L’Italia, com’è noto è un paese di santi, poeti, navigatori, musicisti ed…emigranti; attualmente però di santi se ne vedono pochini, parimenti dicasi dei poeti, per quanto riguarda i navigatori, dopo la tragedia del Giglio, è meglio lasciar perdere, restano dunque le ultime due categorie che non accennano a dar segni di flessione. La musica, si sa, è sempre stata in grado d’interpretare gli stati d’animo e allora quale altro mezzo poteva essere più efficace per descrivere i sentimenti di coloro che hanno abbandonato di malavoglia il borgo natio per cercare migliori condizioni di vita? Partiamo dunque da un canto popolare toscano di fine ottocento quando, abolita la schiavitù in Brasile, sorse il problema della mano d’opera a basso costo e l’Italia, dove la fame e la miseria imperavano nel nascente stato, era il bacino ideale per reperire i nuovi schiavi.
Italia bella mostrati gentile
E i figli tuoi non li abbandonare
Sennò ne vanno tutti nì Brasile
E un si ricordan più di ritornare.
Ma facendo una rapida carrellata ci accorgiamo che ogni città ha avuto, chi prima e chi dopo, i suoi emigranti. Nel 1949 l’Italia è a pezzi ed anche gli abitanti delle città più ricche conoscono il dramma dell’emigrazione e così nasce Ciao Turin dove un giovane emigrante , ricevute le “carte”, si appresta a partire e già sente tutta la nostalgia che avrà della sua bella città.

Ciao Torino, io vado via, Ciao Turin, mi vadu via
vado lontano a lavorare vad luntan a travaié
io non so che cosa sia Mi sai nen cosa ca sia
ma sento il cuore tremolare sentu ‘l cor a tremulé
Ancor prima Giovanni D’Anzi, autore di famose canzoni, nel 1939 compone assieme ad Alfredo Bracchi “Nostalgia de Milan” dove si narra della struggente nostalgia di chi, ormai lontano da tempo, pagherebbe qualsiasi cosa per poter tornare a Milano
Stasera sono in vena Stasera sont in vena
Di fare il sentimentale De fa el sentimental
La notte è così serena La nott l’è insci serena
Ma io mi sento male Ma mi me senti mal
O mamma mia O mama mia
sono lontano mi sont lontan
ma ho la nostalgia ma g’hoo la nostalgia
della mia Milano Del mee Milan
Ancor prima nel 1925 Mario Capello (testo)ed Attilio Margutti(musica) compongono “Ma se ghe pensu” la celeberrima canzone, di cui si ricordano le versioni dell’immenso Gilberto Govi e dell’incomparabile Mina, divenuta il simbolo di tutti gli emigranti liguri. Qui il protagonista non è uno chi deve partire ma un vecchio emigrante che, fatta fortuna, decide di tornare a morire, nonostante il parere contrario del figlio, nella sua amata Genova lasciata trent’anni prima e mai dimenticata.

Ma se ci penso allora io vedo il mare Ma se ghe penso allua mi veddo o mà
Vedo i miei monti e la piazza dell’Annunziata Veddo i mae monti e a ciassa da Nunsià
Rivedo il Righi e mi si stringe il cuore Riveddo o Righi e me s’astrenze o cheu
Vedo la lanterna, la cava, laggiù il molo Veddo a lanterna, la cava, lazù o meu
Rivedo la sera Genova illuminata Riveddo a-a seia Zena inluminaa
Vedo là la Foce e sento frangere il mare Veddu a Foxe e sentu franze o mà
E allora io penso ancora di ritornare E alloa mi penso ancon de ritornà
A posare le ossa dove ho la mia nonna A posà e ossa dove’ho me madonnaa.
Anche Firenze non è scevra dalla nostalgia dell’emigrante e nel 1937 Odoardo Spadaro, il noto cantautore fiorentino, mentre sta imbarcandosi per tornare in Italia immagina di essere fermato da una giovane ragazza, anch’essa fiorentina ed emigrata da anni, che gli chiede :

