“Capra capretta, che bruchi tra l’erbetta,
che ami il caprettino, che balzi sulla balza,
che sali sul monte, sul monte e sulla vetta,
Capra capretta”
Filastrocca tratta dal libro di Dina Belardinelli, scritto per la prima classe e pubblicato il 22 settembre 2017.
La capra domestica, “Capra hircus” secondo Carl Nilsson Linnaeus, il medico botanico e naturalista svedese considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, o “Capra aegagrus hircus” secondo altri autori, è il discendente addomesticato dell’Egagro “Capra aegagrus” dell’Asia Minore e dell’est europeo.

La capra fa parte della famiglia “Bovidae” che appartiene all’ordine degli “Artiodattili”, gli ungulati a dita pari, e più precisamente al sottordine dei ruminanti, il gruppo di mammiferi che hanno lo stomaco concamerato, ovvero suddiviso in quattro cavità distinte, il rumine, il reticolo, l’omaso e l’abomaso, e grazie al quale sono provvisti del processo digestivo della ruminazione. Nella fase iniziale il cibo velocemente ingerito quasi intero viene immagazzinato nel rumine, poi, sotto forma di “bolo”, viene rigurgitato, rimasticato a lungo ed infine ingoiato nuovamente per massimizzare la digestione nelle altre sezioni dello stomaco. La ruminazione è un adattamento alimentare che consente ai ruminanti, grazie alla struttura fisiologica che gli è propria, di cibarsi anche di foraggio povero di nutrienti ma ricco di cellulosa, che è invece inaccessibile ad altri erbivori, e questo perché i microbi presenti nel rumine riescono a scomporre la fibra vegetale della cellulosa trasformandola in acidi grassi volatili e quindi in una fonte primaria di energia.

La specie allo stato selvatico ha un areale che comprende l’Asia minore, il Caucaso, il Turkestan, l’Iran, il Belucistan, il Pakistan e l’India. Esistono popolazioni selvatiche introdotte, in epoca storica, in alcune isole del Mediterraneo centro-orientale e in alcuni paesi europei, come in Gran Bretagna, ed esistono anche popolazioni di capre domestiche tornate, in tempi relativamente recenti, allo stato selvatico; in Italia la capra è presente, allo stato selvatico, sull’isola di Montecristo e su quella di Caprera. L’introduzione della capra al di fuori del suo areale naturale ha prodotto gravi danni agli ecosistemi; per questo motivo la capra, che è definita “specie aliena”, è stata inserita nell’elenco delle cento specie invasive più dannose al mondo.

In biologia, per specie aliena o “specie alloctona” si intende una qualsiasi specie vivente, sia essa animale, vegetale o fungo, che, a causa dell’azione intenzionale o accidentale dell’uomo, popola e colonizza un territorio diverso dal suo areale storico, autosostenendosi dal punto di vista riproduttivo nel nuovo habitat. È quando una specie alloctona, per le sue elevate capacità competitive, compromette gli ecosistemi originali che si parla di specie aliena invasiva. Nel documento “100 of the World Worst Invasive alien Species” del gruppo “ISSG”, che è il gruppo di studio sulle specie invasive dell’ Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, lo “IUCN”, sono raccolte cento tra le specie di organismi alieni all’habitat in cui sono stati inseriti che hanno provocato i danni maggiori, sia predando attivamente le popolazioni locali, che infettandole, oppure soppiantandole nella competizione per il cibo; si tratta generalmente di animali di piccole e medie dimensioni introdotti dall’uomo in nuovi habitat più o meno accidentalmente e che vivono prosperando ai danni delle specie autoctone, oltre che ai danni delle popolazioni umane residenti nella zona.

Tornando alla capra, la protagonista di questo mio articolo, l’allevamento caprino ha origini molto antiche e la capra può essere considerata tra gli animali di più antica domesticazione, che avvenne infatti intorno al 9000-10000 a.C. in Medio Oriente, a partire dalla capra aegagrus, che era l’unica specie di capra esistente all’epoca in quell’area. Stando ai reperti storici e fossili, i primi ad addomesticare la capra furono gli abitanti dei Monti Zagros, in Iran, che lo fecero al fine di avere una fonte sicura e sempre accessibile di carne, latte e pelli. Le prime capre domestiche erano tenute in piccoli greggi seminomadi che si spostavano nelle zone collinari alla ricerca di cibo ed erano sempre sorvegliate da pastori, che solitamente erano giovani o anche adolescenti. La capra presenta un corpo snello, zampe sottili e un paio di corna generalmente arcuate all’indietro, che troviamo in entrambi i sessi, ma che nei maschi si presentano più sviluppate; sotto al mento, poi, possiamo osservare la caratteristica barba, che, come per le corna, è più importante nell’esemplare maschio, il quale da adulto è detto anche becco o caprone.

