I PERSONAGGI PRINCIPALI DI UNA CATASTROFE ANNUNCIATA
La SADE (1905 – 1962) e il suo fondatore: Giuseppe Volpi (1877 – 1947)
C’è un soggetto, un’entità, che raccoglie intorno a sé tutti i personaggi visti fino a ora, e anche altri che vedremo in seguito. Ed è anche il luogo in cui molte delle decisioni più importanti e controverse hanno preso forma. Si tratta della SADE, l’azienda in seno alla quale è nato, cresciuto, diventato realtà, e poi andato in fumo, il sogno del Grande Vajont. Non si può comprendere la storia del disastro senza parlare della SADE. Ed è parimenti impossibile impostare qualunque discorso riguardo quest’ultima, senza prima introdurre la figura di Giuseppe Volpi, il suo fondatore.
Volpi non fu un predestinato. Figlio di un ingegnere che in gioventù aveva combattuto per Garibaldi, ed avvocato mancato a causa dell’abbandono degli studi, dovuto alla morte del padre, fece rapidamente carriera nel ramo delle assicurazioni. In seguito costituì una casa editrice per potenziare e migliorare due pubblicazioni commerciali lasciategli dal padre, e nel 1899 fondò la sua prima società commerciale, la Volpi & C., molto attiva nei Balcani. Abilissimo nel costruirsi una rete di contatti di altissimo livello sia in Italia, sia all’estero, Volpi imparò presto che il potere non si esercita soltanto attraverso le cariche, ma soprattutto attraverso le relazioni. La sua verve imprenditoriale lo portò a essere protagonista di numerose attività, anche di carattere diplomatico, diventando un punto di riferimento per l’élite veneta e non solo. Nei primi anni del nuovo secolo fiutò l’affare della produzione e distribuzione dell’energia elettrica e nel 1905 fondò la SADE, Società Adriatica Di Elettricità. Con un capitale sociale di 2.5 milioni di lire, quasi tutti provenienti dagli investitori coinvolti nelle sue altre imprese, l’attività di acquisizione, potenziamento e collegamento delle centrali locali fu frenetica, come quella di progettazione e costruzione di nuovi impianti, dighe e canali per la produzione di energia idroelettrica. Già prima della Grande Guerra, la SADE era diventata quella che oggi definiremmo un’azienda leader nel mercato della produzione e distribuzione di energia elettrica. Nel 1917 costituì la società che progettò e realizzò Porto Marghera, terminato nel 1922, e naturalmente fu la SADE a costruire la grande centrale termoelettrica in grado di fornire energia a tutte le attività portuali, nonché all’intera città di Venezia. Un’opera che si rivelerà di capitale importanza per lo sviluppo non solo dell’area, bensì dell’intero paese.
Ma fu il 1925 l’anno decisivo per il giovane rampante Giuseppe Volpi, divenuto nel frattempo I° conte di Misurata e governatore della Tripolitania.
Come la maggior parte della classe dirigente italiana del periodo, Volpi aderì al fascismo più per convenienza che per vicinanza ideologica. Nonostante questo, è impossibile non considerarlo una figura di rilievo del regime. Prese la tessera del Partito Nazionale Fascista nel 1922, e nel 1925, lasciato l’incarico di governatore, Mussolini lo nominò Ministro delle Finanze, anche grazie ai suoi successi imprenditoriali e alla sua profonda introduzione nei circoli politici ed economici internazionali. Fu senatore del Regno d’Italia in ben cinque legislature, dal 1922 al 1943, con una lunga serie di incarichi parlamentari di primaria importanza. La commistione tra affari e politica compì, con Volpi, un deciso salto di livello, grazie ai suoi innumerevoli interessi e all’importanza che stava velocemente acquisendo la SADE nel panorama industriale italiano dell’epoca. Non che nei decenni precedenti fossero mancati imprenditori entrati in politica e diventati ministri, ma Volpi rappresentò un caso particolare, in quanto non era un semplice imprenditore, bensì colui che controllava, grazie alla SADE, praticamente l’intero comparto della produzione e distribuzione dell’energia elettrica (termica ed idraulica) in Italia, un settore di vitale importanza per dare lo slancio definitivo allo sviluppo del paese, obiettivo che il regime aveva disperatamente bisogno di raggiungere in tempi brevi, per stare al passo con le altre grandi potenze europee.
