foto di Silvia Ammavuta
prima parte
Addentrarmi nel deserto orientale egiziano di Wadi El Gemal, non è stata un’avventura, se la si intende come un’azione volta all’incerto o al rischio: cosa può esserci di avventuroso nell’essere seduti dentro una jeep guidata da un beduino che conosce quel luogo come le sue tasche, e con Miriam Tercon, guida triestina che vive da 10 anni in Egitto, parla fluentemente la lingua e quella distesa di sabbia e rocce l’ha vista ormai innumerevoli volte? Eppure quel pomeriggio è stata un’avventura, una bella passeggiata nella storia, un’opportunità di riuscire a captare nell’aria il respiro di generazioni a ritroso nel tempo, nei secoli, è stato desiderio di conoscere, è stata “l’attesa”.

Il titolo potrebbe proprio essere “tempo atteso”, un tendere verso, un motore emozionale che ha girato sul terreno quando sabbioso, quando petroso, mentre qua e là alcune piante, cespugli e arbusti — le cui radici attingono nella profondità del terreno sul quale l’autunno precedente è scorsa una grande portata di acqua pluviale — si mostrano ai nostri occhi.

Ogni scossa, ogni vibrazione, ogni accenno di dérapage è un invito a lasciarsi andare all’abbraccio della natura. Con quella piacevole punta di malinconia e stupore, ogni volta che mi trovo nel deserto, non posso che constatare quanto sia svilente usare questo termine per descrivere ciò che non è vita, ciò che è vuoto, abbandonato, la rappresentazione dell’isolamento, della solitudine e della desolazione.

Questo penso, mentre procediamo addentrandoci nel Parco Naturale del Wadi El Gemal, la Valle dei Cammelli, che generosamente, e con nostra gioia, si palesano alla nostra sinistra: liberi. Quieti brucano ciò che il suolo arido dona loro. Il beduino rallenta, finestrini aperti e ci sporgiamo per fotografare, Miriam ci invita a scendere, confidiamo che i dromedari non se ne vadano.

Ebbene sì, sono dromedari, anche se siamo nella Valle dei Cammelli, ma qui, in Egitto, i cammelli non ci sono.

Una folata di aria tiepida ci avvolge, le nuvole velano debolmente il sole, i profumi del deserto arrivano potenti, restii ad andarsene impregnano l’aria e le nostre mani quando raccogliamo un piccolo pezzetto di una pianta, il cui nome lì per lì sembra poter restare nella mia mente, ma dopo poco corre via rimpiazzato dal nome di altre piante, di altri arbusti, ma il profumo no, non corre via, resta nelle narici, mi trasporta nel mondo parallelo dei ricordi, dei bazar, delle spezie, e anche questa essenza odorosa andrà nel cassetto delle sensazioni di questo pomeriggio.

Ancora qualche scatto e ripartiamo, ho gli occhi pieni di immagini, di colori che si alternano in tutte le sfumature del giallo, dell’ocra, del marrone, del rosso e del verde, ci addentriamo ancora, il segnale del cellulare svanisce, così come svanisce dalla mia mente il ricordo della striscia di asfalto che abbiamo percorso parallelamente per un bel tratto a fianco della costa, prima di imboccare la via del deserto.

Il tempo perde il ritmo dell’orologio, si disperde, si rende misterioso tanto quanto quella zona ‘impervia’; potrebbero essere trascorse delle ore, o forse qualche minuto, da quando siamo entrati nella valle, tutto è diventato relativo e dialoga con il cammino interiore che il deserto mi porta a fare fra uno scossone e l’altro della jeep. Se fosse possibile, vorrei che Chronos si fermasse per un po’, ed è un po’ non quantificabile, non tangibile, non visibile, se non fosse per il sole che procede nel suo corso e ci mostra il suo cammino illuminando alcuni tratti di strada, andando ad abbracciare, in un gioco di luce e ombre, ciò che incontra sulla sua strada. Proprio mentre penso questo, sulla destra, appare un enorme albero solitario, un’opera della natura, un pensiero mi passa subitaneo: sarebbe bellissimo fare una mostra d’arte qui, e l’opera di spicco dovrebbe essere l’albero, ‘quell’albero’.

E scendiamo dalla jeep, facciamo foto, respiriamo l’aria.

