Come avete appena letto (se lo avete letto😄), il libro verde di arsenico che abbiamo testè tradotto in italiano, si chiosa con il nome della località in cui per la prima, unica ed ultima volta esso venne dato, in un centinaio risicato di copie, alle stampe (“Lansing”), e con una data (26 Settembre 1874). Proprio in quella data, posta in calce alla trattazione sovrastante, nasceva il botanico statunitense Oakes Ames, noto per i suoi studi specialistici sulle orchidee. “Che c’entra?” Direte Voi, una volta di più. Beh, fu proprio riguardo le orchidee, che lo scrittore pure statunitense Rex Stout ebbe a dire: “Nella vita Tutto, tranne la coltura delle orchidee, deve avere uno scopo”. Abbiamo ripetutamente citato, nella nostra assurda introduzione al libro arsenicale (proprio perchè quello stesso romanzo verteva, a sua volta, su di un libro arsenicale) “Il Nome della Rosa” di Eco. Anche in esso, verso il finale, il narratore si abbandona ad una considerazione analoga:”(….) Più rileggo questo elenco, più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. (….). Ed è cosa dura, per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d’uno, e molti, o nessuno (…).”. Alla luce di ciò, più che mai voglio urlare al mondo tutta la dignità di questo mio buffo progetto. Lo diceva Eco stesso, del resto: “Ho scritto un romanzo perchè me ne è venuta voglia. Credo non ci sia altra motivazione per mettersi a raccontare”. Inutile, quindi, cercare un senso od uno scopo in tutto stò malloppo. Il senso e lo scopo sono il malloppo stesso. Ed il malloppo stesso si fa senso e scopo. “Giusto”, “Sbagliato”, “Bene”, “Male”, sono soltanto parole. Conta soltanto quello che fai. E, Futurama docet, “Quando fai le cose per bene, nessuno sospetterà che tu abbia fatto realmente qualcosa”😄. Nel nostro particolarissimo viaggio, pure noialtri abbiamo violato, come i protagonisti del romanzo echiano, il nostro personalissimo “Finis Africae”, in cerca del tomo proibito in esso nascosto. Quello stesso “Finis Africae” già a suo tempo doppiato dal Bonaparte, che -come più volte ricordato- proprio su di un sasso brullo al largo delle coste africane era stato sbattuto a morire, esule ed avvelenato d’arsenico non meno dei monaci che popolano l’universo concentrazionario creato dal grande semiologo nativo di Alessandria per il proprio bestseller.
Di Alessandria, era appunto nativo Eco, luogo che puntualmente rievoca (a proposito di Africa) Alessandria d’Egitto, sede della Biblioteca reale di Alessandria, considerata la più grande e ricca biblioteca del mondo antico ed uno dei principali poli culturali ellenistici. Proprio come, nel dilui romanzo, la biblioteca di Eco era “La più grande biblioteca della cristianità” (cit.) e, proprio come la biblioteca di Eco, finita, a propria volta, inesorabilmente arsa dalle fiamme assieme ai libri che custodiva. E quante biblioteche, vere e fittizie, abbiamo dovuto girare e rigirare pure noialtri, per giungere, infine, al fatal volume! Come dicevamo sopra, oltre ad una data, la scritta posta in calce al libro verde di veleno di cui abbiamo amabilmente chiacchierato, riporta pure il nome della cittadina dove esso fu realizzato e stampato. “Lansing”, nel Michigan. Località che, lo scopro oggi insieme a Voi, è tutt’ora gemellata con l’italianissima Cosenza. “E cosa c’entra?”, ridirete Voialtri, oramai allo stremo. Beh, chi veramente si è letta tutta questa mia follia, certo non dimenticherà che si è fatta reiterata menzione, in essa, pure della “Commedia” Dantesca (libro cui, come più volte ribadito, Eco rimanda palesemente, nella sua narrazione, nonché libro a propria volta perso per sempre, almeno nel proprio manoscritto originale; Libro, infine, che si è scoperto essere l’antenato dello stesso libro avvelenato di Eco e, per logico parallelismo, dello stesso libro avvelenato che vi ho umilissimamente tradotto in italiano per la primissima volta nella storia). Passando per Cocito, uno dei fiumi infernali descritti nel poema dell’Alighieri, si era approdati alle pendici del monte Purgatorio. Dal momento che, per imbarcarsi in una digressione come quella che vi ho proposto, ci vuole, sì, una certa demenza, ma anche una certa costanza,
