Diari Toscani incontra Galliano Pasquini, detto Lilli, classe 1926, unico centenario di Gaiole in Chianti dove vive e nel quale è nato. Ha dedicato tutta la vita al lavoro nei campi in totale armonia con la natura e i compaesani.
Galliano, intanto grazie per avermi dedicato un po’ di tempo, il nostro incontro di oggi è una sorta di preparazione a ciò che faremo il 31 maggio: La festa multiculturale organizzata dall’associazione Radici in Chianti con la Filarmonica di Gaiole in Chianti, la scuola media Bettino Ricasoli, sempre di Gaiole in Chianti e la parrocchia di San Sigismondo, ovviamente di Gaiole in Chianti. Lei sarà ospite della festa che ha l’obiettivo di coinvolgere anche i ragazzi con racconti del passato per arrivare ai giorni nostri. Oggi facciamo la prova!
Bene, mi farà molto piacere, sempre che io ci sia ancora!
Dove vuole andare?
Il 6 aprile compirò 100 anni!
Partiamo dal nome: Galliano, c’è qualcuno in famiglia che aveva questo nome?
In famiglia nessuno, ma siccome la mia mamma conosceva uno che stava alla Villa a Sesta che si chiamava Galliano, quando nacqui io me lo mise perché le piaceva.
Ma nessuno la chiama con il suo nome…
Nessuno! Mi chiamano Lilli, da sempre, da quando sono nato, io dico che parecchi in paese non sanno neanche quale sia il mio nome di battesimo.

Dov’è nato?
A Casa al Vento, andando in su, dopo Barbischio.
Quanti fratelli e sorelle eravate?
Il mio babbo sposò una vedova che aveva già due figli, poi siamo nati noi, io e mia sorella.
Cosa faceva da bambino in un casolare in aperta campagna? Cosa la divertiva?
Mah! Guardavo le bestie, portavo al pascolo pecore e maiali nei dintorni del bosco.
Quanti anni aveva?
Sette, otto, dieci… ma andavo anche a scuola, eh!
Dove?
A Castagnoli, perché all’epoca era la scuola più vicina, a Barbischio ancora non c’era… che poi la scuola era a casa sua, quella dove sta lei. Una stanza della casa era stata dedicata proprio per fare lezioni ai ragazzini del paese. E la scuola di Gaiole era troppo lontana.
Quindi lei tutto sommato è stato fortunato perché ha potuto studiare?
Sì, io ho fatto fino alla terza, alcuni della mia epoca non sono mai andati a scuola: andavano a lavorare nei campi e a badare le bestie.
E giocare? Non giocava mai?
Quando ero bambino… non ricordo, forse sì. Ricordo però di quando sono stato più grande e venivo a Barbischio, proprio nella bottega che era dei suoi bisnonni: Giulio e Chiara, li ricordo benissimo, e poi c’era anche la sua nonna Olga… è passato tanto tempo! E si giocava a briscola.
Com’era l’atmosfera in bottega, le piaceva?
Sì, a quel tempo abbastanza, era un modo per stare insieme agli altri, e le persone che c’erano erano brave.
E a ballare andava?
Sì, e mi piaceva tanto!
E dove andava?
A Castagnoli, a Gaiole e insieme a me anche alcuni amici, ‘eramo due o tre’, uno era lo Scarpelli, siamo stati anche a Fietri ce l’ha presente? A destra di Monteluco.
Passano gli anni e arriva la seconda guerra mondiale, lei in quel periodo dove viveva?
Stavamo a Bricciano, da Casa al Vento eravamo venuti via quando io avevo quattro anni. A Bricciano ci ho abitato fino a quarant’anni, per poi trasferirmi qui, dove stiamo adesso.
Cosa ricorda della guerra?
Siccome i tedeschi ci portavano via, noi si stava nel bosco. Io e il mio fratello si stava nel bosco con le bestie, con i bovi, sennò ce li prendevano, e a ‘quell’ora’ non c’erano tanti soldi per ricomprarli, e poi c’erano le bombe, c’era la fame… non ce li pagavano mica! E se ci li portavano via non è che poi ce li riportavano!

E a casa quando tornavate?
Si tornava per andare a prendere il pane. E poi si ritornava nel bosco, fino a quando sono arrivati gli americani e finalmente siamo usciti.
Che lavoro ha fatto?
Ho sempre fatto il contadino, ho lavorato sempre la terra, e poi avevamo i bovi e i maiali.
E faceva anche il vino?
Lo abbiamo sempre fatto e mio figlio Carlo lo fa ancora.

E l’etichetta è riprodotta da una sua foto, è veramente l’Eco del Tempo!
Sì, da una mia foto antica.

Il suo rapporto con la terra, che sensazione le dava?
Bella, perché dava i frutti.
Ma ciò che coltivava poi lo vendeva?
Sì, si coltivava il grano, il fieno per le bestie, la biada e via… era una piccola fattoria e avevamo un po’ di tutto.
Lilli, da quel tempo a oggi, le abitudini della gente e la vita del paese sono un po’ cambiate?
Sì, cambiate.
In cosa?
Prima, quando si faceva un ‘mestiere’, c’era sempre qualcuno che veniva ad aiutarci, quello, quell’altro… oppure, un altro veniva a chiacchierare, ora invece è tutto ‘lesinato’, ognuno per conto suo. Anche a voler fare come si faceva prima oggi non sarebbe lo stesso.
Quindi è cambiata la vita della comunità, lo stare insieme? Se prima ogni occasione poteva essere buona per riunire le persone, che fosse una festa, un compleanno, una ricorrenza religiosa… l’arrivo di persone da fuori, secondo lei, ha influito su questo cambiamento?
Io non faccio più vita di paese, dovuto anche all’età, però ho avuto modo di conoscere ‘lo svizzero’ che mi ha anche aiutato, quello che stava a Vinci, adesso non so più se sta ancora lì. Lui, quando è venuto a stare qui, c’era la miseria e noi gli abbiamo dato una mano. Più che altro al suo babbo, che era pittore, quando veniva a mangiare da noi. Dopo tre volte ci lasciava un quadro. Fece anche un ritratto a Gaetano, detto Nanni, mio fratello. Quando ‘lo svizzero’ voleva fare la strada gli detti un po’ della mia terra per poter fare un buon lavoro e in quel caso lui dette una mano a me.
Cioè?
Quando comprai questo podere presi un mutuo, lui era un avvocato, sapeva come muoversi. Insomma mi dette una mano con il mutuo e fece la strada.
continua…
