Diari Toscani incontra Dina Filippi, coniugata Capitini. Nata nel 1937 a San Martino, un piccolo paese vicino a Castagnoli in Chianti dove vive da quando era adolescente. Durante il periodo della guerra è stata sfollata al Molino della Balza, poco distante dal luogo dov’è nata.

Dina, perché per un breve periodo della sua infanzia ha vissuto in un mulino?
Perché sfollammo, la mia mamma, Viola e io, durante il periodo della guerra. Insieme a tutti quelli del paese ci portarono al Molino della Balza, che si trovava nel bosco. Per arrivarci dovevamo fare un sentiero in discesa, prima era una strada buona, ci si camminava bene, ci passavano anche i bovi, ora è diventato tutto un ‘macchiaio’, ci passano solo i cacciatori, io non ci vado più da tempo.
Del mulino cosa è rimasto?
È distrutto, sono rimasti i ruderi. Oltretutto, dopo qualche anno che era finita la guerra, prese fuoco.
Di chi era la proprietà?
Della famiglia Ricasoli Firidolfi, probabilmente fino agli anni ’70. Nella zona i possidenti erano loro.
Voi eravate sfollati al mulino, ma nella vostra famiglia nessuno era mugnaio, immagino…
No, noi non eravamo mugnai. All’epoca c’erano il mugnaio, sua moglie, il figlio e la nuora.
Erano momenti difficili: chi portava il grano a macinare al mulino?
Le persone dei dintorni. Quelle povere, quel poco che avevano, e poi lo portavano anche quelli che ne avevano di più. Dopo averlo macinato il mugnaio metteva la farina nei sacchi e glielo consegnava lui con una somara. A noi che eravamo più poveri, il mio nonno dava un po’ di grano, oppure il comune ci passava qualcosa. C’era la guerra, erano tempi duri.

Lei ha detto che sfollaste con la mamma, e il suo babbo dov’era?
Il babbo Ernesto fu richiamato nel ’40, io sono nata nel ’37, avevo tre anni quando lui partì e io rimasi sola con la mamma. Stavamo a San Martino, proprio qui vicino a Castagnoli, e non avevamo niente, ma niente niente. Ci aiutavano un po’ le mie zie materne e quando ero un pochino più grande la mamma mi portava dal suo babbo, il mio nonno Antonio, chiamato Lo Zatto, a casa sua, lui era contadino. La mia mamma e le mie zie in tutto erano quattro, più i nipoti, e in tempo di guerra eravamo tutti lì, ci voleva un gran bene, però spesso diceva: “Le figlie quando si sposano dovrebbero prendere il treno e tornare solo a Natale, io invece le ho sposate tutte a Castagnoli e sono sempre qui fra i piedi a mangiare con tutti questi nipoti!” Io bambina mi chiedevo perché il nonno dicesse così, la ragione era proprio per quel motivo, anche perché il nonno era preoccupato che arrivasse il fattore e che ci trovasse tutti lì. C’era anche un maschio, ma lui non partì in guerra, partirono due cugini. Uno andò in Grecia e uno andò in Russia, quest’ultimo tornò con i piedi congelati.

E il suo babbo quando tornò?
Tornò nel ’45, venne su con gli americani. La mia mamma pensava fosse morto perché non aveva più avuto sue notizie. E io quando lo vidi non mi ricordavo neanche come fosse, erano passati quasi cinque anni da quando lo avevo visto l’ultima volta.

