quarta parte
A questo punto Anna, la guida, ci fa spostare dall’altra parte della strada per imboccare un sentiero, anch’esso ricavato dalla massa franosa, che si inerpica tra la vegetazione per una cinquantina di metri, e che ci porta ad una piccola radura. Quest’ultima è delimitata, alla nostra sinistra, da un rete di protezione che si affaccia su un baratro di cui non si vede il fondo. E’ la stretta forra del Vajont, con la sua grande diga curva, che come un cerbero ne sorveglia l’imbocco. A vederla da quella posizione, vale a dire dall’alto, ad una ventina di metri dal coronamento, e quindi con una vista frontale, sebbene ridotta alla sola parte superiore, non sembra neanche che sia stata costruita, bensì incastrata, spinta a forza nella roccia dal gigantesco martello di una qualche divinità greca, una sorta di maniscalco sceso dall’Olimpo per dare un saggio della propria potenza ai piccoli mortali che popolano la terra. Ma, pur migliorata, la visuale non mi consente ancora di percepire l’altezza dell’opera. Dove sono i suoi famosi 261,60 metri? Dov’è la maestosità?

La risposta mi attende dopo una manciata di minuti, qualche metro più in basso, ma in un modo che non posso neanche lontanamente immaginare… Come se mi leggesse nel pensiero, Anna ci fornisce qualche specifica tecnica riguardo quello che stiamo guardando tutti avidamente, partendo proprio dalla sua altezza. Essa non ha subito cambiamenti in corso d’opera. Con questo s’intende che non sono state né l’ambizione, né l’arditezza ingegneristiche, le motivazioni a cui addurre la colpa disastro, come avremo modo di vedere più avanti. Non c’è stata alcuna corsa a spingere l’asticella smodatamente oltre il possibile: il progetto originale prevedeva che lo sbarramento del Vajont fosse a doppia curvatura, che il suo coronamento toccasse quota 720 metri sul livello del mare, che la sua base fosse spessa circa 22 metri, e che la sommità “solo” 3,40 metri, così da realizzare una struttura snella e poter scaricare sulla curvatura il peso della sua altezza record di 261,60 metri.

Pensata come l’opera simbolo e suggello della carriera del suo progettista, l‘ingegner Carlo Semenza ⎼ figura controversa di cui parleremo diffusamente più avanti ⎼ la diga del Vajont ha una storia ingegneristica e costruttiva a dir poco affascinante, e ci vorrebbe una trattazione separata, e molto specialistica, per comprendere in pieno la portata dello sforzo che ha permesso il suo completamento in soli tre anni.
Anna ci segnala alcuni buchi di carotaggio che sono lì intorno. Essi sono serviti, in passato, per valutare la stabilità della parte di frana dove siamo posizionati in quel momento. Al brusio di preoccupazione che segue, naturalmente, Anna continua assicurando che il terreno che abbiamo sotto i piedi qui, e quello che avremo dopo, durante l’escursione sul Toc, sono stabili, ma questo non significa che la frana non sia “viva” e che non debba essere monitorata costantemente. A riprova di questo Anna ci indica una specie di cascata che esce dalla roccia viva del Toc, alla sinistra della diga, e che precipita in quell’orrido apparentemente senza fine.

“Da dove viene tutta quell’acqua, se il lago non c’è più?” ci domanda Anna. Nessuna risposta. Anna fa passare sapientemente qualche altro secondo di silenzio. “Viene dal lato opposto del bacino, a monte della frana, verso il paese di Erto, dove il fiume, scontrandosi con la massa franosa, forma un piccolo lago. Da lì parte un canale di drenaggio che convoglia le acque del Vajont e quelle che si depositano nel corpo di frana, e permette loro di defluire a valle, nel Piave. Quello che vedete, tecnicamente si chiama galleria di by-pass in sponda sinistra, ed è l’opera a tutt’oggi più importante per il drenaggio ordinario dell’area. Ma ci sono altre gallerie di scarico di fondo e le opere di idraulica originarie che, pur non essendo più utilizzate per il loro scopo originale, vale a dire la produzione di energia idroelettrica, contribuiscono alla gestione e al controllo dei livelli”. Nonostante siano passati più di sei decenni, il sito è meta di numerosi geologi, ingegneri e costruttori. Vengono da tutto il mondo per studiare questo luogo. Si danno appuntamento qui per ascoltare ciò che la terra stravolta riesce ancora a raccontare, e per ammirare la famosa diga; la grande diga del Vajont, che quella notte provocò, e poi sfidò l’inimmaginabile, rimanendo in piedi a simboleggiare, negli anni a venire, la potenza e la fragilità dell’uomo. (foto di Gianni Ammavuta)
continua…
