Da bambina vivevo a Santa Clara, una piccola città nel cuore di Cuba. La mia casa era come tante altre: bassa, colorata, appoggiata alle vicine come se si sostenessero l’una con l’altra. Davanti, una strada stretta attraversava il quartiere, Calle José Martí, e oltre quella strada — come un sipario che si apre ogni giorno sulla stessa scena — c’era la fabbrica di tabacco. La fabbrica era un mondo a sé, vivo, pulsante, odoroso. Ogni mattina il suo respiro si mescolava a quello del quartiere: un respiro caldo di foglie secche, di terra umida, del sudore che impregnava le camicie degli operai. Eppure, nonostante la fatica, c’era qualcosa di magico che accadeva là dentro, qualcosa che arrivava fino a me, seduta sul davanzale della finestra, le gambe a penzoloni e il mento tra le mani. Era la voce del lector de tabaquería.
Il lector non era solo un lettore. Era un ponte tra mondi, un incantatore. Si alzava su una pedana sopraelevata, e dal suo microfono si diffondeva una voce forte, vibrante, che sembrava venire da un altro tempo. Tre volte al giorno leggeva per i lavoratori: notizie dai giornali come Granma o Juventud Rebelde, romanzi, poesie, racconti. C’erano giorni in cui leggeva Don Quijote, altri in cui recitava versi di Martí, e c’erano momenti più rari, e per me speciali, in cui la sua voce si faceva più lenta, più sottile, leggendo le fiabe fantastiche di Italo Calvino — che, mi dicevano con orgoglio, era nato a Cuba, proprio come me.
La fabbrica, in quei momenti, diventava un tempio. I lavoratori ascoltavano in silenzio, ma le loro mani non si fermavano: sceglievano le foglie, le tagliavano, le arrotolavano con gesti antichi e precisi, impugnando le chavetas come estensioni della memoria. Ma la mente viaggiava, e il cuore con lei. Se il lector era bravo, i lavoratori battevano le chavetas sul tavolo, un applauso metallico e corale; se era noioso o impreciso, le lasciavano cadere sul pavimento. Anche da bambina, capivo che quella era una forma di critica, partecipazione, giustizia popolare. Quella tradizione ha radici profonde. Mi raccontavano che era nata nel 1865 all’Avana, nella fabbrica El Fígaro, e che ancora oggi vive nelle grandi fabbriche di Cohíba, Partagás, Romeo y Julieta. Era talmente parte della nostra cultura che, nel 2012, fu dichiarata Patrimonio Culturale della Nazione. E c’era chi sperava che il mondo intero — persino l’UNESCO — potesse un giorno riconoscerne il valore.
Un giorno, il lector lesse una frase che mi trafisse il petto, anche se non riuscivo a comprenderla fino in fondo: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui…”. Mi colpì al punto che trattenni il respiro. Non capivo bene cosa volesse dire, ma sentivo che parlava di qualcosa che avevo sempre saputo senza poterlo dire. Fu in quel momento che capii: la letteratura non era solo fantasia. Era specchio. Era grido. Era resistenza. Scrivere, per me, non sarebbe mai stato un gioco o una decorazione. Era, ed è, un modo per esistere, per restituire voce a ciò che viene taciuto. Nel mio piccolo angolo di Santa Clara, con l’odore del tabacco nell’aria e le parole del lector che mi raggiungevano come onde, nacque la mia vocazione. Da allora, ogni volta che scrivo, è come se battessi anch’io la mia chaveta sul tavolo, in segno di approvazione, di lotta, di vita. Nel mio ricordo d’infanzia, la voce del lector de tabaquería non era solo una presenza sonora, ma quasi una divinità domestica. Eppure, crescendo, ho capito che quella figura aveva una storia più antica e più grande di quanto potessi immaginare da bambina affacciata al davanzale di Calle José Martí. Il lector non era soltanto colui che leggeva ai torcedores: era un nodo profondo tra cultura, lavoro e identità cubana. Era il cuore battente di un rito quotidiano che trasformava la fatica in resistenza e la parola in libertà. Il lector non veniva scelto a caso. Doveva avere buona dizione, una certa cultura, e soprattutto una voce capace di accompagnare per ore mani che arrotolavano tabacco senza mai fermarsi. Era parte integrante del processo di produzione, come se le parole si arrotolassero nei sigari assieme alle foglie. Era una figura tecnica e insieme simbolica, al punto che veniva considerato un auxiliar del proceso tecnológico, una figura imprescindibile al pari del maestro torcedor.
