I personaggi principali di una catastrofe annunciata
Alberico Biadene (1900-1985)
Undici sono state le persone rinviate a giudizio per il disastro del Vajont. Due quelle condannate. Una sola quella che ha conosciuto l’onta del carcere. Alberico Biadene è l’ingegnere-progettista che, nel 1961, prese il posto di Semenza, suo mentore e grande amico (condividevano entrambi una grande passione per l’alpinismo, di cui sono stati illustri pionieri), alla guida del servizio costruzioni idrauliche della SADE. Il suo ruolo nel disastro del Vajont è stato a dir poco determinante, al pari ⎼ e probabilmente più ⎼ di quello di Semenza, al quale va almeno riconosciuto il beneficio del dubbio, riguardo le decisioni che avrebbe potuto prendere se fosse stato ancora in vita, nei due anni cruciali che hanno preceduto il disastro. Forse Semenza avrebbe fatto lo stesso. Forse no. Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo con certezza, grazie alle evidenze processuali, è che Biadene proseguì nella strategia “gestionale” ⎼ omettere e minimizzare ⎼ tracciata e messa in pratica, con un’ostinazione vicina alla protervia, dal suo illustre predecessore. Questa sorta di “imprinting” condizionante, unito ad uno spirito aziendalista senza scrupoli, fece sì che anche davanti all’evidenza e all’ineluttabilità dei fatti, Biadene non volle, non riuscì, o non seppe prendere per tempo l’unica decisione che era necessario prendere. Se lo avesse fatto, oggi parleremmo di un diverso Vajont.

In una relazione da lui scritta il 15 novembre del 1960, affermava che l’innalzamento dell’invaso sopra i 700 metri era pericoloso e che bisognava abbassarlo per proteggere la popolazione a valle da eventuali onde che si sarebbero create a seguito di una frana di grande entità che avrebbe potuto staccarsi e precipitare nel bacino. Ma fu una sorta di fuoco fatuo. Alle parole non seguirono mai i fatti. Tutti i segnali fisici e le relazioni geologiche (quella iniziale di Müller, ma soprattutto quella di Edoardo Semenza) concordavano sull’altissima probabilità che si realizzasse lo scenario da lui stesso paventato. Ma per Biadene e tutti i suoi collaboratori, si trattava solo di gestire il bacino in attesa dell’evento, per minimizzare i danni e cominciare al più presto la piena operatività della diga. Al processo dichiarò sfacciatamente che nessuno dei consulenti chiamati dalla SADE a dare una valutazione idrogeologica, lo avevano mai avvertito dei rischi che correva la popolazione. Nel marzo 1962, pur sapendo perfettamente che il Toc continuava a muoversi, visti i chiari segnali che la montagna stava dando (smottamenti, strani rombi e persino deboli movimenti tellurici, registrati grazie a sofisticatissime apparecchiature di rilevamento sismico montate sulla diga), non ne diede adeguato conto ⎼ o minimizzò la situazione ⎼ nelle relazioni quindicinali che inviava al Ministero dei Lavori Pubblici. Circa un mese prima del disastro definì “affermazioni piuttosto azzardate” i più che giustificati allarmi lanciati ripetutamente dal sindaco di Erto, facendo leva sugli studi del defunto Professor Giorgio Dal Piaz. Era il 12 settembre 1963. Meno di un mese dopo ⎼ ormai consapevole della situazione, ma incapace, come quasi tutti, anche solo di immaginare la portata di quello che accadde di lì a poche ore ⎼ ordinò lo svaso per far raggiungere al bacino una quota sotto i 700 metri (indicata erroneamente quale quota di sicurezza, risultante dalle simulazioni di frana eseguite dal Professor Ghetti, su un modello in scala della diga e dell’invaso), cercando di avvertire gli abitanti di Erto affinché abbandonassero le loro case. Ma trentasei ore non bastarono. Non bastarono affatto. E, soprattutto, non era Erto il vero problema.
La mattina dell’8 ottobre, dopo un sopralluogo personale sulla diga, decise di far rientrare in tutta fretta il Direttore dell’Ufficio Lavori della diga del Vajont, Mario Pancini, in quel momento in ferie negli Stati Uniti, dopo che soltanto cinque giorni prima lo aveva rassicurato che il lago stava calando e che la velocità della frana (arrivata nel frattempo a 22 centimetri al giorno) andava diminuendo, nonostante la pioggia battente. Il 9 ottobre, a poche ore dal disastro, quindi, Biadene fece dattilografare alla sua segretaria la lettera in cui invitò il suo collaboratore ad un immediato rientro in Italia, vergando a mano un P.S. che si concludeva con un mesto e arreso: “Che Iddio ce la mandi buona”. Nello stesso pomeriggio, alle 17:50, riuscì a contattare anche il geologo Francesco Penta, membro della commissione governativa di collaudo della diga, invitandolo ad un sopralluogo immediato. Penta rispose che avrebbe mandato un suo assistente, ma gli raccomandò anche di mantenere i nervi saldi, e di non “medicarsi la testa prima di essersela rotta”: Biadene dovette prendere Penta molto sul serio perché verso le 22, a pochi minuti dal crollo, al telefono con il geometra Giancarlo Rittmeyer ⎼ uno dei tecnici di turno alla diga ⎼ che gli stava raccontando, praticamente in diretta, come la montagna stesse chiaramente e letteralmente cedendo davanti ai suoi occhi, tranquillizzò il geometra, invitandolo però a dormire con “un occhio solo”. Nella telefonata si inserì una centralinista, preoccupata dai toni e dai contenuti di quella conversazione, chiedendo se fosse in pericolo. Biadene tranquillizzò anche lei. Maria Sacchet Capraro, questo il nome della donna, finì il suo turno e se ne andò a casa tranquilla. Non fece in tempo ad addormentarsi, perché dopo nemmeno mezz’ora, la gigantesca onda assassina rase al suolo il suo paese, ma risparmiò lei, miracolosamente.
Pochi giorni prima del disastro, la SADE aveva revocato al geometra Giancarlo Rittmeyer il trasferimento a Venezia, precedentemente accordatogli, disponendo la sua permanenza sul posto, ovvero alla diga. Il suo corpo, come moltissimi altri, non fu mai ritrovato.