Volpi lasciò l’incarico di ministro nel 1928. In seguito, dal 1934 al 1943, fu presidente di Confindustria, e questo gli assicurò un seggio permanente in tutte le riunioni del Gran Consiglio del Fascismo che si svolsero durante la sua presidenza. Grazie a questa carica si fece promotore ⎼ ancor più di quanto non avesse già fatto in qualità di ministro ⎼ degli interessi del capitalismo italiano presso il regime, assicurando a quest’ultimo sostegno e collaborazione da parte degli imprenditori e degli industriali. Nel 1938 arrivò alla presidenza del Consiglio di amministrazione delle Assicurazioni Generali. Nel 1943 Mussolini rimosse Volpi dalla presidenza di Confindustria, e questo non gli consentì di prendere parte alla famosa seduta del Gran Consiglio del Fascismo che nella notte fra il 24 e il 25 luglio determinò la fine del regime. Durante quest’anno particolarmente convulso, in cui venne persino arrestato per qualche giorno, mentre la sua salute andava aggravandosi rapidamente, trovò la lucidità per pensare al destino del progetto Vajont, l’opera più ambiziosa della SADE, quella che più di qualunque altra avrebbe lasciato un segno imperituro nella storia delle opere di sbarramento fluviale, un gioiello ingegneristico destinato ad essere il faro di tutti gli studi e le opere successivi. Ebbe la lungimiranza di capire che l’Italia era sull’orlo di un cambiamento epocale, e che era destinata ad essere guidata da chissà quali forze politiche e quale classe dirigente. Sapeva che la SADE gli sarebbe sopravvissuta, in quanto ormai praticamente monopolista del mercato dell’energia in Italia, ma sapeva anche che la sua assenza fisica dalle poltrone, dai circoli e dai salotti che contavano, rischiava fortemente di togliere potere alle iniziative che avessero preso le sue imprese. Si trattava di agire subito, perché di lì a poco, forse, non sarebbe più stato possibile. Quindi trovò il modo di attivare la sua influenza su quello che rimaneva del morente governo fascista, contribuendo a far riunire, in quella fase ormai convulsa e terminale del regime, lo sparuto Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che approvò, in modo del tutto irregolare, il progetto del Vajont. Verso la fine del 1943 lasciò la presidenza della SADE all’ingegnere Achille Gaggia, che restò alla guida dell’azienda fino al 1953.
Nell’immediato dopoguerra subì una serie di procedimenti giudiziari per presunte responsabilità durante il regime fascista. Fu accusato di aver concorso all’annullamento delle garanzie costituzionali e, in qualità di Ministro delle Finanze, di aver favorito la formazione del regime fascista, nonché di aver contribuito al suo mantenimento, anche durante i suoi nove anni alla presidenza di Confindustria. A causa delle sue condizioni di salute, non comparì mai davanti ai giudici. Grazie all’amnistia di Togliatti e alle testimonianze in suo favore di autorevoli personalità antifasciste, Volpi fu prosciolto da ogni accusa. Queste testimonianze favorevoli erano dovute al fatto che la SADE, sotto la guida di Achille Gaggia, dopo anni e anni passati accanto ai vertici fascisti grazie a Volpi, aveva finanziato la resistenza partigiana veneta con un formidabile contributo di denaro (dagli undici ai tredici milioni di lire, una somma enorme). Anche grazie a questa mossa la SADE si radicò ancora più in profondità nel tessuto della nuova Italia che stava nascendo, permettendole di continuare ad agire quasi indisturbata nelle sue manovre al limite del lecito ⎼ e spesso ben oltre ⎼ per raggiungere i propri obiettivi riguardo la costruzione della diga e la successiva gestione dei problemi idrogeologici.
Al momento della sua fusione nella neonata ENEL, a seguito della nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962, la SADE aveva 7.000 dipendenti, dei quali 100 erano dirigenti, 2.700 impiegati e 4.200 operai interni. Per le scelte costruttive (una per tutte, la diga del Vajont, appunto) e per tutti gli aspetti della produzione di energia idro e termoelettrica la SADE fu un’azienda costantemente all’avanguardia, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Un esempio? Il primo calcolatore elettronico installato in Italia, fu utilizzato proprio dalla SADE per la costruzione della diga del Vajont. E ancora: nel 1957, Semenza e il suo braccio destro Biadene vennero chiamati in Giappone per collaborare alla progettazione e alla costruzione della grande diga di Kurobe, a tutt’oggi la più alta del Giappone, con i suoi 186 metri di altezza, e la più grande diga a cupola del mondo, grazie ad un coronamento lungo quasi mezzo chilometro.
Fu Vittorio Cini, grande amico di Volpi e come lui ex ministro del regime, il presidente sotto il quale si consumò la tragedia. Ciononostante il suo nome non venne inserito tra gli undici imputati del processo de L’Aquila. In quella sede Cini comparì davanti al giudice, ma venne dichiarato completamente estraneo ai fatti, in quanto la sua conduzione della società fu riconosciuta come puramente finanziaria, senza alcun coinvolgimento tecnico-decisionale nei progetti dell’azienda.
Volpi morì nel 1947, a 70 anni.
Non visse abbastanza per vedere realizzato il “suo” Vajont, e chissà come avrebbe gestito i tre anni che hanno portato al disastro, se fosse stato ancora vivo. Come per tante altre domande che attraversano la storia del disastro, anche questa è destinata a restare senza risposta.
