Venite con me. Non serve molto: un pomeriggio, scarpe comode, qualcosa di leggero da tenere in mano. La strada che sale verso il Romitorio di Cetinale, nella tenuta di Sovicille a pochi chilometri da Siena, richiede poco. Richiede solo che smettiate, per il tempo della salita, di pesare più del necessario. La chiamano Scala Santa, e il nome porta già dentro sé una pretesa: quella di trasformare il cammino in atto, il passo in gesto consapevole. Fu costruita all’inizio del Settecento per volontà della famiglia Chigi, come parte di un disegno architettonico e spirituale insieme. In cima non si trovava un luogo di passaggio, una tappa per pellegrini in transito. Ci si viveva.

Il Romitorio ospitava eremiti: uomini che avevano scelto la sottrazione come forma di esistenza, il silenzio come lingua madre. Assistevano i malati, accoglievano i bisognosi, vivevano di essenziale. E per raggiungerli, ogni volta che qualcuno saliva, quella strada imponeva già la sua pedagogia: rallentare, misurare, stare dentro al ritmo che il terreno detta e non quello che la fretta suggerisce.Questa strada è ancora lì. Funziona ancora. E funziona anche per chi non porta con sé nessuna idea di fede, nessuna intenzione devozionale, solo la curiosità di capire cosa accade al corpo e alla mente quando si cammina verso qualcosa che si trova più in alto, non solo in senso fisico. Perché la Scala Santa fa una cosa precisa: ci obbliga a fare i conti con il nostro peso specifico. Non la stanchezza, non l’affanno, quello è banale, arriva e passa. Il peso specifico, inteso come l’ingombro metafisico che ognuno porta nel mondo. Quella densità oscura, non misurabile, con cui occupiamo lo spazio degli altri, imprimiamo il nostro passaggio nelle cose, nell’aria, nel silenzio di chi ci sta vicino. Prima ancora di volerlo. Prima ancora di saperlo. È una salita che richiede leggerezza. E la leggerezza, si sa, è la cosa più difficile da imparare.
Il Vino — Flora IGT 2024, Madonna Bella

Madonna Bella è una cantina piccola, a pochi chilometri dal Romitorio, quasi un prolungamento naturale di quel paesaggio. Il Flora è il loro IGT rosso: cinquanta per cento Sangiovese, cinquanta per cento Cabernet Sauvignon, macerati sulle bucce per quindici, venti giorni, poi affinati in tonneau da cinquecento litri di secondo passaggio per almeno sei mesi. Dopo l’assemblaggio, ancora un mese in acciaio, perché il vino possa depositare e ritrovare la sua linea. Nel bicchiere è rosso rubino profondo, con riflessi che virano al viola. Al naso i frutti scuri ribes, ciliegia nera e mirtillo cedono presto il passo a qualcosa di più aereo: note balsamiche di menta e timo che salgono leggere, quasi volatili, come se il vino portasse dentro il nome che gli è stato dato: Flora. Qualcosa che fiorisce verso l’alto, che non preme, che si solleva. In bocca qualcosa si stabilisce, lentamente. Il tannino ha la presenza di chi sa aspettare. Lascia che il sorso abbia il suo tempo, la sua durata, il suo modo di finire.È un vino che sa farsi leggero. Che è già, nel suo bouquet, una forma di salita.
L’abbinamento – Il Pane — Carasau / Guttiau

Per questa salita, portate il carasau. O il guttiau, che ne è il fratello appena più generoso, condito con olio e sale prima di passare un secondo momento in forno. Entrambi vengono dalla Sardegna, da una tradizione di pastori che dovevano portarsi il pane dietro per settimane senza che si rovinasse, e avevano risolto così: togliendogli quasi tutta l’acqua, riducendolo a un foglio, a una lamina, a qualcosa che sta a metà tra il cibo e il concetto di cibo. Il carasau è il pane che si porta in tasca senza sentirlo. Quasi non pesa. Ma è anche il pane che perdona meno: lo tenete in mano con troppa forza, con un gesto storto, e si spezza lungo linee imprevedibili, si frantuma in briciole che scivolano via e non si raccolgono. Richiede attenzione. Richiede quella particolare forma di rispetto che si riserva alle cose fragili che però hanno una loro struttura interna precisa, un’armatura invisibile che regge finché la si asseconda e cede nel momento in cui si pretende di ignorarla. Mangiatelo camminando lungo quella salita, tra i cipressi e la pietra. Diventerà un esercizio di misura. Dovete capire dove spezzarlo, seguire la logica del foglio, trovare il punto in cui cede senza resistere. Dovete fare meno di quanto istintivamente vorreste fare. È questa la sua lezione, identica a quella della strada: la leggerezza non si improvvisa, si pratica. Si impara gradino dopo gradino, briciola dopo briciola, con la consapevolezza che ogni gesto in eccesso rompe qualcosa che non si ricompone.
La prescrizione

Salite al Romitorio di Cetinale almeno una volta. Camminate lungo la Scala Santa senza fretta, senza altra meta che quella di misurare il vostro passo su un terreno che ne ha visti migliaia prima del vostro e ne vedrà migliaia dopo. Arrivate in cima, dove la croce sta come un punto fermo in un paesaggio che si muove, le colline, la luce e il vento tra i cipressi, e fate i conti con il vostro peso specifico. Non abbiate paura di essere pesanti, non abbiate paura di essere fragili. La fragilità è una forma di fedeltà a ciò che siamo davvero sotto le parole, sotto i vestiti, sotto tutto quello che mostriamo per non essere visti. È la grammatica con cui siamo fatti. È la misura che determina quanto possiamo portare, e quanto possiamo salire, senza che la struttura ceda sotto di noi.
Le coordinate: 43.305524046209456, 11.198468533791303