Cosa ricorda della casa di San Martino?
Che era una casina piccola e che non avevamo soldi. Ce l’aveva data Quirino Nannini il fratello del pasticcere, Guido, di Siena e di Ovidio che aveva la bottega a Castagnoli. Questo Quirino lavorava i maiali di tutte le fattorie dei dintorni. In inverno partiva e stava via fino a primavera proprio per andare a lavorare i maiali. Quando ci dettero questa casina piccola non ci chiesero la ‘pigione’, l’affitto, l’accordo era che la mamma desse un’occhiata alla loro casa e le sere che rientravano dal lavoro gli preparasse qualcosa da mangiare, e noi mangiavamo con loro.
Quando andaste al mulino?
Nella primavera del ’44 e ci rimanemmo fino al luglio dello stesso anno, fu quando la mamma si rese conto che non era più possibile stare lì, c’erano le cannonate, pensi che una volta la testata del mio lettino si ritrovò per strada! C’erano tante persone sfollate, lì al mulino, alcune venivano anche da Siena, fra queste Dorina, la figlia del pasticcere Guido Nannini.
Cosa si ricorda del mulino, cosa l’affascinava?
Mi affascinava il fiume, e mi affascinavano i signori che ci raccontavano le novelle proprio stando lì al fiume e poi mi piacevano gli animali: polli, anatre, bovi.
E il mulino in quel periodo macinava?
A un certo punto non venne più fatta la macinatura, era tutto fermo, eravamo nel pieno della guerra, a noi sfollati avevano dato tutte le stanze in basso, c’erano anche le bestie, eravamo tutti ammassati, tutti insieme. Invece di sopra, nella casa, ci stava la famiglia con qualche persona più altolocata. Venne anche il mio nonno, quando arrivarono i bombardamenti grossi, laggiù c’era un ammasso di gente! Erano tempi duri e pericolosi, i tedeschi prendevano i bovi e tutto quello che riuscivano a razziare, pensi che entrarono nella casa del nonno, e presero tutte le patate, oltretutto lì avevano fatto il posto dove facevano da mangiare, davano il rancio, tutti i fondi venivano depredati.
Torniamo al Molino della Balza: sicuramente il cibo non abbondava, come facevate quando eravate proprio alle strette?
Ricordo che una volta, sul tardo pomeriggio, la mamma mi disse che saremmo andate dalla zia Ida alla Casa al Gallo per prendere ‘qualcosina’. E così si fece la strada nel bosco. Quando arrivammo vicino alla casa si videro tanti tedeschi: chi si lavava alla pozza, chi mangiava, insomma ce ne erano tanti. La zia Ida ci vide dalla finestra e ci fece cenno di andare via, allora la mamma fece finta di fare l’erba e pian piano tornammo al mulino, a mani vuote perché non fu possibile prendere niente. Oltretutto, la zia più giovane, Anna, che viveva ancora in casa, era stata mandata via perché con tutti quei tedeschi avevano timore che le succedesse qualcosa, erano sempre ubriachi e arrabbiati perché dovevano ritirarsi.
Come trascorreva la giornata al mulino? Quando si alzava?
Ci si alzava presto, e si andava a fare la pipì lungo il fiume. Ricordo che c’era una grande muraglia che teneva tanta acqua, quella che arrivava dalla montagna, che era quella che poi arrivava al mulino per poterlo far lavorare, per macinare ci vuole l’acqua; giù in basso in un casottino c’erano dei rubinetti che il mugnaio apriva all’occorrenza. Insomma lì ci si lavava, e poi stavo insieme agli altri bambini, si giocava al fiume. Dove c’era la muraglia non potevamo andare perché era pericoloso.

È tornata negli anni al mulino?
Sono tornata in zona per andare nel bosco a fare gli asparagi o i funghi, ma dentro il mulino non ci sono più entrata. Negli anni è andato in rovina, ora è un rudere. I mugnai vecchi, marito e moglie, morirono, rimasero il figlio e la nuora. Quando il figlio ebbe una paralisi, dopo che fu passata la guerra, lo dovettero lasciare.
Lei ha sempre vissuto in zona?
Sì, sono nata a San Martino e poi sono venuta a vivere a Castagnoli. Non mi sono mai spostata, ricordo che però, da bimbetta, mi piaceva tanto andare a Gaiole, anche dopo ci andavo volentieri. Andavamo scalzi e ci portavamo le scarpe dietro, arrivati ai lavatoi prima di entrare in paese ci fermavamo, ci infilavamo le scarpe e proseguivamo.
Perché le piaceva andare a Gaiole?
Perché c’erano i negozi belli, anche quello delle stoffe. Ora non è più così!
Le manca la vita pulsante del paese?
Sì, mi manca la vita di paese com’era prima: pieno di botteghe, con la gente buona che si faceva tanta festa quando si incontrava per strada, ora c’è tutta questa ‘furia’, tutti di fretta.

