ANALISI LETTERARIA DI FLORIDA NICOLAI
prima parte
Chi scrive non è un filosofo, né un critico letterario, né un addetto ai lavori. Non ha dunque la pretesa di essere filologicamente ineccepibile né di offrire interpretazioni filosoficamente fondate nel senso tecnico del termine. Questo testo nasce da qualcosa di più semplice e più diretto: dall’incontro tra un libro e un’esperienza di vita. Ho incontrato Paura della libertà in un periodo in cui certe dinamiche, il conformismo di chi cambia bandiera senza cambiare sguardo, la solitudine di chi non ride quando ridono tutti, l’omologazione sottile che spinge a vestire gli stessi abiti per sentirsi unici e, soprattutto, il clima soffocante in cui la propaganda costruisce nemici su misura per compattare la massa e offuscare il giudizio, non erano per me astrazioni, ma materia vissuta. Il libro mi ha aiutato a nominarle. Da lì sono nate queste pagine: dal bagaglio che qualsiasi lettore porta con sé, non fatto di categorie accademiche ma di anni, di osservazioni, di situazioni attraversate. Un bagaglio di conoscenze che non si impara sui libri, ma che i libri, spesso, aiutano a mettere a fuoco. È con questo bagaglio, e senza altra pretesa, che ho scritto.
“La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone; e nulla è più faticoso, e veramente spaventoso, che l’esercizio della libertà.”
Carlo Levi, La Nazione del Popolo, 2 novembre 1944

Ci sono libri che invecchiano e libri che aspettano. Paura della libertà di Carlo Levi appartiene alla seconda categoria. Scritto nell’imminenza della guerra e pubblicato nel 1946, rimasto a lungo nell’ombra del più celebre Cristo si è fermato a Eboli, è un saggio breve e difficile, che Levi definiva un “poema filosofico” e che, come osservava Italo Calvino, dovrebbe stare alla base di “ogni discorso su Levi”.La tesi del libro non consola: gli uomini non subiscono soltanto la servitù, la vogliono, la cercano. Vi si rifugiano come in un riparo da qualcosa che fa ancora più paura: la responsabilità di essere, fino in fondo, se stessi.Aprire oggi queste pagine significa trovarsi davanti a una domanda che non ha perso nulla della sua scomodità: perché così tanti preferiscono dissolversi in un’identità collettiva, piuttosto che reggere il peso e la dignità di uno sguardo proprio sul mondo?
Il sacro, il religioso e la fuga nell’indistinto
Per Levi la chiave sta in una distinzione fondamentale tra sacro e religioso, dove il sacro è la condizione originaria, pre-individuale in cui l’individuo non si è ancora staccato dal tutto, dal flusso indifferenziato della vita collettiva. Non esiste ancora un soggetto, né un giudizio proprio; è una dimensione che, sotto la superficie della vita sociale, rimane sempre disponibile al ritorno. Il religioso è il tentativo successivo di dare forma a quella zona primordiale, di disciplinarla in riti e simboli, di renderla abitabile e che, nel mediare tra l’uomo e il sacro, ne addomestica la forza senza negarla. Il problema nasce quando l’individuo, spaventato dalla propria singolarità, regredisce verso il sacro saltando la mediazione, gettandosi nella massa, nel capo, nel mito collettivo, non per scelta spirituale, ma per fuga. Qui, nella resa volontaria dei molti e non nella violenza dei tiranni, Levi individua la radice psicologica del fascismo e, più in generale, di ogni totalitarismo. La paura della libertà preesiste infatti al potere, in quanto non ne è il prodotto, ma il terreno su cui attecchisce. Il totalitarismo sfrutta questa disponibilità, la organizza, la alimenta, la consolida, offrendo alla massa ciò che essa già cerca, cioè un idolo da adorare, un nemico da odiare, un sacrificio da compiere.
La servitù volontaria: da La Boétie a Levi
Questa analisi incontra una riflessione che ha radici più antiche. Il giovanissimo Étienne de La Boétie, nel Discorso della servitù volontaria (1549), si chiedeva, con lucidità spietata, come fosse possibile che milioni di uomini obbedissero a un solo individuo e la sua risposta era radicale: perché avevano smesso di volere la libertà. L’abitudine, la consuetudine, persino una sorta di fascinazione per il nome del tiranno avevano spento in loro la memoria di cosa significasse essere liberi. Levi aggiunge un elemento decisivo, sostenendo che la paura non è soltanto dimenticanza, ma anche un meccanismo attivo che porta l’individuo a rifugiarsi nella massa, spaventato dalla propria singolarità. Vittorio Alfieri aveva immaginato la libertà come intransigenza assoluta del singolo, capace di non piegarsi neppure davanti al tiranno, di non ridere quando ride il potente: Levi guarda lo stesso fenomeno da una prospettiva diversa: non disprezza il conformista, cerca di capirlo. Non vede soltanto la viltà, ma la paura.
Il Novecento e il desiderio di servitù
Il tema attraversa l’intero Novecento. Erich Fromm, in Fuga dalla libertà (1941), contemporaneamente a Levi, si interroga sullo stesso paradosso, ma lo affronta con gli strumenti della psicanalisi freudiana e la sua risposta è, dunque, clinica e individuale: vede la molla della fuga nell’angoscia della separazione. L’uomo fugge dalla libertà per angoscia di separazione, per paura dell’isolamento che l’individuazione comporta e cerca rifugio nell’autoritarismo o nel conformismo. Simone Weil riflette su come il potere abbia la capacità di “trasformare un uomo in cosa”, e su come l’animo umano possa arrivare persino a desiderare questa trasformazione. Hannah Arendt, nelle Origini del totalitarismo (1951) aggiunge un tassello decisivo: il totalitarismo attecchisce sulla solitudine, che non è l’isolamento sociale, ma la perdita del rapporto con sé stessi, la perdita di quella voce interiore che è la condizione minima del giudizio autonomo, perché l’individuo che ha perduto anche sé stesso è davvero senza difese. Ed è su questo vuoto tragico che il totalitarismo costruisce le proprie certezze assolute. La complicità che ne deriva, come Arendt avrebbe mostrato più tardi con il caso Eichmann, non richiede necessariamente malvagità: le bastano individui che hanno smesso di pensare.
Lo sguardo antropologico: il confino come esperienza incorporata
C’è però qualcosa in Levi che non ha equivalenti in questi suoi contemporanei: una dimensione antropologica che nasce da un’esperienza concreta. Il confino in Lucania tra il 1935 e il 1936 gli aveva aperto gli occhi su una civiltà “altra”: un mondo contadino arcaico, con il suo rapporto diretto con la terra, con la morte, con il sacro, che sfugge alle categorie della modernità europea. In Paura della libertà questa esperienza non è ancora raccontata e lo sarà pochi anni dopo in Cristo si è fermato a Eboli, ma è già tutta presente come sostrato di ogni pagina. Quei contadini, con la loro estraneità alla modernità, offrivano a Levi uno sguardo laterale sull’Occidente: non avevano paura della libertà semplicemente perché non avevano ancora compiuto il percorso di individuazione che la rende problematica.
continua…
