foto di Silvia Ammavuta
seconda e ultima parte
Il percorso a ritroso è pressoché analogo a quello fatto nell’andata, ma ancora il deserto mi stupisce, l’inclinazione dei raggi del sole è cambiata e il paesaggio circostante insieme a essi, il nostro autista ha accelerato l’andatura, eppure la sensazione di sicurezza è esattamente come prima.

“Si avvicina l’ora del tramonto! E quindi il momento in cui potrà mangiare!” Dice Miriam. È il periodo del Ramadan, dell’astensione dal cibo dall’alba al tramonto per qualsiasi musulmano praticante, è il periodo del digiuno, della preghiera, della purificazione e carità, astensione non solo dal cibo, ma anche dalle bevande, dal fumo e dai rapporti sessuali. La serenità dell’autista, nonostante le privazioni, mi fa riflettere, e mi dico che ognuno di noi dovrebbe avere un proprio ingrediente segreto per poter accedere a quella serenità, che non deve essere necessariamente religioso, l’ingrediente segreto per riuscire a godere appieno di quei momenti che sono il carburante al quale accedere nei periodi di difficoltà, e un pensiero si è fa strada nella mia mente mentre corriamo sulla pista e fuori pista nel deserto orientale. Quale sarà l’ingrediente segreto di questo viaggio? L’affermazione di Miriam, mi riporta dentro l’abitacolo della jeep, al momento. “Tre, vedrai che ne mangerà tre”, mi dicementre porge un piccolo contenitore all’autista con all’interno dei datteri, e poi, rivolgendosi anche agli altri: “Nella cultura araba e islamica questo numero ha un forte valore simbolico, anche nelle azioni è comune ripeterle tre volte”. E infatti i datteri che l’autista ha mangiato sono tre, dopo averlo osservato ancora per un breve tempo mi rivolgo alla nostra guida: “Miriam, hai un ingrediente segreto affinché un’escursione come quella di oggi abbia una buona riuscita?” Lei rimane pochissimi secondi in silenzio dopodiché la sua risposta delinea esattamente i tratti di quelle ore trascorse insieme. “La reciprocità, la condivisione di chi vi partecipa. Tendenzialmente mi adeguo alle persone che accompagno: se amano parlare mi sento incentivata e spronata, se capisco che non è loro desiderio mi attengo a dare le notizie fondamentali. Oggi per me è stata una condivisione intensa e ricca di scambi e quindi di reciprocità”. Agli altri componenti del gruppo mi riservo di fare la stessa domanda a conclusione del viaggio, intanto siamo arrivati al punto di ritrovo, e ho un paio di domande da fare, sia all’autista su una mia curiosità da appagare di un precedente viaggio in Egitto, e una al cuoco, fortuna che Miriam potrà aiutarmi a soddisfare questo mio desiderio traducendo per me. L’accoglienza è calorosa, come ogni volta che ho avuto occasione di consumare un pasto nel deserto in compagnia dei beduini.

Il cuoco ha preparato un pane tipico, non lievitato, e poi: una thaina, una salsa di semi di sesamo, dei fagioli in umido, una zuppa di lenticchie e del pollo alla brace, tutto viene servito in vassoi di materiale povero: polistirolo, eppure in quel frangente ognuno di essi, ricco di cibo semplice e gustoso, si trasforma in piatto di pregiata fattura, tanti sono i colori che lo tingono. Acqua e the sono le bevande con cui accompagniamo il cibo; dopo aver soddisfatto la vista e l’olfatto, nel deserto baciato dal sole, adesso gratifichiamo anche il gusto. Appagata chiedo a Miriam di aiutarmi a tradurre una domanda che desidero fare all’autista, lei con disponibilità mi affianca. “Per favore, puoi chiedergli se anche per loro, come per altri beduini che ho conosciuto, vale la prova della pietra bollente da posare sulla lingua per conoscere se in una diatriba tra due persone uno sta dicendo il falso? Chi si brucia è il bugiardo, chi invece ne resta indenne dice la verità.” Incuriosita anch’essa dalla domanda chiede all’autista. La sua risposta: “La prova della pietra bollente sulla lingua è una pratica dei beduini del Sinai, qui da noi c’è un giudice che valuta, soppesa e decide. Se colui che dice la bugia, o comunque si è comportato in maniera non corretta, deve pagare un’ammenda, se poi dovesse essere recidivo, la volta successiva l’ammenda raddoppierà!” L’espressione dell’autista è quasi timorosa, dopo avermi risposto, e si rivolge a Miriam, lei traduce per me: “Chiede se vuoi sapere altro.” Le rispondo di no, anche se le domande sarebbero tante, ma come al solito il tempo stringe, e ci dirigiamo verso la cucina. Il cuoco mi accoglie con un fare fra l’imbarazzato e l’intimorito, anche in questo caso l’intervento di Miriam è fondamentale e dà voce a quanto gli sto dicendo: “Grazie, per quanto ci ha preparato, tutto molto buono…” Lui sorride e ascolta ancora: “Qual è lo stato d’animo con cui accoglie gli ospiti?” La sua risposta ha avuto più pause: “Sono qui, a fare il mio lavoro, cucino, faccio quello che ho fatto per lungo tempo sulle navi da crociera quando ero cuoco a bordo…” Credo che la mia domanda gli sia risultata un po’ strana, ma proseguo: “C’è un ingrediente segreto che usa in cucina? Un piatto che ama cucinare più di altri? Una spezia in particolare?” A questo punto la sua gestualità mi conferma quanto ho appena pensato: si stringe nelle spalle, guarda Miriam, forse spera in un suo suggerimento, accenna lo sporgersi verso di me e parla, lentamente, quasi confidi che io riesca a comprendere, in quel lento pronunciare le parole, ciò che mi sta dicendo. Ha occhi vivaci che mi studiano curiosi, la pelle del viso rugosa, un colorito accentuato dal sole egiziano. “Cucina quello che ha a disposizione, e non ha un ingrediente segreto — traduce Miriam — però sta dicendo che usa molto il coriandolo.” Lui dondola leggermente la testa, apre un barattolo e mi versa una piccola quantità di spezia nel palmo della mano. “Sta dicendo che lo tosta e poi lo macina fine… e ti sta invitando a strusciarlo fra le mani” “Aywa… aywa” — Sì… sì — esclama, mentre struscio e inalo il profumo della spezia che si diffonde nell’aria della cucina quasi spoglia di attrezzatura. Mi sento in dovere di ringraziarlo e mi sforzo per quanto mi riesce: “Shukran…. Ma’a salama…” mi spiace, oltre grazie e arrivederci non riesco a dire, ma lui sorride forse per la mia pessima pronuncia, forse perché è inaspettato anche solo un grazie nella sua lingua, o forse, semplicemente, perché il suo ingrediente segreto è essere contento di aver reso qualcuno felice.