Anche la vita dei bambini è cambiata tantissimo da quel tempo
Sì, e parecchio. I bambini stavano insieme, si stava nelle aie a giocare, anche al mulino c’era l’aia e si giocava lì e poi si ascoltava quelli più grandi. Anche prima c’erano quelli più intelligenti, e quelli che lo eravamo meno si imparava da loro. Si stava insieme, si cresceva insieme. Ora con questi ‘pispolini’ non sanno parlare, non parlano più, sempre con il capo basso.
I pispolini sarebbero i cellulari?
Sì! stanno tutti lì a spippolare, senza parlare.
Dina, lei è molto brava a descrivere il luogo e le situazioni, mi aiuti a entrare ancora di più dentro quei momenti attraverso le sue percezioni: c’è un suono, un rumore che lei ricorda bene?
Sì, c’è. Il rumore dell’acqua che correva veloce che doveva scendere in questa muraglia dove il mulino macinava.
Quindi l’acqua scorreva lungo questo sentiero?
Era un viottolo abbastanza stretto, e vicino al mulino in terra c’erano delle lastre, nel mezzo ci passava l’acqua, su queste lastre le donne ci lavavano. Da una parte c’era il greppo, dove si doveva stare attenti, e accanto c’era l’acqua che scorreva forte! Ho un ricordo legato proprio a quel corso d’acqua. La mamma mi aveva preparato la cartellina della scuola, era nera, e dentro c’erano il quaderno, le matitine e poc’altro; quando si sfollò per andare al mulino, si presero quelle poche cose che avevamo, io presi la mia cartellina alla quale tenevo tanto, poi una sveglia che aveva un piccolo manico, e poi i sandalini che però mi tolsi, dopo che la mamma mi suggerì di farlo, per non scivolare lungo quel tratto nel bosco e soprattutto lì dove c’erano quelle pietre. Così, insieme a tutti quelli del paese di San Martino, si partì, eravamo in tanti, una ventina. Non so come feci, ma successe che mentre in una mano avevo la cartellina e la sveglia e nell’altra tenevo i sandalini, un sandalino mi cadde nell’acqua e corse via. Mi misi a piangere, ma la mamma mi consolò e disse che avremmo trovato un’altra scarpa. Di lì a poco iniziai a dire una cosa: “Accidenti alla guerra! Accidenti ai tedeschi!”

