Ieri sera ho rivisto un film del 2005 intitolato “Ogni cosa è illuminata”, che narra la storia vera di un ragazzo americano che torna in Ucraina alla ricerca delle sue origini. Accompagnato in questa ricerca da un traduttore, un ragazzo che parla un inglese tutto sgangherato, da suo nonno e dal cane Sammy Davies Jr.Jr., a bordo di una Trabant attraversano tutta l’Ucraina nel tentativo di trovare il paese di Trochenbrod dal quale il nonno del protagonista partì per cercare fortuna in America. Scoprirà che il nonno in realtà aveva avuto una relazione con un’altra donna che avrebbe dovuto raggiungerlo oltreoceano, cosa che non avvenne perché i tedeschi uccisero tutti gli abitanti del villaggio, compresa quella ragazza che al momento era incinta. Non ci sono scene di violenza esplicita, tranne forse quella in cui la ragazza muore con un soldato tedesco che punta la pistola al ventre gravido pochi attimi prima di esplodere il colpo fatale. Questa scena mi ha subito ricordato un evento simile avvenuto a poca distanza da qui, alle pendici del Pizzo d’Uccello nel paese di Vinca. Alla fine della seconda guerra mondiale, questa parte di valle fu teatro di molte stragi di civili, tante persone inermi furono uccise in maniera indiscriminata in svariati episodi. Se volete farvi un’idea di ciò che accadde guardatevi un altro bel film intitolato “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee, che racconta la strage di Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca.

A Vinca mi ci hanno portato, la settimana scorsa, due amici originari di lì, con la scusa di mangiare un pezzo di focaccia davvero buona. Ci siamo inerpicati lungo i tornanti che portano ad un villaggio ai limiti dell’abbandono che, però, gode di un fascino tutto particolare. Le montagne parzialmente innevate si fanno aspre, maestose e quasi inaccessibili, ma catturano l’occhio e l’anima. Mentre salivamo uno dei due miei amici si domandava a voce alta come avessero fatto i tedeschi ad arrivare fin lassù senza essere visti, senza che nessuno desse l’allarme. Non ho saputo rispondere perché non conosco esattamente lo svolgimento degli eventi, magari in un altro articolo lo racconterò ma, ecco la connessione con il film di cui vi parlavo: subito i pensieri si sono diretti ad una delle vittime più tristemente famose di quella strage che vide più di 140 morti tra uomini donne e bambini. Si chiamava Alfierina Marchi, aveva vent’anni ed era incinta. Quando la uccisero le aprirono il ventre e fecero il tiro al bersaglio con il feto che portava in sé. Se qualcuno andrà a vedere il monumento dedicato alle vittime, la riconoscerà distesa mentre abbraccia la sua creatura. In quel momento, quando le due immagini si sono fuse insieme, un turbine di pensieri ha cominciato a volteggiare nella mia testa impedendomi di prendere subito sonno. Da sempre ringrazio il cielo per aver ricevuto in dono la curiosità, che mi ha spinto ad accettare, per questioni di lavoro, di andare in posti dove una persona sana di mente ci penserebbe almeno tre o quattro volte prima.

A Sarajevo ho visto volti di ragazze che, silenziosamente, esibivano i segni della pulizia etnica che ha letteralmente divorato generazioni di giovani. La bocca segnata da una cicatrice o un dente d’oro erano i segni dello stupro sistematico cui erano state sottoposte, perché chi incappava in quel macabro rito, doveva mostrarlo al resto delle persone, per cui o gli aprivano la bocca di lato con un coltello oppure gli strappavano i canini. Generazioni intere di giovani cresciuti nel risentimento e nell’odio in un tutti contro tutti che non sono mai riuscito a decodificare. In una povertà spaventosa, che non sarei mai riuscito ad immaginare, ho visto gente senza gambe e senza braccia, volate in aria grazie alle mine antiuomo, oppure con i segni delle torture subite ad opera della furia violenta dei talebani su gente colpevole solo di vivere in una zona dimenticata da Dio in mezzo ad un deserto. Come faccio a scordarmi il sorriso di Akram Akram, a cui avevano tagliato la lingua perchè pensavano che avesse parlato con gli americani? In una lettera che ho ritrovato per caso, scrissi a casa a mia moglie che ero rimasto così colpito dal numero incredibile di bambini in stato pietoso che avevo incontrato, che me li sarei portati tutti a casa, ma non avevo le braccia abbastanza grandi per abbracciarli.

Allora ho provato a tirare due somme: oggi si fa presto a dire che uno è fascista oppure che è comunista, sionista, terrorista, woke, illiberale, razzista e tutto quello che viene in mente, ma se tutte queste parole non fossero altro che un modo per nascondere il vero motivo per cui vengono compiute certe azioni? Alla fine i tedeschi, i fascisti, i comunisti, i talebani se li spogli delle loro ideologie non sono altro che uomini come tutti noi… allora è il male in se stesso che ci fa fare certe cose. Quella parte oscura che risiede in ogni singolo essere umano è la vera causa di tutti i mali, di tutte le nefandezze, di tutte le crudeltà di questo mondo. Come evitarla allora? Non ne ho idea. Magari ignorandola, forzando un sorriso quando ci verrebbe voglia di spaccare il mondo per un’ingiustizia subita, fischiettando invece che lasciarci prendere dall’ira, ognuno di voi dica la sua, io so solo che giunto a questa conclusione sono riuscito ad addormentarmi e condividere con voi questa lunga e complicata riflessione, mi ha sollevato parecchio.

Voglio concludere con la frase che chiude il film ed il libro da cui è stato tratto, quando il traduttore scrive una lettera al protagonista con il quale ha stretto una profonda amicizia: “Ho riflettuto molte volte sulla nostra rigida ricerca. Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato. È sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia. Jonfen, in questo modo, io sarò sempre al lato della tua vita. E tu sarai sempre al lato della mia”
