Un tempo, la dieta contadina era composta di piatti preparati con ingredienti definiti poveri, perché rappresentavano quello che la produzione propria di famiglia poteva garantire. Ortaggi, frumento, derivati dalla lavorazione del latte, carne, poca, proveniente dagli animali allevati nelle stalle o nei pollai. A questi, specie nel territorio della Lunigiana, dove il frumento non sempre era abbondante, veniva aggiunta la farina di castagne, frutto che garantiva molte più possibilità di sopravvivenza rispetto ad altri. La castagna regna ancora oggi nei boschi circostanti e, nonostante sia oggetto di una grande campagna di recupero delle risorse naturali, non vive un periodo di prosperità simile a quello di quaranta, cinquanta anni fa, a causa dello spopolamento delle aree rurali. In quei tempi i contadini, oltre a badare agli animali e coltivare i campi, tenevano puliti con cura i castagneti perchè sapevano che, anche in caso di cattive annate, i castagni aiutavano parecchio il recupero del fabbisogno alimentare delle comunità. Trovare quindi piatti a base di farina di castagne non era del tutto casuale, il castagnaccio, la pasta fatta in casa, il pane, tutti cibi che oggi vengono riscoperti e rivalutati anche per le loro proprietà organolettiche. Ogni famiglia aveva a disposizione un piccolo forno e chi non se lo poteva permettere usava quello del vicino, ma tutte preparano il pane in casa che poteva durare anche una settimana. Alla normale farina di frumento si aggiungevano altri ingredienti per sopperire, a volte, alla scarsa quantità di elemento base. Le patate, ad esempio, davano alle pagnotte una consistenza diversa ed un sapore leggermente più dolce, oppure le castagne che lo rendevano un po’ più duro e scuro.

Il pane fatto con la farina di castagne più rinomato è quello che viene fatto a Casola in Lunigiana e prende il nome di “marocca”. Il termine deriva probabilmente da “marruca“, un tipo di arbusto spinoso o, più genericamente, un riferimento a qualcosa di duro e poco invitante (come un sasso). In passato, infatti, era molto compatto e rustico, fatto per durare a lungo nelle bisacce dei contadini e dei pastori che dovevano passare molti giorni lontano da casa per badare alle mucche o alle pecore nei pascoli. Oltre alle sole castagne che renderebbero il pane a prova di denti forti, viene aggiunta anche una piccola quantità di patate per renderlo un po’ più morbido.
Le prime notizie su questo tipo di pane risalgono al XV secolo grazie ad uno storico locale, tale Antonio da Faye che lo nomina per l’apporto che dava, non solo agli abitanti del luogo, ma anche ai numerosi pellegrini che percorrevano la via Francigena. Infatti, seppur composto da ingredienti elementari, poteva garantire un elevato apporto calorico sia per chi stava tutti i giorni nei campi, sia per chi doveva affrontare un così lun go e pericoloso viaggio. Naturalmente la patata, essendo un tubero comparso in occidente dopo la scoperta dell’America, venne aggiunta più tardi, senza però cambiare di molto la sua natura. Fino alla fine della seconda guerra mondiale le campagne erano molto popolose, ma lo sviluppo industriale e l’emigrazione verso l’estero o verso le grandi città, produsse un rapido spopolamento che contribuì alla diminuzione anche delle famiglie che conservavano l’uso del pane fatto in casa. Negli anni ’90 poi l’arrivo di un pericoloso parassita dalla Cina, quasi, distrusse i castagni della zona che vennero salvati solo grazie all’introduzione di un insetto antagonista. Con i castagni scomparve quasi del tutto il ricordo della marocca, che venne recuperato da un artigiano del posto che si mise in testa, per fortuna, di riproporla ed ottenne un tale successo che oggi questo pane è diventato presidio slow food.
Nei supermercati della zona è possibile trovarla, ma il suggerimento migliore è quello di passare una giornata tra i borghi, assaggiandola accompagnata da mille altri prodotti che una volta facevano parte della tavola quotidiana mentre oggi sono considerati cibi nobili e di eccellenza.
