Il 16 e 17 maggio 2026, a Fivizzano, dopo una vacanza di quasi trent’anni, tornerà la manifestazione del Calendimaggio, che vedrà la città impegnata in una due giorni dedicata al florovivaismo, allo slowfood e tante altre attività legate alla cultura ed allo sviluppo del territorio.

Che cos’è il Calendimaggio? È una festa che affonda le sue radici nei riti pagani precristiani e che è rimasta viva anche in molte altre parti d’Italia: quella di Assisi è forse quella più famosa. Si chiama così perché viene festeggiata nelle calende, così veniva chiamato il primo giorno di ogni mese, quello subito dopo la luna nuova nel calendario lunare romano. Era una festa dedicata alla primavera, alla rinascita della vita nei campi. Non è un caso se gli antichi romani dedicavano ogni calenda a Giunone, dea della fertilità e del parto: infatti con lei si festeggiava, ogni volta, un nuovo inizio. Si onorava anche la dea Flora, responsabile della fioritura degli alberi. Non si trattava, tuttavia, di una festa di stretta appartenenza del mondo latino, anche altre popolazioni europee ne avevano una loro versione: quella anglo irlandese, ad esempio, prendeva il nome di Beltane o Beltaine: gli antichi druidi appiccavano dei falò in cima a delle colline e vi facevano passare in mezzo le greggi in segno di purificazione, a volte anche le persone lo facevano in segno di purificazione spirituale. In centro Europa si festeggiava invece la notte di Valpurga con dei riti del tutto simili a quelli prima citati, ovvero accensione di falò, balli e danze propiziatorie, in antitesi con la festività che si celebrava esattamente sei mesi dopo, chiamata Samahin e da noi arrivata con il nome di Halloween. Inutile dire che questo tipo di cerimonie diedero vita a leggende legate ai sabba ed alle danze delle streghe, ma l’usanza sopravvisse e nell’XI secolo, e, anche per eliminare quell’aura negativa e demoniaca, vi si sovrappose una festività cristiana che prese appunto il nome di notte di Valpurga, dal nome di una monaca di origini anglosassoni che, per le sue vicissitudini, fu dichiarata santa e il cui culto era molto importante in quei luoghi.

I simboli principali del Calendimaggio sono due: l’albero e i cantori.
L’albero, ovviamente, simboleggia la natura che torna alla vita e viene rappresentato solitamente come un palo colorato attorno al quale si danza. In alcune zone invece si preferisce usare un albero vero: l’ontano, che cresce vicino ai ruscelli e ai torrenti, cioè vicino all’acqua, simbolo di vita. Esistono poi i cantori, ovvero gruppi di persone che, dopo aver raccolto donazioni generalmente sotto forma di cibo e prodotti del terreno, si recano presso le case delle persone per benedirle con versi e canzoni di buon augurio, retaggio forse proprio di quei culti antichi di cui la Lunigiana è ancora gelosa custode. Ancora per un meccanismo di sovrapposizione religiosa, in alcuni luoghi d’Italia questa festività viene associata al culto di San Michele Arcangelo, infatti proprio l’8 maggio viene festeggiata la sua apparizione a nel santuario a lui dedicato sul Gargano.
Un’ultima nota di colore, sempre rimanendo sul tema delle sovrapposizioni culturali, è quella che vide il Calendimaggio trasformarsi, verso la fine del XIX secolo, in una festa dalle tinte politiche diventando la festa dei lavoratori, sotto la spinta delle correnti socialiste. Nonostante il fascismo spingesse molto per la valorizzazione degli eventi folkloristici, in alcune città ne vietò lo svolgimento per motivi politici. Nonostante tutto, l’usanza è rimasta ed oggi è ancora in uso, sicuramente ripulita dai primitivi simbolismi religiosi, culturali e politici, ma ancora capace di attirare le persone per ciò che realmente significa: la festa della vita.
