Il tapiro “Tapirus” è l’unico genere oggi esistente dei “Tapiridae”, famiglia dell’ordine dei Perissodattili costituito da mammiferi euteri, al quale appartengono oltre al tapiro anche gli equini e i rinoceronti. La caratteristica distintiva di questo gruppo di animali è la presenza di arti con dita dispari dovuta alla scomparsa di alcune di esse, che ha portato ad arti con asse portante sul terzo dito; perissodattili significa infatti imparidigitati. I perissodattili sono classificati anche come ungulati; questi nello specifico rappresentano un superordine che comprende in generale tutti quegli animali che appoggiano il peso corporeo sulla punta delle dita e che per questo hanno sviluppato le unghie come zoccoli per proteggerli dall’usura. Attualmente il genere “Tapirus” comprende solamente quattro specie, ma in passato è stato molto più vario, infatti, anticamente rappresentava uno dei rami dei tapiridi ed era strettamente imparentato con altri generi oggi estinti, come il “Tapiravus” e il “Tapiriscus” due generi che vissero più o meno nello stesso periodo e che sono poco conosciuti a causa delle scarsità dei reperti fossili.

Il termine tapiro viene dalla lingua dei “Tupí”, un macro gruppo etnico indigeno e storico del Brasile, che erano soliti chiamare questo animale “tapira-caaivara” che si può tradurre approssimativamente in “bue della boscaglia”, in riferimento sia al suo particolare aspetto fisico che al suo stile di vita riservato. Il tapiro è spesso indicato anche con il termine “danta” o “anta” soprattutto in America meridionale, una parola questa che è presa in prestito dalla lingua spagnola e che originariamente si riferiva all’alce. Nel sud-est asiatico il tapiro è invece chiamato “badak” in malese e “som-ser” in thailandese. Linneo, Carl Nilsson Linnaeus, medico botanico e naturalista svedese considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella sua opera “Sistema Naturale” del 1758 considerò Il tapiro per il suo aspetto fisico una specie di ippopotamo, e denominò “Ippopotamus terrestris” il tapiro sudamericano, che era l’unica specie di tapiro conosciuta in Europa a quell’epoca. Fu Il naturalista francese Mathurin-Jacques Brisson ad introdurre il termine tapiro, “le tapir” in lingua francese, nella sua opera “Regnum animale”; è stato poi Morten Throne Brünnich, zoologo danese, il primo ad utilizzare il nome generico “Tapirus”, che è l’unico nome a dare una corretta descrizione del genere e che ancora oggi comunemente si usa.

Le quattro specie di tapiri attualmente esistenti vivono in areali che si trovano in due parti del mondo molto distanti tra loro; tre specie vivono nell’America centrale e meridionale, dal Messico meridionale, al Brasile meridionale, all’Argentina settentrionale, la quarta specie, il “Tapiro della gualdrappa”, conosciuto anche con altri nomi tra i quali tapiro malese, vive invece nel Sud-est asiatico, dalla Birmania alla penisola malese, e a Sumatra. I tapiri vivono nelle foreste, soprattutto in quelle pluviali tropicali, ma li troviamo anche nelle foreste umide di montagna; sono animali fortemente dipendenti dall’acqua e si possono incontrare fino a 4500 metri d’altitudine sul livello del mare.

Gli studiosi presumono che, dal momento che i tapiri sono animali piuttosto conservatori e che nel corso del tempo hanno subito solo lievi cambiamenti fisici, anche le specie fossili abbiano avuto simili preferenze ambientali per i loro habitat. Fisicamente il tapiro ricorda, anche se un po’ alla lontana il maiale, ma in realtà i suoi parenti stretti sono i cavalli e i rinoceronti. I tapiri hanno la lunghezza testa-tronco che varia a seconda della specie da 180 a 250 centimetri, la coda, praticamente costituita da un breve moncone, misura dai 5 ai 10 centimetri e hanno un’altezza al garrese che va da 75 a 120 centimetri; gli individui adulti hanno un peso notevole, variabile dai 200 fin oltre i 300 chilogrammi. La forma del loro corpo, che è tozzo e tondeggiante e affusolato nella parte anteriore, facilita il loro movimento attraverso le fitte foreste.

Le specie americane hanno il manto di colore grigio brunito mentre il tapiro asiatico presenta una colorazione assai differente e decisamente più vistosa, bianca e nera. La testa del tapiro appare piccola relativamente alle dimensioni del corpo, con occhi piccoli e orecchie ovali, erette e molto mobili e in alcune specie sono bianche alle estremità. La caratteristica principale dei tapiri è la proboscide che si forma dall’unione tra il labbro superiore e il naso e che questi animali usano per localizzare ed afferrare le foglie delle quali si nutrono; il tapiro della gualdrappa ha la proboscide più lunga di quello sudamericano.

La proboscide dei tapiri è molto più corta di quella degli elefanti e non consente loro tutti gli svariati utilizzi che il pachiderma ne fa, ma è comunque uno strumento funzionale, utile, fondamentale per afferrare il cibo e portarselo alla bocca, per annusare e anche per respirare quando sono immersi nell’acqua; tutte azioni queste che sono invece precluse ad altri mammiferi dotati di strutture simili a proboscidi che non sono però altrettanto funzionali, come nei suini, nei toporagni elefante e nelle saiga o antilopi delle steppe. Le zampe del tapiro, adatte a camminare in terreni morbidi e fangosi, sono relativamente corte e snelle. Le zampe anteriori mancano del primo dito, il terzo dito, molto robusto, sostiene tutto il peso del corpo, il secondo e il quarto sono più deboli ed il quinto è molto corto; le zampe posteriori invece sono del tutto prive del primo e del quinto dito, con il terzo che rimane il più lungo e robusto.

