seconda e ultima parte
A Montemor, in Portogallo, vide i natali un bambino di nome Giovanni, al secolo João, correva pressappoco l’anno 1491, ed era figlio unico di Andrea Cidade, un fruttivendolo, proprietario del negozio che si trovava nella via Verde.

Orbene, Giovanni pensò che quel fanciullo fosse il Bambino Gesù che gli suggeriva di porre fine al suo girovagare per trasferirsi a Granada, suggerimento dettato dalla parola melagrana che in lingua spagnola è appunto granada, e che è anche ancora oggi l’emblema dei Fatebenefratelli: una melagrana sormontata da una croce. Ormai quarantaseienne e stanco del suo continuo girovagare e del condurre una vita irrequieta decise così di trasferirsi a Granada, era il 1537. Determinato a intraprendere un’esistenza tranquilla trasformò un angusto locale a Porta Elvira in una libreria, ma la sua esistenza non aveva ancora compiuto l’opera più grande alla quale il Signore lo aveva chiamato. Un anno dopo essere diventato un commerciante di libri, il primo agosto del 1538, decise di recarsi al Romitorio dei Martiri, in occasione di un festa annuale, anniversario in cui i cattolici reali Ferdinando e Isabella avevano riconquistato Granada nel 1492. Fu la predica di Giovanni d’Avila a scatenargli un tumulto nell’animo: capì che la vita condotta fino ad allora era stata coronata solo da vanità ed effimerità. Dopo aver realizzato quanto tutto questo fosse vacuo iniziò a battersi il petto e a urlare chiedendo misericordia. Il passo successivo fu andare nel suo piccolo negozio, strappare quelli che reputò essere libri profani, mentre quelli che invece trattavano temi religiosi li regalò insieme a tutti i suoi beni restando in mutande e camicia. Da quel momento, disperandosi e tirandosi via i capelli, e percuotendosi il corpo, continuò a chiedere perdono. Fu preso per pazzo e accompagnato da Giovanni d’Avila il quale comprese che quell’uomo che dava segni di follia poteva essere invece colui che poteva accendere un fuoco di fede capace di propagarsi nel mondo, ma in quell’occasione non interferì con la supposta pazzia di Giovanni il quale proseguì nei suoi atteggiamenti porgendosi al pubblico ludibrio della gente, fintanto qualcuno decise di farlo ricoverare nell’Ospedale Reale di Granada in grado di accogliere i malati psichiatrici, ma il trattamento riservato ai malati altro non erano che nerbate e condizioni igieniche pessime, sebbene l’Ospedale voluto dai ‘Re Cattolici’ Ferdinando e Isabella, ricevesse da questi ingenti somme affinché i ricoverati venissero accuditi. Giovanni accettava di buon grado i maltrattamenti corporali, quale mezzo di espiazione per i propri peccati, ma non accettava che ai suoi compagni di sventura venisse riservato questo trattamento tanto che spesso prendeva le loro difese, il che portava a un inasprimento di punizione nei suoi confronti. Fu un lampo l’idea che ebbe, — dopo aver pensato che suo desiderio sarebbe stato poter avere dal Cristo l’opportunità anche di un solo giorno di accudire quei poveri malati di mente a modo suo — smise di comportarsi da folle, si dichiarò rinsavito e chiese di poter essere d’aiuto per pulire e assistere i suoi compagni di ‘follia’. Gli fu dato credito e divenne un ‘infermiere’ caritatevole e diligente, pur restando ancora ricoverato, ma di lì a poco, su sua richiesta, venne dimesso e la sua vita proseguì all’insegna dell’assistenza per i bisognosi. Tornò da Giovanni d’Avila il quale, constatato che quell’uomo che si trovava dinanzi a lui non era matto, lo invitò a ‘ripartire’ nel suo percorso di carità in città, a Granada, perché tutto era iniziato da lì. Il suo cammino lo portò a raccogliere legna, venderla e donare ai senzatetto il ricavato, finché, dopo aver pregato il Signore per un intero pomeriggio e su sua ispirazione, si prodigò, con l’approvazione di Giovanni d’Avila, a condurre in un modesto dormitorio notturno per indigenti coloro che incrociava per strada, e dove vi avrebbero trascorso la notte, assumendosi l’onere di sostenerli. Il suo operato man mano assunse proporzioni sempre più considerevoli, e cercò un altro luogo dove poter dare accoglienza ai diseredati dalla vita. Dal giorno in cui aveva fatto voto di dedicarsi al prossimo, non si risparmiò, e il nuovo edificio in cui veniva data assistenza divenne un ‘quasi’ ospedale. Avendo sempre necessità di fondi per poter far fronte alla grande richiesta di aiuto, fortunatamente trovò benefattori, spesso nobili, affinché il suo operato proseguisse. Giovanni fu, inoltre, un uomo che ebbe a cuore la dignità della donna, tanto che ogni venerdì si recava da una meretrice, sempre diversa e, dopo averle pagato la tariffa, chiedeva solo di essere ascoltato: raccontava la Passione di Cristo. Era così devoto e pio che molte di esse si ravvedevano e lui le aiutava donando loro una dote, necessaria per poter cambiare vita e tornare a essere donne libere. Non mancarono gli sfottò da parte di alcuni concittadini e alcune meretrici ebbero desiderio di prenderlo in giro facendogli degli scherzi, ma egli non si fece scalfire da quegli episodi e nessuno di essi minò il suo progetto di spronare quelle donne affinché riconquistassero la loro dignità. Giovanni di Dio morì l’8 marzo 1550, una curiosità: 371 anni dopo, nel 1921, esattamente l’8 marzo fu ufficializzata la Giornata Internazionale della Donna. La sera, allorché aveva finito di accudire i malati, all’imbrunire, si recava per le strade cantilenando “Fate bene fratelli, a voi stessi per amor di Dio.” Tenendo fede al suo pensiero: ‘Se considerassimo quando è grande la Misericordia di Dio, mai lasceremmo di fare bene ogniqualvolta potessimo, poiché dando noi per suo amore ai poveri quel che Lui dà a noi, Egli ci promette nella beatitudine il cento per uno…’ E invitava a donare ripetendo la frase: “Fate bene fratelli, a voi stessi per amor di Dio.”

