foto di Gianni Ammavuta
parte sesta
Torniamo al punto di ritrovo e cominciamo a scendere verso la diga. Il momento topico della giornata sta arrivando. Inutile nasconderlo. Siamo tutti lì per un solo ed unico motivo. La raggiungiamo da dietro, percorrendo una sorta di cunicolo aperto sulla sinistra, costruito nella roccia viva. Alcuni uomini del gruppo, di statura leggermente superiore alla media, sono costretti a camminare abbassando di non poco le spalle. La parte aperta è protetta da una rete metallica, per cui si può guardare la diga e il resto, ma senza sporgersi. Siamo a pochi metri, tanto che riesco a vedere con chiarezza le naturali imperfezioni del calcestruzzo con cui è costruita. L’emozione sale. All’altezza di un piccolo slargo ci dobbiamo mettere tutti lungo la parete, per far passare in senso inverso un altro gruppo. Evidentemente quest’ultimo ha optato per la visita parziale e ora stanno tornando indietro. Allontanatosi anche l’ultimo componente, tocca a noi. Anzi, tocca a me, perché prima di scendere, mi ero messo davanti per poter essere il primo, e non avere nessuno davanti mentre lo facevo. Il sito ufficiale avvisa i visitatori che scelgono il percorso completo, che in uno specifico punto la visita non è adatta alle persone deboli di cuore o a chi soffre di vertigini. E adesso quel punto è proprio lì davanti a me.
Mi prendo un attimo per fare un respiro profondo. Poi scendo quattro scalini e varco un piccolo cancello. Sono arrivato dove, da anni, desideravo essere. Sto muovendo i primi passi sul coronamento della diga del Vajont. Il Monte Salta è alle mie spalle. I miei piedi non poggiano più sulla sua solida e confortante roccia. Adesso stanno sulla prima grata di una passerella protetta da ringhiere, montata sul coronamento al posto della strada che c’era originariamente, e che è stata spazzata via dall’onda.
La via è libera. Vedo con chiarezza la curvatura della diga e la sua inquietante prospettiva. Inizio il mio attraversamento. Una curva lunga 194,5 metri: Usain Bolt li correrebbe in una manciata di secondi. Poco meno di 200 metri per passare da una montagna all’altra, a circa 726 metri sul livello del mare, come fosse un numero di equilibrismo estremo. Passo dopo passo, la mia sicurezza svanisce, perché soffro l’altezza e comincio ad avvertire ansia e disagio.

Ma è quando arrivo al centro dell’arco che tutto si fa chiaro. Per pochi secondi le mie paure si dileguano e la catastrofe del Vajont assume una dimensione sensoriale più alla portata della mia capacità immaginifiche. Me ne sto in cima a una colata di calcestruzzo alta quasi 262 metri, con la netta sensazione di essere sospeso per aria, a metà strada tra due montagne. Sì, perché in quel punto del coronamento, lo spessore della diga è di soli 2,90 mt e sembra di non avere più niente sotto i piedi. Guardo alla mia destra in basso e mi sembra di essere sull’orlo di un baratro di cui non s’intravede il fondo, nero come una galleria mai finita, dimenticata e inghiottita dal suo stesso buio.
Devo toccare una delle due ringhiere per sentire sulla pelle qualcosa di solido. Alzo lo sguardo e in lontananza vedo Longarone, adagiata sulla pianura, molto al di là della fine della forra del Vajont. Sembra una distanza enorme. Eppure l’onda, quella sera, ci ha messo pochi secondi per percorrerla. E solo adesso riesco a vederla, immensa e spaventosa, mentre sorvola me e il coronamento a circa 90 metri di altezza, per poi scagliarsi furiosa verso valle.
Guardando a sinistra, il panorama è meno inquietante, ma non meno rivelatore. Finalmente si vede bene il Monte Toc e la sua enorme ferita, ma soprattutto capisco perché, vista da dietro, la diga sembra meno alta. Il terreno oltre il quale si erge la grande parete curva non è il fondo dell’invaso, bensì il materiale di frana che si è addossato allo sbarramento. Interrogata sull’argomento specifico, la guida mi dirà più tardi che la frana, accumulatasi con inclinazione verso monte, ha “soltanto” toccato la diga nella sua parte più bassa. Ed è per questo che gli esperti parlano non di “superficie coperta” di materiale franoso, ma di “porzione di paramento a contatto” con quest’ultimo. In ogni caso, il deposito franoso che è “appoggiato” alla diga, raggiungendo i 150 metri d’altezza, copre metà della struttura per tutta la sua lunghezza. Con un’area di circa 25mila metri quadrati sottoterra, non sarà mai più possibile ammirare la diga del Vajont nella sua interezza: un’ulteriore prova dell’unicità emblematica di questo luogo, identitario e universale allo stesso tempo, dove tutto ha un peso e nulla è privo di significato.
Ma torniamo a me, fermo in quella gabbia a metà del coronamento, mentre mi guardo intorno rapito. È a questo punto che i pensieri cedono velocemente il passo ad un’ansia che sento andare velocemente fuori controllo. Per cui riprendo a camminare, ma stavolta ad un passo decisamente più veloce. Mi sforzo di tenere lo sguardo dritto davanti a me, riducendo tutto il resto a un insieme confuso di forme e colori sfocati. La cosa funziona, ma questa maledetta curva sembra proprio non finire mai. Stavolta uso entrambe le mani per sfiorare le ringhiere e toccare qualcosa che mi comunichi protezione. Mi accorgo che sto quasi correndo e, una volta dall’altra parte, anche che durante la corsa, praticamente, non ho respirato. Così mi piego in due, come se avessi corso i 10 metri alle Olimpiadi.
Una volta che il gruppo si riunisce, la guida ci concede qualche minuto per le foto di rito, e poi apre il cancello da dove parte il sentiero che, risalendo il Toc di qualche centinaio di metri, ci porterà sul corpo principale della frana, per raccontare altre storie di un altro Vajont: il mio.
continua…