Gli animali di questa specie sono vegetariani e consumano foglie, piante acquatiche, gemme, frutti e ramoscelli, e grazie alla loro lingua, che è lunga, muscolosa e flessibile, riescono a raggiungere anche le foglie delle piante spinose. Alcune specie di tapiri hanno l’abitudine di leccare il sale che affiora sulla superficie del terreno sia per neutralizzare le sostanze velenose presenti su alcuni vegetali dei quali si nutrono, sia per integrare i sali minerali indispensabili al loro equilibrio metabolico e dei quali la dieta erbivora è carente .

Il tapiro è un animale importantissimo per l’ecosistema nel quale vive, o meglio importantissimi sono i suoi escrementi. Il tapiro, infatti, durante i suoi spostamenti nella foresta, disperde, attraverso le feci, i semi delle oltre 120 varietà di piante delle quali si ciba, contribuendo alla rigenerazione naturale e alla ricchezza della foresta stessa; inoltre le feci arricchiscono il suolo e facilitano la germinazione. Il tapiro riveste quindi un ruolo fondamentale per la stabilità degli ecosistemi neotropicali e per questo è detto “il giardiniere della foresta”. Questo importante ruolo che i tapiri esercitano per il loro habitat, ma in generale per l’ambiente tutto nel quale vivono, assume ancora più rilevanza se lo si considera in relazione al problema e alla crisi climatica.

La scomparsa del tapiro, infatti, avrebbe effetti nefasti e a cascata sulle grandi foreste centroamericane, capaci di immagazzinare grandi quantità di carbonio, fattore determinante nella lotta ai cambiamenti climatici di origine antropica. I tapiri sono animali solitari e territoriali e spesso quando due individui si incontrano reagiscono in modo aggressivo; solo durante la stagione degli amori maschi e femmine trascorrono un breve periodo insieme. Per quanto riguarda la riproduzione, la gestazione nei tapiri dura da 13 a 14 mesi, al termine della quale, solitamente, nasce un solo cucciolo, raramente due. Appena nati i piccoli delle varie specie di tapiro si assomigliano tutti, hanno infatti il manto marrone scuro attraversato da strisce orizzontali di colore variabile dal marrone chiaro al bianco e che possono essere più o meno suddivise in macchie e linee. Il piccolo trascorre la prima settimana di vita in un luogo sicuro e protetto, poi inizia a seguire la madre che lo proteggerà da eventuali pericoli e, se necessario, lo difenderà da minacce e da aggressioni.

Il disegno del manto dei piccoli tapiri dopo alcune settimane inizia gradualmente a scomparire con un processo di cambiamento che durerà più o meno sei mesi. A circa un anno di età il giovane tapiro, che assomiglia già molto agli esemplari adulti, viene svezzato ed allontanato dalla madre; raggiungerà poi la maturità sessuale intorno ai tre/quattro anni. Oltre ad essere un solitario, il tapiro è anche un animale notturno. Durante il giorno rimane nel fitto sottobosco, mentre di notte si attiva e si muove nella foresta in cerca di cibo, camminando con la proboscide rivolta a terra. I tapiri spesso rimangono in prossimità degli specchi d’acqua, dove si immergono, nuotano e fanno frequenti bagni di fango; sono anche animali assai timidi e cauti e in caso di minaccia scappano in acqua o si danno alla fuga, anche se, quando necessario, sono in grado di difendersi molto bene con i denti, specialmente con i loro grandi canini. Tra i nemici naturali dei tapiri ci sono i grandi felini, come puma, giaguari, tigri e leopardi, ma anche orsi, cani selvatici e coccodrilli.

Il nemico principale dei tapiri però è purtroppo l’uomo. Mentre in alcune zone le tribù indigene non cacciano il tapiro per motivi religiosi, in altre viene utilizzato per le sue carni e le sue pelli; inoltre, a mettere particolarmente in pericolo le quattro specie di tapiri esistenti è la continua e progressiva distruzione del loro habitat e soprattutto la rapida scomparsa delle foreste tropicali, provocata dall’industria del legname e dalla cosiddetta “agricoltura taglia e brucia”, correttamente “debbio” o “addebbiatura”, ovvero quella pratica rudimentale che consiste nel bruciare i residui colturali o la vegetazione spontanea per fertilizzare il terreno con le ceneri. A tutto questo si aggiunge poi la crescente concorrenza per le risorse alimentari con i grandi animali allevati dall’uomo. La “IUCN”, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, ha classificato “Endangered”, cioè in pericolo di estinzione, tre delle quattro specie attuali di tapiri, il tapiro dei monti, il tapiro Baird e il tapiro delle gualdrappe, e come “Vulnerable”, vulnerabile, la quarta specie, quella del tapiro sudamericano.

È stato molto interessante conoscere e scrivere del tapiro, ma, al contempo, anche tanto triste riscontrare che, per questo animale come per molti altri, purtroppo l’uomo, con alcune sue azioni e comportamenti, può rappresentare un pericolo alla vita e addirittura alla sopravvivenza di una specie, e per questo chiudo l’articolo che ho dedicato al “giardiniere della foresta con la proboscide”, con una frase di Buddha che vorrei tutti facessimo propria e che in una delle varie forme nelle quali è riportata, recita così:
“Non è nobile chi ferisce le creature viventi. Si è chiamati nobili perché non si nuoce a nessun essere vivente” Dhammapada, Versetto 270