proprio lì, oltre a Napoleone non Bonaparte (come abbiamo visto), Dante incontra pure Manfredi, nipote di costanza di Altavilla. Un figuro che era stato scomunicato, in vita, da vari papi. In punto di morte, però, egli si pentì ed il Signore lo perdonò, mandandolo nel Purgatorio invece che all’Inferno. I papi, invece, non lo perdonarono, tanto che il vescovo di Cosenza (ed ecco, cosa c’entra Cosenza, gemellata con Lansing nel Michigan…E peraltro, non per esser pedante, ma la tifoseria del Cosenza Calcio ha pure una forte amicizia con quella della Carrarese, eh -allego prova documentale fotografica, dove mi si vede finanche me medesimo😄); il vescovo di Cosenza, dicevamo, fece dissotterrare le sue ossa, che furono poi trasportate a ceri spenti e capovolti, come nei funerali degli eretici, lungo il “Fiume Verde” (identificabile con il Liri o il Garigliano).
“Fiume verde“, capito?

Ed è proprio sui flutti di quel Verde, che abbiamo navigato fin dall’inizio, su una barchetta rigorosamente di carta (di libro o da parati che fosse….anche perchè il libro stesso che si è tradotto è fatto di carta all’arsenico e di carta da parati venefica propone, in appendice, numerosi campioni (ve ne allego qualcheduno)… tanto che non si riesce più a distinguere dove finisce la carta libresca e dove comincia quella muraria, e viceversa😱 ). Una vera e propria Odissea, a stento confortata da qualche bicchierotto di Assenzio pure verde, per giungere, infine, alla nostra meta. Che, come potete ben vedere, è una meta per modo di dire, visto che, se volessi, potrei continuare a cercare -e trovare- collegamenti, su collegamenti, su collegamenti, e non finire mai e poi mai stò delirio… Tipo: lo sapevate che nella primissima serie delle sue avventure a cartoni animati, Lupin III indossa una giacca VERDE, ma è soltanto nella seconda serie (anche se lì la giacca diventa rossa), che il personaggio (complice una penosa e desolante libertà presasi dal doppiaggio italiano), viene chiamato, piuttosto che “Arsenio”, “ARSENICO”?😄
E non finisce certo qui, oramai sono inarrestabile non meno di quel fiume verde in piena, perchè ebbene sì, sono pazzo, nessuno mi potrà fermare…



Se non fosse che, a forza di parlare di arsenico, di scrivere di arsenico, di leggere di arsenico, di ragionare di arsenico, di ingerire arsenico e di camminare per ambienti tappezzati di arsenico…
Scusate…
Ho il fiato corto…
Ho il capogiro…un pò di nausea…Non mi sento tanto b….
Il termine “Farmaco” deriva dal greco antico φάρμακον (pharmakon), un termine che originariamente indicava in modo indifferenziato, un rimedio, una medicina, una pianta curativa, ma anche un veleno o una sostanza tossica. Che il Veleno di cui abbiamo insistentemente (fin troppo😄) parlato in questa rubrica possa, pertanto, essere stato un benefico (e non Venefico) farmaco, che abbia stimolato e ridestato in Voi la stessa curiosità e voglia di saperne di più che ha innescato e rinfocolato in me. Ma, se è dunque vero che la medicina è un veleno, è bene ricordare che ogni veleno, se in breve quantità, giova, in grande uccide.
Forse è salutare fermarci qui. Pertanto… Vi saluto!
Grazie per la vostra pazienza di adamantio, gente😁 e…
Alla prossima follia!👋
