terza e ultima parte
Il presente: conformismo liquido e Panopticon digitale
Il conformismo contemporaneo non ha la compattezza ideologica dei totalitarismi novecenteschi: è frammentato, liquido, per usare il termine di Zygmunt Bauman. Puoi scegliere la tua tribù tra molte opzioni, ma la logica rimane la stessa: appartenere, uniformarsi, individuare un nemico. Foucault ha mostrato come il potere moderno non reprima semplicemente i desideri, ma li produca, costruendo soggetti che si sorvegliano da soli perché hanno interiorizzato lo sguardo del controllo, radicalizzando in questo modo il pensiero di Tocqueville che, nell’Ottocento, aveva già descritto il dispotismo morbido delle democrazie, un potere che non spezza le volontà, ma le ammorbidisce; un potere che infantilizza i cittadini mantenendoli in uno stato di dipendenza confortevole. Riprendendo il modello del Panopticon, la prigione circolare in cui ciascuno può essere sempre osservato senza saperlo, Foucault descrive un potere che funziona in modo economico e invisibile: l’individuo finisce per sorvegliare sé stesso, per disciplinarsi da solo, per comportarsi come se fosse costantemente sotto giudizio. Il potere non ha più bisogno di ordinare. Oggi questa dinamica si amplifica nei social media: il Panopticon non è più un edificio, ma è diventato l’aria che respiriamo. È ciò che accade nei contesti che ho descritto, la scuola, l’università, il gruppo, le associazioni, in cui nessuno ordina esplicitamente di conformarsi, ma tutti si conformano. Lo sguardo del gruppo è stato interiorizzato, e ognuno diventa il guardiano di sé stesso e, insieme, il guardiano degli altri. Chi ride quando ride il capo non lo fa perché qualcuno glielo ha imposto: lo fa perché ha imparato a vedere sé stesso con gli occhi del gruppo. Il meccanismo di fondo è sempre quello che Levi chiamava regressione al sacro. Solo che oggi il sacro può non avere il volto del dittatore o dello Stato: si frammenta in mille idoli minori, in mille tribù che chiedono ciascuna la propria piccola rinuncia al giudizio autonomo. È più democratico, più accessibile, più confortevole, e per questo, forse, ancora più difficile da riconoscere e da contrastare. Il potere, quello politico esplicito, che non ha mai smesso di esistere, e quello anonimo, algoritmico, senza volto riconoscibile che lo affianca e lo amplifica, continua a fare esattamente ciò che il potere ha sempre fatto: trasformare la paura in obbedienza e l’obbedienza in entusiasmo. Le forme cambiano, ma il meccanismo no. I regimi contemporanei hanno imparato a usare i social media come i totalitarismi novecenteschi usavano radio e televisione, non come alternativa ma come complemento: la propaganda di Le Bon e Bernays non è stata sostituita, è stata potenziata.
La libertà come tensione permanente
Paura della libertà non offre programmi politici. Non promette che la presa di coscienza sia sufficiente, che volerlo sia sufficiente. La lucidità del libro è inseparabile dalla sua malinconia: quella paura è costitutiva, il rovescio inevitabile di ogni individuazione. Diventare sé stessi significa imparare a stare nella propria singolarità senza cercare vie di fuga. La Boétie lo diceva con brutalità: basta smettere di servire; Alfieri con disprezzo: chi non regge la propria solitudine finirà per stare con chiunque gli offra un’appartenenza. Stessa cosa la dice Levi, ma con più pazienza e comprensione (e per questo, forse, più difficile da ignorare). Seneca, nelle Epistole a Lucilio, lo formulò con semplicità disarmante: recede in te ipse, “ritirati in ciò che sei tu”, con la tua specificità irriducibile, che nessun gruppo può sostituire o assorbire. Non è un invito alla sola interiorità come difesa dalla folla: è, prima di tutto, un richiamo all’autenticità, a un “sii ciò che sei” che precede e fonda ogni resistenza, dove l’ipse è proprio l’antidoto all’uniformarsi. Ciò però presuppone un soggetto già formato, capace di resistenza, mentre Levi pone le premesse per chiederci se e come quel soggetto possa formarsi in una stagione storica che lavora in modo sistematico per dissolverlo. Ma, al di là delle differenze di tono, di strumenti, di epoca storica, comune è la convinzione che la libertà non è uno stato che si raggiunge e si conserva. È una tensione che si rinnova continuamente contro ogni pressione del gruppo, contro ogni seduzione dell’appartenenza facile e consolatoria. Il prezzo della libertà è reale, è la solitudine di chi non ride quando ridono gli altri, ma è anche l’unica fedeltà che valga: la fedeltà a uno sguardo proprio sul mondo, che nessun entusiasmo collettivo può comprare o sostituire. Si impara a non cedere alla paura della libertà lentamente, e solo attraverso una resistenza fragile, intermittente, mai definitiva.
Euripide e la libertà nelle passioni
C’è una voce antica che merita di essere ascoltata. Nello Ione di Euripide, Creusa è una donna che ha subìto violenza: Apollo l’ha posseduta in una grotta, e ha dovuto tacere per anni, abbandonare il figlio, portare un segreto inconfessabile. Quando scopre che il dio ha donato al marito proprio quel figlio, la sua rabbia esplode in una delle invettive più radicali della letteratura greca. Ma il finale non è eroico. Madre e figlio si riconoscono, ma la soluzione è un compromesso imposto da Atena: Creusa accetta di tacere la verità, pur di riavere il figlio. Non è la libertà dell’eroe alfieriano che si spezza ma non si piega. È una libertà più difficile: quella di chi, avendo subìto l’ingiustizia, impara a navigare dentro i limiti, a trovare uno spazio di scelta e di dignità anche quando il mondo è più forte. Creusa non vince, non perde: sopravvive e, in quella sopravvivenza, tiene insieme ciò che è più prezioso: il legame con il figlio e la consapevolezza della verità. Il suo silenzio finale non è oblio: è la forma che può assumere la fedeltà a sé stesso quando il potere è troppo grande per essere sfidato apertamente. È esattamente ciò che Carlo Levi chiamava libertà nelle passioni, non dalle passioni: non liberarsi dal dolore, dalla rabbia, dalla paura, ma imparare a starci dentro senza esserne sopraffatti, mantenendo intatto il proprio sguardo sul mondo. Come i contadini lucani del confino, Creusa non si ribella al dio, ma conserva la verità dentro di sé. La sua libertà non si realizza nel distacco razionale, ma nell’immersione totale nella propria condizione umana: è la libertà di chi, pur piegandosi esternamente a un compromesso, mantiene l’integrità della propria anima vigile, trasformando il peso di una passione subita nella forza di un’azione consapevole. Riletto oggi, il testo di Levi appare profetico con un’acutezza quasi insostenibile. Il sacro collettivo che Levi descriveva nel fascismo ha trovato nuove forme: nei populismi, nei nazionalismi identitari, nella dipendenza digitale. E la domanda che attraversa l’intero libro non ha perso nulla della sua urgenza: perché l’uomo, quando la storia si fa insostenibile, cerca la catena anziché la libertà. Dostoevskij lo aveva narrato nella Leggenda del Grande Inquisitore, dove la massa consegna volentieri la libertà in cambio di pane e sicurezza. Spinoza lo aveva cristallizzato come paradosso logico, constatando che gli uomini combattono per la servitù come se si trattasse della loro salvezza. Levi ne ha fatto una diagnosi: l’analisi di una patologia storica che è anche analisi di un dolore personale. Per questo il libro non è invecchiato, non invecchia, e va letto e riletto.