La giornata sta volgendo al termine, facciamo un giro all’interno del bazar che hanno aperto appositamente per noi, annusiamo, guardiamo, curiosiamo e infine saliamo nuovamente sulla jeep, Miriam si trattiene sul posto in compagnia di una donna, anch’essa italiana, che vive in Egitto e organizza escursioni per mare. Pochi minuti e siamo nuovamente sull’asfalto, la macchina fila liscia, ogni tanto qualche buca o qualche dosso che troviamo sulla strada ci sollecitano il ballonzolare. Parlo con gli altri compagni di viaggio, ci scambiamo impressioni e sensazioni, e dico loro che sicuramente scriverò un breve diario di viaggio di queste ore trascorse insieme e così Sandra Pinos alla quale chiedo il cognome due volte per essere certa di averlo ben capito risponde alla mia domanda su quale sia l’ingrediente segreto per godere di un’esperienza così, la sua risposta: “La ricerca e il sorriso… quello che ho visto oggi è stato meraviglioso e indescrivibile. Sono stati momenti di grande spensieratezza, un’esperienza che mi resterà nel cuore”. A Massimo Lambertini invece mi è venuto spontaneo fare un’altra domanda: “Anziché chiederti l’ingrediente segreto per godere di questa esperienza, ti chiedo: se dovessi descrivere il tempo trascorso nel deserto come se fosse un piatto come lo comporresti?” “Be’, sono un ristoratore! Non potevi farmi domanda più appropriata”, — giuro che non lo sapevo. “Cosa ci resta dopo aver assaporato un buon piatto? Nel ricordo resta il saper fare, la maestria di chi lo ha preparato, talvolta chiedendoci anche se ci sia, appunto, un ingrediente segreto. In questo caso l’ingrediente segreto sono stati la storia, l’immaginazione e il mistero.” Quando arriviamo davanti all’entrata del loro villaggio ci salutiamo come se ci conoscessimo da tanto, tanto tempo, chissà, penso, se il destino ci farà incontrare ancora. E ripartiamo nel buio della sera, i fari illuminano la strada, il nostro autista è compreso nella guida e a quel punto mi rivolgo a mio marito, Gabriele Vanzini, che sta seduto davanti, mi sporgo e domando: “E per te, l’ingrediente segreto di questa esperienza?” È preparato, penso che si aspettasse questa domanda, e mi risponde quasi immediatamente: “Il silenzio!… il silenzio avvolge tutto e ti permette di ascoltare la voce del vento e i versi degli animali, e ti riporta a una dimensione ormai dimenticata nel frastuono della città.”

Il cartello stradale dopo poco ci indica la via, la imbocchiamo con una cascata di colori delle bouganville illuminate dai fari, che fanno da cornice alla strada, e mi prometto che tornerò a fotografarle con la luce.

E infine arriviamo davanti alla sbarra del villaggio turistico, così simile agli altri in cui trovi aree ben tenute e lussureggianti, a dispetto di un clima che non lo consentirebbe, confort e agi, il tutto delimitato, come solitamente dico: da cancelli dorati. Salutiamo l’autista e lo ringraziamo. “Shukran, shukran, shukran.” La pronuncia sicuramente non sarà eccelsa, ma almeno abbiamo detto grazie tre volte, non sappiamo se anche in questo caso valga la regola del tre, sicuramente ci abbiamo comunque provato, e ci avviamo verso la nostra camera con il respiro ampio e gli occhi appagati. E il mio ingrediente segreto di questa giornata? Gratitudine e condivisione.
