La situazione ambientale e sanitaria in Puglia, in particolare nell’area di Taranto, rappresenta da anni uno dei casi più studiati e controversi in Europa. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato un legame tra l’inquinamento industriale, soprattutto legato al polo siderurgico, e un aumento di malattie e mortalità nella popolazione. Nei quartieri più vicini agli impianti si è osservato un incremento significativo di patologie respiratorie e tumorali, con effetti particolarmente marcati nei bambini: tra il 2008 e il 2014 è stata rilevata una correlazione diretta tra livelli di inquinanti e ricoveri, soprattutto nella fascia sotto i 14 anni. Pertanto oggi, nella giornata della Terra è necessario ricordare che la crisi ambientale in Puglia non è solo una questione industriale, ma un problema sanitario e sociale ancora aperto, che richiede politiche di prevenzione, bonifica e tutela della salute più incisive e durature.
La terra
La Terra non è una madre: è un corpo che trattiene il respiro. In Puglia i nomi dei bambini non sono solo nomi, sono eco. Taranto li pronuncia nel vento, tra le polveri sottili che brillano: Ivan; Paky; Lorenzo Zaratta. Tre nomi tra tanti, che dovrebbero essere giochi, corse, ginocchia sbucciate, e invece sono diventati processi, cartelle cliniche, silenzi. Nel grande corpo di Acciaierie d’Italia il fuoco continua a lavorare, trasforma il ferro in ricchezza e l’aria in memoria malata. “Il bambino è il primo surrealista”, ma qui i bambini imparano troppo presto la grammatica dell’assenza. Disegnano polmoni come nuvole scure, inventano paesi dove si respira senza paura, paesi che esistono solo se qualcuno li immagina ancora.
Ritorno
E allora ritorna quel bambino
con le ali, la fantasia,
che non vuole morire.
Si posa sui balconi,
entra nelle stanze vuote,
ridisegna il mondo
come dovrebbe essere:
senza polveri,
senza numeri al posto dei volti,
senza madri che contano i giorni
invece dei compleanni.
Ma ogni volta che apre le ali
qualcosa lo trattiene:
una ciminiera, un referto,
un nome inciso troppo presto
nella memoria.
Eppure insiste.
Perché finché qualcuno racconta,
finché qualcuno scrive,
finché qualcuno ricorda,
i bambini non scompaiono del tutto.
E la Terra, forse,
impara ancora
a chiedere perdono.
Inventai un bambino
Inventai un bambino
per non lasciar morire
i bambini che in molti hanno amato,
gli diedi ali leggere,
ma l’aria era già piena di polvere.
Non era neve quella che cadeva,
anche se scendeva piano
come una carezza che non salva:
era polvere sottile,
che entrava nei giochi,
nelle tasche,
nei respiri troppo piccoli.
Il bambino rideva ancora,
ma con un suono spezzato,
come se ogni risata
dovesse attraversare
fumo e silenzio.
Provò a volare,
ma il cielo lo respinse,
malato di ciminiere,
stanco di trattenere nomi.
E allora restò basso,
tra le case che ascoltano
e non rispondono,
tra sedie vuote
e bicchieri lasciati a metà
come promesse interrotte.
Le madri lo guardavano
senza chiamarlo,
per paura che anche lui
diventasse memoria.
E i bambini veri,
quelli rimasti,
imparavano a respirare piano,
come se l’aria potesse finire,
come se ogni respiro
fosse già un addio.
Io continuai a inventarlo…
