Prima di cominciare la parte di visita che consta di una semplice ⎼ sempre secondo la descrizione che ne fa il sito ufficiale ⎼ passeggiata nel bosco per raggiungere la parte del corpo franoso che si appoggia al Toc, Anna ci spiega che lo spazio dove il gruppo si sta muovendo in ordine sparso in quel momento, all’epoca, era occupato dalla cabina di controllo. Posizionata a lato della diga, dalla parte che guarda a valle, un paio di metri più in alto della via carrabile di servizio che correva lungo il coronamento, la cabina era un gioiello tecnologico e di design. Dall’unica foto esistente scattata al suo interno, vediamo una specie di plancia d’astronave, in stile ultra minimalista, con ampissime vetrate sul fronte e ai lati, e con due unici banchi di controllo. Stranamente, non ci sono sedute. Dobbiamo, quindi, presumere che tecnici e responsabili lavorassero in piedi per l’intera durata del turno.
La sera del 9 ottobre, nella cabina e negli edifici tecnici adiacenti alla diga, erano al lavoro circa 20 persone, tra operai, tecnici e personale di sorveglianza. Non sapremo mai se qualcuno abbia fatto in tempo a vedere la frana collassare e l’onda sollevarsi. Considerato che tutto successe in pochi secondi e che il buio era totale, è poco probabile che anche solo una brevissima sequenza del disastro sia stata vista da occhio umano. Il rumore, invece, lo sentirono tutti quanti. Ma di questo parleremo più avanti. L’onda d’urto, di potenza nucleare, venne prima dell’onda, e polverizzò sia la cabina che la strada. I corpi di quella manciata di uomini ⎼ eroi veri e propri, vedremo più avanti perché ⎼ non sono mai stati ritrovati.Della furia devastatrice che ha cancellato tutte quelle vite in una frazione di secondo, l’unica traccia che rimane è un piccolo tratto finale del coronamento dalla parte del Toc, in cui si notano alcune barre dell’armatura dei parapetti, spazzati via anch’essi, che escono contorte dal calcestruzzo, come braccia tese verso il cielo, appartenenti ad alieni corpi di metallo, che cercano disperatamente un appiglio per uscire dalla loro bara di cemento.
Cominciamo a salire.
L’inizio è facile. Il sentiero è un po’ ripido per la mia resistenza aerobica, ma attingo alle ultime energie per non rimanere indietro. Anna ci spiega che stiamo camminando sulla massa franosa e ci fa notare la vegetazione intorno che spunta tra la roccia come il segno di una natura che trova sempre il modo di sopravvivere e di rigenerarsi. Dopo almeno quindici minuti tirati di salita, all’ennesimo tornante, Anna si ferma e inizia il racconto dei problemi che iniziarono subito dopo che la diga del Vajont fu ultimata, allorquando l’acqua ne lambì per la prima volta la parete a monte, e si creò il primo invaso. Si torna a parlare di Semenza, di suo figlio Edoardo e di Leopold Müller, entrambi geologi di fama internazionale, chiamati al capezzale della grande montagna “malata” di fragilità, per una valutazione che non riguardasse più l’esistenza del pericolo di frana, ormai accertato, ma la sua entità e le strategie per contenerne gli effetti.
Fra una pausa e l’altra della spiegazione, qualcuno chiede se abbiamo superato la quota che ha toccato l’onda quella sera. Anna risponde: “Sì, siamo un paio di metri sopra”. Allora guardo in basso. Da quella posizione, il coronamento della diga sembra lontanissimo. All’improvviso, come interessato da un’esperienza extracorporea, mi vedo laggiù, piccolo piccolo, al centro della diga, dove stavo solo qualche minuto prima, quasi pietrificato, che guardo il cielo mentre m’immagino l’onda che mi passa sopra la testa e mi spazza via. Entriamo in un bosco dal colore verde lussureggiante, pieno di alberi divelti le cui chiome spoglie guardano in ogni direzione. Anche questi sono segni dello sconquasso morfologico che si venne a creare quella sera.
Adesso la camminata si fa molto complessa. Il muschio che copre tutto rende impervio anche un semplice passaggio tra radici sporgenti. Mi aggrappo a tutto quello che sembra in grado di reggere i miei 130 chili di peso e la fatica, adesso, è intollerabile, ma perlomeno ci si muove al fresco. Quando usciamo dal bosco, termina anche quel piccolo privilegio, e un sole implacabile ci piomba addosso durissimo. Dal muschio scivoloso, siamo passati ad una specie di spianata fatta di sassi. Sono i sassi del Toc. Siamo sulla parte senza vegetazione della frana. Alla nostra destra, l’enorme spazio bianco a forma di “m”, fatto di nuda roccia, che il distacco ha creato sul versante della montagna, adesso, è molto più vicino e lo possiamo vedere senza ostacoli.
È uno spettacolo che lascia sbigottiti. La superficie rocciosa, vista da qui, appare liscia come la pelle di un delfino e brilla sotto il sole cocente. La vastità di quello in cui siamo immersi è tale che il Toc sembra a portata di mano, ma non è così. Non potremo toccare la roccia viva, quella verticale, quella appartenente alla parete della montagna. Siamo vicini, ma non così tanto. Nel frattempo, camminando, siamo arrivati in cima al promontorio che si vedeva dalla strada. La visita guidata finisce qui e iniziamo la discesa per tornare al punto di ritrovo.
Prima che sia troppo tardi devo fare una cosa. Raccolgo un sasso del Toc e me lo metto in tasca. Mi porto a casa un pezzo del Vajont: il mio.
