Arrivati al punto di ritrovo, Anna si congeda dal gruppo consigliando a tutti di visitare il museo di Erto. Qualcuno gli chiede di quello di Longarone, e lei risponde che, a suo avviso, il primo è più storiografico e si fa preferire al secondo in quanto quest’ultimo ha un’impostazione più che altro commemorativa, che nulla aggiunge alla conoscenza del disastro e delle sue dinamiche. Seguo il suo suggerimento e mi metto in cammino.
Sono salito al Vajont nella consapevolezza di essermi adeguatamente documentato, di conoscere sufficientemente bene i fatti. La mia intenzione non era sapere di più, bensì “sentire” di più. Volevo aggiungere una componente emozionale alla fredda massa di dati storici e tecnici che avevo acquisito attraverso la lettura o la visione di servizi, film e documentari. Speravo che il “contatto” fisico con quei luoghi, con la diga, con il Toc, avrebbe potuto portarmi ad una conoscenza più profonda ed intima del disastro. Ed è stato così, infatti. Ora so che tentare di afferrare l’immensità di ciò che avvenne quel 9 ottobre del 1963, è un’impresa concettuale impossibile, senza che qualcuno non ti venga a spiegare che il terreno su cui stai camminando, e tutto il resto che ti circonda, è materiale che sessantasei anni fa era attaccato alla montagna, e che al suo posto, fino a pochi minuti prima delle 22.39, c’era un lago profondo circa 250 metri, e con una superficie di 1,5-2 chilometri quadrati; oppure senza aver provato l’ebbrezza della camminata sul coronamento della diga, l’opera magnificamente sopravvissuta al suo destino.
Adesso ho vissuto queste esperienze, ma sento che la sete di conoscenza non si è placata, anzi si è fatta ancora più intensa, Quindi mi dirigo verso il museo di Erto nella speranza di colmare i vuoti che sono rimasti, ma mentre affronto un paio di tornanti ecco la grande “m” bianca del Toc apparire, laggiù, dietro il crinale del Monte Salta. La luce pomeridiana la investe trasversalmente, e la fa brillare più intensamente. Solo ora, solo a questa distanza mi rendo conto di quanto sia enorme. Prende tutta quanta la parete del Toc ed appare quasi sproporzionata, gigantesca com’è. È uno spettacolo magnifico e insieme terrificante, che vale la pena assaporare ancora per qualche minuto. Ebbro e grato di quest’ultima emozione, mi rimetto alla guida.
Il museo allestito ad Erto è stato ricavato da una scuola elementare e consta di due piani. Ci sono molte fotografie, ma soprattutto tanto materiale infografico di straordinaria completezza. E’ presente anche una stanza sensoriale, dove viene riprodotta l’escalation rumorosa del disastro, ma l’esperienza non risulta essere particolarmente impressiva, purtroppo. La quantità di dati esistente sul Vajont, lo rende uno dei disastri più studiati e meglio conosciuti della storia recente. La ricostruzione tecnica degli eventi è accurata al millesimo di ogni unità di misura possibile, mentre quella storica evidenzia in modo drammaticamente inconfutabile come nel disastro non ci sia stato niente di naturale e imprevedibile.
L’azione degli uomini ha creato il Vajont.
Quella che segue è la storia di come ciò sia stato possibile.