Nel tempo, vi fu chi lo seguì nel suo cammino di bontà e misericordia e divenne suo discepolo, ed ecco che quella frase pronunciata intorno al 1539 fu l’inizio di quello che poi assunse un immenso valore sotto il profilo umanitario di assistenza e carità nei confronti dei malati, dei poveri e degli indigenti. Dopo la morte di Giovanni di Dio, la sua opera proseguì grazie ai suoi discepoli i quali si identificarono proprio come i ‘Fatebenefratelli’, la cui regola fu approvata da Pio V con la bolla del 1571 e nel 1587, il giorno 4 del mese di febbraio venne affidato l’Ospedale della famiglia Vespucci ai Fratelli dell’Ordine di San Giovanni di Dio, questa concessione fu possibile grazie a Maria, figlia del granduca Francesco 1° de’ Medici, e futura regina di Francia e Navarra. Al mantenimento dell’Ospedale provvidero i frati con la questua, non solo con la raccolta di denaro, ma anche con prodotti della natura che venivano loro donati, tanto che furono chiamati i ‘frati della sporta’, e mentre si aggiravano per le strade della città il loro arrivo era annunciato dalla frase ‘Fate bene fratelli’ la stessa di colui che dette inizio a quello spirito caritatevole che poi divenne un Ordine e con la quale essi venivano identificati. Le vicissitudine dello Spedale furono molteplici, si intrecciarono a quello che fu il corso della storia, il 13 marzo del 1785 un decreto pose l’Ospedale di San Giovanni di Dio sotto la direzione del Commissario di Santa Maria Nuova, revocato di lì a poco per la reazione dei Religiosi e della Curia Romana, altro fatto rilevante fu a seguito della dominazione napoleonica che nel periodo 1808-1814 impose lo scioglimento di alcuni ordini religiosi, fra questi i Fatebenefratelli che vennero rimossi dalle loro mansioni e i beni della struttura passarono all’amministrazione degli Ospizi, malgrado ciò i Fratelli rimasero sul posto continuando a prestare il loro servizio, finché nel 1814 Ferdinando III restituì ai Fatebenefratelli l’Ospedale con tutti i suoi beni. Nel corso degli anni furono numerosi i chirurghi e i medici che portarono ad alti livelli le cure effettuate all’interno di esso, memorabile fu un intervento di laparotomia eseguito dal prof. Tebaldo Rosati che ebbe la direzione dell’ospedale dal 1876 al 1895, il quale estrasse una forchetta ingerita da un uomo e che era trasmigrata al colon ascendente.


Negli anni a venire furono molteplici le innovazioni che resero l’ospedale uno dei più prestigiosi d’Italia tra quelli specializzati in chirurgia. L’ospedale San Giovanni di Dio chiuse definitivamente nel 1982, lo stesso anno in cui fu inaugurato il nuovo Ospedale San Giovanni di Dio a Torregalli, località prossima a Firenze. Il primo ospedale che essi fondarono in Italia, fu a Roma, nel 1571, in piazza di Pietra. Tutt’oggi l’opera dei Fatebenefratelli prosegue seguendo l’insegnamento di Giovanni di Dio, — canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII — e ha sviluppato un’importante rete di ospedali e centri assistenziali in tutto il mondo.