La capra è un animale rustico, che ben si adatta a vari tipi di ambiente e anche ai pascoli più poveri, ed è allevata principalmente per il latte, la carne e nel caso di razze particolari anche per la lana o la pelle. Le capre, che sono anche animali sociali molto curiosi, sono spesso impiegate nella gestione del territorio per la pulizia di aree impervie. Nel corso del tempo, in tutto il mondo, sono state selezionate numerose razze caprine, con grandi differenze per taglia, produzione e resistenze climatiche. I tratti distintivi delle varie razze includono, oltre la taglia, la forma e la lunghezza delle orecchie, la presenza o l’assenza delle corna, la lunghezza ed il colore del pelo, la capacità produttiva e le attitudini, e si classificano generalmente in: produttrici di latte, produttrici di carne, a duplice attitudine, ossia carne e latte, e in ornamentali o da compagnia. In Italia esistono numerose razze autoctone, ma molte sono a rischio di estinzione a causa della modernizzazione dell’allevamento, che favorisce razze più produttive a scapito della biodiversità; alcune razze tradizionali continuano comunque ad essere allevate in sistemi intensivi, conservando un importante valore economico ambientale. L’Italia ha 36 razze caprine riconosciute e per questo il nostro paese è considerato un serbatoio genetico di rilievo.

Rimane comunque il fatto, in Italia e altrove, che la conservazione della biodiversità caprina è oggi una sfida cruciale per la sostenibilità e la tutela del patrimonio agro-zootecnico. La stagione riproduttiva per la capra inizia quando le giornate cominciano ad accorciarsi per terminare all’inizio della primavera; alle nostre latitudini il primo calore si manifesta generalmente nei mesi di giugno e luglio. Nel periodo fertile la femmina è ricettiva per un tempo che va dalle due alle 48 ore, durante il quale manifesta il suo stato sventolando spesso la coda, vocalizzando di più e stando sempre nelle vicinanze del capro, quando questo è presente; talvolta perde anche l’appetito e diminuisce la produzione del latte. La gestazione, per questa specie, dura in media 150-155 giorni, al termine dei quali nascono generalmente uno o due capretti e, mentre neanche troppo raramente ci possono essere parti trigemini, è assai difficile che possano nascere quattro, cinque o addirittura sei cuccioli. Dopo il parto, che solitamente avviene in un posto appartato e tranquillo, Ia madre lecca immediatamente i piccoli per asciugarli, per stimolare la respirazione e la circolazione, e per stabilire un legame; la madre avrebbe anche l’istinto di mangiare la placenta per “rifare” parte dei nutrienti persi nello sforzo e per contrastare un’eventuale emorragia, ma per evitare eventuali infezioni è buona norma allontanarla subito, mettendole a disposizione abbondante acqua e foraggio di alta qualità.

I parti avvengono generalmente tra novembre ed aprile, con punte massime dei pesi dei piccoli nei mesi di gennaio e febbraio, e coincidono con l’inizio della produzione di latte. Una capra d’allevamento produce all’incirca due litri e mezzo di latte al giorno per 305 giorni, tanto dura l’allattamento, ma la quantità può comunque variare a seconda del numero dei parti e anche della razza della capra, e in casi rari, e davvero eccezionali, una capra può arrivare a produrre fino a sette litri di latte al giorno; il suo è un latte altamente digeribile, ricco in nutrienti e con proprietà antinfiammatorie. Il cucciolo di questa specie generalmente raggiunge la pubertà intorno ai cinque-sei mesi, con una variabilità che dipende dalle caratteristiche genetiche ed ambientali, e l’accoppiamento può avvenire già intorno ai sette-otto mesi, quando le caprette raggiungono un peso pari circa alla metà o poco più di quello degli esemplari adulti. Per quanto riguarda la dieta della capra, gli animali di questa specie si adattano a regimi alimentari molteplici e assai diversificati grazie alla loro elevata abilità nella selezione degli alimenti, anche di parti della stessa pianta, alla loro notevole capacità di utilizzare e ben trasformare, grazie alla ruminazione, anche foraggi molto fibrosi, e alla loro buona potenzialità di immagazzinamento delle riserve.

Tutte queste caratteristiche fanno sì che la capra sia in grado di adattarsi a condizioni, situazioni e ambienti che possono invece essere proibitivi per altri animali, come gli ovini e i bovini. E proprio grazie alla loro semplicità, frugalità e adattabilità, le capre sono molto comuni e presenti nei paesi meno sviluppati, più poveri e difficili. È stato interessante informarmi per conoscere la capra, questo curioso e rustico animale con la barba sotto il mento, della quale, ammetto, sapevo ben poco. Di sicuro conoscevo il famosissimo e brevissimo scioglilingua che la riguarda, ed è proprio con questo che chiudo il mio pezzo, uno scioglilingua che ogni volta che lo leggo o lo sento mi riporta indietro nel tempo, ai ricordi d’infanzia e che sempre mi strappa un sorriso, magari un po’ malinconico, ma leggero e spensierato.
“Sopra la panca la capra campa. Sotto la panca la capra crepa” .
