prima parte
- Il tramonto della sintesi. Dal dialogo alla tribù
La filosofia antica ci ha lasciato un’idea potente e scomoda del dialogo: non una cerimonia di scambio di opinioni, ma un processo di smascheramento. Per Socrate, dialogare significava esporre la propria tesi all‘élenchos, alla confutazione, accettando il rischio dell’aporia, lo stallo che rivela l’ignoranza. Per Platone, la dialettica era il metodo più alto della conoscenza. Per Aristotele, uno strumento per testare la coerenza delle posizioni, distinguere l’opinione dalla verità dimostrativa. In tutti e tre, il dialogo autentico richiedeva qualcosa di faticoso: mettersi in gioco, modificare la propria tesi, tollerare l’incertezza. La triade “tesi-antitesi-sintesi”, spesso attribuita a Hegel, in realtà introdotta da Fichte, è qualcosa di radicalmente diverso: uno schema logico-matematico applicato al movimento delle idee, non una pratica dialogica vissuta. La distinzione non è accademica. È il punto di partenza per capire cosa è andato perduto.
Avete mai la sensazione, guardando un talk show politico o scorrendo i social, di assistere a un dialogo tra sordi? Due ospiti guardano lo stesso spezzone, lo stesso dato, la stessa dichiarazione, e ne ricavano descrizioni di mondi inconciliabili. Non è maleducazione. Non è solo malafede. È, in buona parte, la nostra mente.
Nei contesti comunicativi contemporanei, e in modo paradigmatico, appunto, nei talk show politici, non assistiamo né al dialogo antico, né alla dialettica moderna: assistiamo a una giustapposizione di monologhi identitari paralleli. Le caratteristiche strutturali sono precise: le domande non ottengono risposta, le obiezioni non vengono elaborate, il deragliamento sistematico sostituisce la confutazione. Ogni interlocutore si rivolge al proprio pubblico, non all’avversario, perseguendo non la verità ma il rinforzo dell’identità di gruppo. Alla base c’è un’incommensurabilità dei frame interpretativi: le parti politiche non condividono né i fatti, né i criteri di verifica, né lo scopo della conversazione. Stessi dati, due film diversi.
Ma perché? Da tempo sappiamo che la nostra mente non è un registratore neutro della realtà, ma una curatrice emotiva: costruisce attivamente una versione dei fatti che protegga la nostra identità sociale. E così facendo rende quasi impossibile quella che i greci chiamavano sintesi. Benvenuti nell’era dell’impermeabilità cognitiva. Vale però una precisazione epistemica che non è un vezzo accademico. Nel I secolo d.C. la sistemazione dell’opera aristotelica portava alla coniazione del termine metafisica (tà metà tà physiká), “ciò che sta oltre la natura”, per indicare le opere che studiavano ciò che non è oggetto dei sensi. Lo studio della mente ha qualcosa di metafisico? Da laici non possiamo che affermare che la nostra mente abbia sede nel nostro corpo: che sia nel cervello, nel diaframma (come immaginavano i greci) o in entrambi. Ma lo studio del cervello ci aiuta a capire perché la mente si comporta in un certo modo? Di nuovo, la risposta è largamente negativa. Studiare i meccanismi neurali del comportamento potrebbe aiutarci a capire come facciamo certe scelte, ma non perché. Affermare che certi circuiti cerebrali sono più coinvolti in una scelta piuttosto che in un’altra non ci spiega perché agiamo in quel modo. Il paradosso del terzo uomo di Platone è vivo e vegeto.

Ma se partiamo da questi presupposti cosa ci insegnano la moderna psicologia e le moderne neuroscienze sul come pensiamo? La psicologia e le neuroscienze moderne ci insegnano qualcosa e quel come può forse essere sufficiente a riscrivere la nostra idea di dialogo. Come è evidente, comprendere questo processo non è solo un problema comunicativo, ma richiede gli strumenti della neuroscienza politica: perché il “cervello vota” come vota, perché resiste all’evidenza contraria, perché la minaccia percepita attiva le stesse aree cerebrali di una minaccia fisica? Con il ricorso ad alcuni studi di neuroscienza politica cercherò di fornire qualche interpretazione.
2. Davvero non guardiamo lo stesso film.
Il punto di partenza è forse il più destabilizzante: persone di schieramenti opposti non stanno nemmeno percependo la stessa sequenza di eventi. Che la realtà venga percepita e raccontata in modo diverso è un fatto noto da tempo, studiato dalla psicologia sperimentale e forense, celebrato nell’arte: basti pensare al celebre e vecchio film Rashomon di Akira Kurosawa. Ma le neuroscienze hanno potuto confermare qualcosa di più radicale: i diversi film non sono frutto di menzogne o racconti pretestuosi, ma sincere interpretazioni della stessa realtà oggettiva.
Uno studio del 2023 di de Bruin e colleghi dimostra che non assorbiamo le informazioni come una telecamera: le “ritagliamo” spontaneamente in scene dotate di senso, secondo un meccanismo chiamato segmentazione temporale. La corteccia prefrontale dorsomediale (dmPFC) coordina questo montaggio. Ebbene: i cervelli di chi condivide la stessa ideologia si sincronizzano: vedono gli stessi inizi e le stesse fini. Quelli di schieramenti opposti, no.
Due persone che guardano lo stesso dibattito stanno, anche neurologicamente, vedendo film diversi. E, dunque, se non concordiamo neppure su dove finisce un fatto e ne inizia un altro, tesi e antitesi non possono davvero incontrarsi. Non è questione di volontà. Sbalorditivi i risultati di un esperimento ormai classico (Westen et al., 2006): lo stesso identico discorso, pronunciato da un politico del proprio schieramento o da uno opposto, attiva circuiti cerebrali radicalmente diversi. Nel primo caso, le aree della ricompensa, della fluidità cognitiva. Nel secondo, le aree del disgusto, del conflitto, della vigilanza. Ciò significa che non ascoltiamo il contenuto, ma la fonte. Questo spiega molte cose, no? La “ricezione partigiana”, nel pubblico, poi, si intrappola ancora di più esponendosi selettivamente, cioè seguendo solo le fonti che confermano le proprie idee, ma anche attraverso il rinforzo identitario, perché sentirsi dalla parte giusta è più importante della verità. L’effetto che ne consegue è che ognuno è convinto che il proprio rappresentante politico abbia vinto. In questo modo, il talk shaw non riduce la polarizzazione, ma, anzi, la alimenta. Un gesto appare più grave o più innocuo a seconda di chi lo compie; una frase sembra più convincente se attribuita al proprio leader; la sofferenza di chi è “dall’altra parte” suscita meno empatia. Significa, così, che non stiamo interpretando la realtà in modo diverso: la stiamo proprio percependo diversamente.
continua…
