in foto di copertina: il cimitero monumentale di Longarone
Roma, 1948. Palazzo del Quirinale. In piedi, davanti a una delle grandi finestre che si affacciano sulla piazza omonima, un uomo sbircia tra i drappeggi la gente che cammina per strada. È il 24 marzo. Un mercoledì. L’uomo è Enrico de Nicola, Presidente ad interim della Repubblica Italiana, nata dal referendum del 1946. Il 27 dicembre del 1947 De Nicola era entrato nella storia promulgando la nuova Costituzione Italiana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Ma non solo per questo. Resterà in carica fino a maggio dello stesso anno, sostituito poi da Luigi Einaudi, primo presidente eletto dal Parlamento, che inaugurerà il mandato presidenziale settennale, come previsto dagli articoli 83-91 del dettato costituzionale. All’epoca, il clima politico era acceso. Per la strada, nei circoli, sui giornali si dibatteva di monarchia e repubblica, di capitalismo e comunismo, di libertà, di diritti civili e dittatura. Ma nelle stanze del potere, queste questioni lasciavano il passo a un’intensa attività amministrativa di tipo “ordinario” chiamata ad emanare circolari, approvare atti e istanze che andavano a formare il nascituro ordinamento giuridico del paese.

La mattina del 24 marzo, non diversamente da tante altre, De Nicola si siede e comincia a firmare tutti i documenti che gli hanno lasciato i suoi collaboratori sulla scrivania. Fra questi ve n’è uno speciale, la cui portata è semplicemente inimmaginabile. S’intitola “Istanza della SADE presso il Ministero dei Lavori Pubblici riguardo al progetto esecutivo di derivazione delle acque dei fiumi Boite, Vajont e altri minori, e la creazione di un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi mediante la costruzione di una diga alta 200 metri, alla fine della vallata del Vajont, presso il ponte del Colomber.”

Il documento è, di fatto, lo stesso del 1943, sopravvissuto al cambio istituzionale e giunto fino a lì in modo illegale e grazie a circostanze a dir poco eccezionali, come abbiamo già visto. De Nicola appone la sua firma ⎼ non sappiamo quanto consapevole del precedente, né se subì pressioni dirette o indirette da parte della SADE ⎼ e il progetto ottiene la concessione definitiva. La presenza della sua firma nella storia delle decisioni sbagliate che porteranno al disastro del 1963, quindi, è una sorta di atto dovuto. È stato ampiamente dimostrato come la SADE abbia esercitato una fortissima influenza sui vari Ministri dei Lavori Pubblici che si sono succeduti dagli anni ’40 agli inizi degli anni ‘60. Anche dopo la fine del fascismo, la SADE seppe mantenere un ruolo di occulto manipolatore delle decisioni politiche, tanto che il presidente della Provincia di Belluno, Alessandro Da Borso, appartenente al partito della Democrazia Cristiana, si spingerà a dichiarare in sede pubblica come la SADE fosse “un vero organismo dominante la vita stessa dello Stato.” Un anno prima della concessione, la SADE aveva già ultimato tutti i rilievi tecnici del caso, come se fosse sicura che avrebbe ottenuto quello che voleva. Un comportamento, questo, che vedremo ripetersi più avanti. Tutto lascia pensare che per l’approvazione del 1948 da parte di De Nicola, la SADE mise in campo tutta la sua forza d’urto, perché di fondamentale importanza per la realizzazione del progetto: una sua bocciatura, infatti, avrebbe determinato la necessità di presentare una nuova istanza accompagnata, questa volta, da relazioni a sostegno della fattibilità e sicurezza dell’opera, che la SADE non voleva o non poteva produrre.

Senza quella firma, senza quel piccolo gesto meccanico, effettivamente, tutto sarebbe stato diverso, e forse il Vajont non sarebbe mai esistito. Forse. Non lo sapremo mai. L’unica cosa che sappiamo con certezza, invece, è che a seguito di quella firma, e di tutte le altre che verranno negli anni a seguire, quasi duemila persone morirono nello spazio di un attimo, intorno alle dieci e quarantacinque di una tranquilla serata di ottobre, buia e piovosa come tante altre che capitano lassù, dalle parti della bocca murata del Vajont.
Fonti:
Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont di Tina Merlin, CIERRE Edizioni, 2006
Fondazione Vajont