Con la mamma avete perciò vissuto dall’inizio della guerra a San Martino poi ogni tanto andavate dal nonno e infine al Molino della Balza. Cosa ricorda dei primi bombardamenti?
Quando iniziarono i primi bombardamenti ci portarono a casa del sor Arturo, a San Martino, prima di andare al mulino. Da Monteluco sparavano per sfondare dalla parte di Montegrossi; a Cacchiano gli americani sparavano ai tedeschi e i tedeschi sparavano agli americani, e ovviamente c’era la gente sotto! Allora ci portavano nelle cantine di sor Arturo, anche lì eravamo tutti pigiati. Un ragazzo più grande di me, Remo, una volta salì a una finestrina proprio in cima e vide i carrarmati che passavano. La sua padrona era una signora fragile, sensibile, e lui le disse: “O padrona! Se vedesse! Passano a ‘cataste’, vedesse quanti carrarmati, vedesse che visi neri che c’hanno!” Ero piccina e volevo vederli anch’io. Chi li aveva mai visti i neri?
Odori particolari che ricorda di quel periodo?
Profumo di bosco e di biancospino, quei fiori che nascono spontanei, neanche il giardiniere più bravo riuscirebbe a farli venire belli e profumati in quel modo. Oggi i boschi sono cambiati, sono stati devastati, quegli odori mai più ritrovati. Anche il pane aveva un profumo diverso, era favoloso, così come gli affettati e, anche se avevamo poco, erano buoni. Non sono più così. Il profumo di quel salame e di quel prosciutto mi è rimasto nel cuore.
Persone che ricorda in particolare?
Durante quel periodo venne mandato qui, a Castagnoli, il professor Sarto, un medico bravissimo, era di Siena, e aveva una moglie parecchio bella, che era amica di Dorina Nannini. E poi mi ricordo tutti i bambini e le bambine con i quali stavamo insieme, andavamo a scuola su, al castello di Castagnoli. C’era una stanza che era la classe. La mattina la maestra faceva lezione alla terza e alla quarta, il pomeriggio alla prima e alla seconda. I bambini arrivavano dal circondario, anche da più lontano, una volta mi ricordo che in classe eravamo in ventisette!
E andavate da soli, giusto?
Ora mi fanno ridere, certo che andavamo da soli, ora questi ‘cittini’ li accompagnano fin davanti al portone, queste mamme sempre appiccicate ai figlioli.
Altre persone che ricorda di quel periodo?
Ero piccina, ma ricordo che erano quasi tutti fascisti e litigavano con quelli che erano comunisti. Io ero tanto tanto ‘innamorata’ di Olga e di Pia, la mamma di Olga, che lavoravano con la rocca, filavano. Io bambina stavo volentieri con loro che facevano questi lavori perché mi raccontavano le novelle, le storie, la sera ero sempre a veglia a casa loro, qualche volta sono anche rimasta a dormire. Una sera, verso le 10, Olga venne su dalla stalla con un crino, noi si chiama ancora così la cesta di vimini, e ci mise un pane, un fiasco di vino, un pezzo di maiale, che fosse spalla o prosciutto, delle salsicce, un pezzo di formaggio. Io vidi tutto quel bendidio e mi fece venire fame… insomma, coprì tutto con una pezzola a quadri e andò via con una lanterna. Io curiosa chiesi a Pia: “O dove va Olga?” lei mi rispose che aveva da fare. Loro erano comunisti, e qui intorno erano tutti fascisti. Dopo sette, otto giorni, Olga rifece la solita ‘musica’, arrivò con il crino e di nuovo ci mise dentro da mangiare. Fatto si è che io a un certo punto, prima che andasse via, mi misi davanti e le chiesi dove andasse con quel crino pieno di cibo. Allora lei, me lo ricordo come fosse ieri, mi prese sotto le ascelle, mi sollevò e mi mise a sedere sopra il tavolo e mi disse: “Senti, io te lo dico dove vo, ma tu non lo devi dire a nessuno. Me lo prometti?” Io promisi dicendole che non lo avrei detto mai mai, però che me lo dicesse. E così lei mi chiese se avessi visto i suoi fratelli in quei giorni, io risposi che no, non li avevo visti e lei disse: “Perché sono nascosti nel bosco, lontano lontano e io gli porto da mangiare, di nascosto, sennò i fascisti ci ammazzano.” Stetti attenta, zitta, e d’allora non dissi mai niente, ho mantenuto questo segreto per tanti anni, fino a quando fu tutto finito e poi ancora, avrò avuto trent’anni quando lo raccontai.
Passata la guerra i tempi non furono facili comunque, forse c’era qualcosa in più da mangiare, come veniva conservato il cibo?
In dei pozzi profondi. Il burro e la carne venivano messi dentro una cassetta e calati con una fune per stare al fresco, pensi lei com’era diversa la conservazione. Veniva incartato tutto nella carta gialla che poi: attenzione a non sciuparla! Non veniva mica buttata via eh? Venivano fatti dei quadrati e attaccati a un gancio nero, nelle latrine… immagini lei a cosa servivano!

Prima mi ha accennato che il mugnaio consegnava la farina a domicilio a quelli ‘che stavano meglio’…
Sì, proprio così, il mugnaio portava alle famiglie, ‘un po’ più su’, delle belle balle di farina, le caricava sulla somara, si partiva dal mulino e su per il bosco per arrivare a Castagnoli. Ai poveri non avrebbe consegnato niente! Noi, quando non si sapeva come fare, si andava a chiedere, ci davano un pochina di farina che stava nel palmo delle mani.

Dina, lei ha fatto con le mani il gesto del contenere la farina, poco più di un pugnello! C’è un modo di dire, qual è?
A giumella!
Aspetti, andiamo a vedere su Google cosa significa ‘a giumella’. Eccolo: dal latino ‘gemella’ tenere la mani unite che formano una concavità. C’è scritto proprio che in questo modo si misura una quantità, esattamente come una ‘giumella di farina.’
Ecco, proprio così. E con quella giumella di farina e un po’ di aggiunta, quella che riuscivamo a trovare, si faceva il pane con il lievito madre. Era così buono!