Quell’usanza, così profondamente nostra, nacque – come tutte le cose che resistono nel tempo – da una lotta. Le prime notizie documentate risalgono al 1865. C’è chi dice che il primo lector fu Antonio Leal, a Bejucal, nel 1864, pagato con una colletta dagli stessi operai. Ma la versione più accreditata è quella apparsa sul giornale Aurora dell’Avana, che racconta della prima lettura pubblica nella fabbrica El Fígaro il 7 gennaio 1866. Da lì, la voce si è fatta strada in altre fabbriche: Partagás, Montecristo, Romeo y Julieta. E non tutti i padroni erano favorevoli. Alcuni temevano che la lettura accendesse coscienze. E infatti era così. Il lector non leggeva solo romanzi, ma anche articoli politici, editoriali, opere che parlavano di giustizia e riscatto. In quei saloni affollati di lavoratori, la cultura diventava fermento. Il lector trasformava ogni officina in un’aula universitaria, ogni giornata di lavoro in una lezione collettiva. Era educazione, ma anche autocoscienza di classe. I lavoratori ascoltavano con attenzione. Se il lector era apprezzato, si udivano le chavetas battere sul tavolo in un applauso metallico e orgoglioso. Se deludeva, quelle stesse chavetas venivano lasciate cadere sul pavimento, come a dire: “la tua parola non ci rappresenta”. Era una forma di democrazia diretta, istintiva, culturale. E così, tra un’arrotolata e l’altra, nascevano sogni. Il Conte di Montecristo, letto a puntate in quelle sale, era così amato dai torcedores che diede il nome a una delle marche di sigari più celebri al mondo. Lo stesso accadde con Romeo y Julieta. Non erano solo titoli, ma miti condivisi, simboli di un desiderio collettivo di bellezza, riscatto e amore.
Oggi, a più di 150 anni dalla nascita di quella tradizione, il mestiere del lector è stato riconosciuto Patrimonio Culturale della Nazione Cubana. Ma il suo valore va oltre ogni etichetta. È memoria viva, ponte tra generazioni. È il suono di una voce che legge tra il fumo del tabacco e il rumore delle chavetas, e che ci ricorda che ogni parola ha un peso, ogni storia una radice, ogni silenzio un ascoltatore.
Yuleisy Cruz Lezcano
Laureata in scienze biologiche, con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna, lavora nella sanità pubblica. Ha pubblicato 17 libri di poesie, di cui uno bilingue in spagnolo-portoghese (“Doble acento para un naufragio”) e un libro di narrativa libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Collabora con blog letterari come redattrice (Circolo Letterario Vento Adriatico, Alessandria Today) e con il giornale letterario del Premio Nabokov, con il Corriere Nazionale, con il giornale online Odysseo, con la sezione italiana della rivista Masticadores, con il giornale online IlNewyorkese. È membro onorario del Festival Internazionale di Tozeur, Tunisia. Attraverso la sua attività anche di traduttrice dall’italiano allo spagnolo e viceversa, divulga la poesia italiana per diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e la poesia sudamericana e spagnola in Italia. Scrive in italiano e spagnolo. I suoi testi italiani sono stati tradotti in francese, portoghese, spagnolo, inglese e albanese. Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura” ha partecipato al Premio Strega Poesia 2024 ed è stato presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024. E’ attivista impegnata alla sensibilizzazione contro la violenza nei confronti delle donne attraverso conferenze ed eventi in tutt’Italia.