La porti un bacione a Firenze
Che l’è la mia città
Ma in cor l’ho sempre qui
La porti un bacione a Firenze
Io vivo sol per rivederla un dì
Son figlia d’emigrante
Per questo son distante
Lavoro perché un giorno a casa tornerò
La porti un bacione a Firenze
Se la rivedo glielo renderò
L’accordo” carbone in cambio di mano “d’opera” siglato nel 1946 fu una delle pagine più tristi che allettò circa 50 mila di italiani ad emigrare in Belgio per lavorare in condizioni spesso disumane e talvolta drammatiche nelle miniere di carbone con contratti quinquennali che, se non rispettati, prevedevano addirittura l’arresto. Come non ricordare la tragedia di Marcinelle del 1956 nella quale perirono a causa di un errore umano alla profondità di 975 metri ben 262 minatori 136 dei quali nostri connazionali. Nel 1927 Cherubini e Bixio, quasi presagi di questi tragici eventi, composero la canzone Miniera:

Nella miniera è tutto un baglior di fiamme
Piangono spose, bimbi sorelle e mamme
Ma a un tratto il minator dal volto bruno
Dice agli accorsi”se titubante è ognuno
Io solo andrò laggiù che non ho nessuno”.
Cielo, cielo di stelle cielo color del mare
Tu sei lo stesso cielo del mio casolare
Portami in sogno verso la patria mia
Portale un cuore che muore di nostalgia.
Già nel 1925 Libero Bovio e Francesco Bongiovanni composero” Lacreme napulitane” che da allora divenne l’inno dell’emigrazione italiana che ormai da decenni aveva svuotato il nostro Sud. In essa si parla di un emigrante che, avvicinandosi la notte di Natale, scrive alla madre di apparecchiare, la sera della vigilia, a tavola anche il suo piatto. Saputo del tradimento della moglie, pur struggendosi di nostalgia, decide di non tornare
Io no non torno me ne resto lontano Io no non torno me ne reso fore
E resto a lavorare per tutti voi e resto a faticà pe tutte quante
Io che ho perduto la casa, la patria e l’onore Jo c’aggio perduto a casa patria e onore
Son carne da macello, sono emigrante io so’ carne da maciello so’ emigrante
E ce ne costa di lacrime questa America E ‘nce ne costa e lacreme st’america
A noi napoletani A nuje napulitane
Per noi che ci piangiamo Pe’ nuje ca’nce chiagnimmo
Il cielo di Napoli ‘O cielo e napule
Come è amaro questo pane Comme è amaro stu pane
Oggi, a Dio piacendo, questi tempi per noi sono solo un ricordo, spesso dimenticato, sebbene il fenomeno dell’emigrazione sia tutt’altro che finito; infatti ogni anno si calcola che circa 150 mila giovani italiani vadano ancora a cercare migliori condizioni all’estero ma per fortuna non si tratta più di sprovveduti braccianti bensì di giovani laureati, l’eccellenza, che se ne va per essere degnamente retribuiti. Per contro assistiamo all’immigrazione di disperati che cercano nel nostro paese condizioni di vita semplicemente più dignitose. Molti di questi sono la nostra “carne da maciello, so’ emigranti”. E ancora la musica:
Proprio sul filo della frontiera
Il commissario ci fa fermare
Su questa barca troppo piena
Non ci potrà più rimandare
Su quella barca troppo piena
Non ci possiamo più tornare
E sì che l’Italia sembrava un sogno
Steso per lungo ad asciugare
Sembrava una donna fin troppo bella
Che stesse lì per farsi amare
Sembrava a tutti fin troppo bello
Che stesse lì per farsi amare
Pane e coraggio ci vogliono ancora
Che questo mondo non è cambiato
Pane e coraggio ci vogliono ancora
Sembra che il tempo non sia passato…
Autore Ivano Fossati, composta nel 2003.
