalire intorno all’anno Mille ed è certificata da un documento del 19 novembre 1371 di Galeazzo Visconti che riguarda in modo diretto l’intensificazione della coltura del Colle e che instaura una vera colonizzazione per bonificare ed abitare queste terre con il rilascio di campi e terre da roncarsi e mettersi a piantagione. L’origine dei vigneti, come peraltro del nome del paese e del vino, è da attribuire al frate irlandese Colombano, successivamente elevato al rango di Santo dalla Chiesa per l’opera di evangelizzazione compiuta. Non si sa se tra le due cose – vale a dire, in che modo, la viticoltura abbia aiutato l’evangelizzazione o viceversa – ma è bello pensare che una Doc abbia una così nobile origine”.


Tra i visitatori illustri c’è anche Francesco Petrarca, che fu ospite dei Visconti nel Castello di San Colombano nel 1353 e che scrisse “A piè del colle scorre il Lambro limpidissimo fiume”. Alta 147 metri sul livello del mare, la collina si alza di solo 75 metri dalla pianura circostante e nei suoi sette chilometri di estensione est ovest per due di larghezza tocca tre province e cinque comuni, che poi sono gli unici deputati alla produzione del San Colombano D.O.C.: Miradolo Terme (PV), Inverno Monteleone (PV), Graffignana (LO), Sant’Angelo Lodigiano (LO) e appunto San Colombano al Lambro (MI), dove all’interno del magnifico Castello hanno sede il consorzio e la sua enoteca.
Il San Colombano Rosso è formato da uve Croatina (30-50 per cento), Barbera (30-50 per cento) e Rara (massimo 15 per cento): può essere prodotto come vino di pronta beva, anche frizzante, oppure fermo come vino da medio invecchiamento (2-4 anni), anche nella versione Riserva se utilizza la menzione vigna seguita dal vigneto di provenienze, se le rese per pianta vengono contenute con il diradamento, se il vino ottenuto possiede caratteristiche di elevato pregio e se viene affinato in cantina per almeno 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di legno.
Il San Colombano Bianco, tranquillo o vivace, deve essere prodotto con uve Chardonnay (minimo 50 per cento) e Pinot Nero (minimo 10 per cento); anche in questo caso può portare in etichetta il termine Vigna ed il nome del vigneto di provenienza se soddisfa criteri di qualità
Poi c’è l’I.G.T. Collina del Milanese: bianco, rosso, rosato (fermo o frizzante), anche passito e novello, ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Lombardia ed iscritti nel Registro Nazionale delle varietà di vite per uve da vino. Va citata la Verdea, varietà particolare ottenuta grazie alle caratteristiche microclimatiche della zona e alla lunga tradizione locale. Infine il grande enologo Luigi Veronelli disse «Carichi di storia, i vini di San Colombano avevano solo bisogno di agricoltori che, presane coscienza, ridessero loro nobiltà. Questi agricoltori ora ci sono».