Cammino nella sabbia dalla grana ispessita, mi avvicino all’opera d’arte che è lì, solitaria e taciturna, racconta di sé a chi desidera ascoltarla, e mi accorgo che ciò che potremmo definire silenzio non lo è perché questo ha un suo suono, ha una sua voce, un suo canto. Ma il tempo scorre, mio malgrado, e dobbiamo ripartire, ancora più dentro la valle, verso un insediamento romano-tolemaico. La macchina sobbalza, scuote, derapa, il paesaggio corre via fra uno scossone e l’altro e ancora un gruppo di dromedari, alla nostra sinistra, rallentiamo ma non scendiamo, purtroppo il tempo incalza, ma mi beo comunque della loro tranquillità, intravedo una dromedaria con una pancia prominente, poco più in là invece un’altra con il piccolo accanto e in lontananza una figura d’uomo che si avvicina alla nostra macchina con passo calmo e un sorriso che gli muove e increspa i muscoli della faccia incotta dal sole.

L’autista si ferma, scambiano alcune parole, il cammelliere ci sorride, si trattengono ancora una manciata di minuti a parlare, ne approfitto per fargli alcune foto, — dopo aver chiesto il suo consenso — dopodiché ripartiamo.

Miriam ci comunica che siamo ormai prossimi all’arrivo, probabilmente pensando che i chilometri percorsi potrebbero risultarci tanti, le sorrido e osservo l’espressione sul volto degli altri tre passeggeri, sono analoghe alla mia, nessuna premura di arrivare, stiamo godendo di uno spettacolo di cui siamo gli unici spettatori, uno spettacolo riservato solo a noi.

Poco più avanti incrociamo una jeep con altri passeggeri, anch’essi turisti accompagnati da un beduino alla guida, ci sorridiamo, ma una piccola parte di me, sebbene non sia contrariata, è un po’ contrita al pensiero di non avere l’esclusività del momento, soprattutto di essere una ‘turista’ esattamente come loro, una di passaggio, una che osserva dall’esterno e che non farà mai parte di quel mondo, se non per un fugace momento che riemergerà nello scorrere delle foto fatte sul cellulare e nell’andare a ‘ripescare’ nel cassetto dei ricordi.

E ripartiamo alla volta dell’insediamento e della miniera di smeraldi, rimasta attiva fino al Seicento, così ci dice Miriam intanto che procediamo e poi… e poi eccolo lì: alla nostra destra si staglia il tempio dedicato alla déa Iside, o meglio, ciò che ne è rimasto. Una costruzione incastonata nei sassi in un affascinante gioco di equilibri fra natura e opera umana.

Appena scesa dalla macchina ne vengo attratta quasi fosse una calamita, a niente valgono gli snack che Miriam ci porge, in quel momento il nutrimento è solo per gli occhi, per ciò che si delinea davanti a me, in quell’alternarsi di giallo e ocra, di pietre, roccia e sabbia.

E accedo, per quanto possibile, al suo interno, pochi metri, ma bastanti a farmi emozionare, a far galoppare la mia immaginazione.

Passo la mano sulle pietre, le sfioro con delicatezza quasi temessi oltraggiarne la sacralità. Anche qui scatto foto, una quantità incredibile, ma so che a posteriori mi rammaricherò per non averne fatte ancora e ancora e ancora, come se ogni scatto non fatto fosse un tassello perduto per poter ricostruire attraverso le immagini quello che i miei occhi in questo momento non riescono a vedere talmente sono densi di scorci e particolari.

Di fronte al tempio ciò che è rimasto dell’insediamento di Sakit, il villaggio di coloro che lavoravano nella miniera di smeraldi, e vivevano lì insieme alle loro famiglie.

Riesco a rubare uno scatto con i favori di una luce seduttiva in cui i colori delle pietre risaltano sullo sfondo del cielo prossimo al bianco, la nostra guida ci invita a proseguire a piedi per arrivare alla miniera stimolando la nostra fantasia nell’immaginare quanta fatica dovessero provare i minatori nel percorrere quel tratto di strada, che noi stiamo facendo con i favori di una temperatura mite e un vento ristoratore, con il carico sulle spalle.

Va da sé che io e l’altra donna del gruppo invitiamo i due uomini ad aguzzare la vista: “Hai visto mai ne doveste trovare qualcuno!” e procediamo arrampicandoci sulla Mons Smaragdus, la Montagna di Smeraldo, — una collina che pare pennellata con tinte intrise di brillantini — percorrendo le asperità che ci portano alle molteplici entrate della miniera con la raccomandazione di Miriam di non sporgerci.

In prossimità della prima comprendiamo il perché, l’entrata è una forra nella roccia all’interno della quale, ci dice, i minatori venivano calati con le corde.

Con cautela ci avviciniamo anche alle altre aperture, dopodiché il momento di rientrare è arrivato, ci attendono altri settanta chilometri da percorrere per giungere al punto di ritrovo, sempre nel deserto, dove alcuni beduini hanno improntato per noi una cena.
continua…
