Qualche mese fa è stato pubblicato un libro che ha già fatto molta strada, destando nel pubblico un sincero interesse: La zappa e l’aratro del professor Sergio Sorella (Il Bene Comune Edizioni),un saggio che ha il merito di analizzare tutti gli aspetti storici, sociali e di vita quotidiana dei paesi e delle campagne del Molise nel corso dell’800 e di ricomporli in un quadro di insieme che definisce le inenarrabili miserie e sofferenze della popolazione contadina – la bassa gente– talmente sottomessa e sfruttata da essere condiderata una razza inferiore. Fra i vari argomenti trattati nella pubblicazione abbiamo aperto qualche spiraglio di riflessione, che il professor Sorella ha gentilmente voluto ampliare con le sue considerazioni:
Buongiorno professor Sorella, davvero miserevoli e degradanti le condizioni di vita dei nostri antenati che lavoravano la terra per ricavarne a stento la sopravvivenza per sé e la propria famiglia : figli che nascevano senza la speranza di poter cambiare il destino ereditato dai padri, cercando di sopravvivere a fatica, estrema povertà, tasse vessatorie, malattie… Cosa l’ha ispirato in questo lavoro?
Buongiorno. Lo studio delle condizioni materiali di vita nelle campagne molisane nell’Ottocento è emerso dalla necessità di affrontare un tema molto attuale: la perdita di memoria. Viviamo un tempo senza storia nel quale si semplifica sul passato, spesso lo si rimuove, mettendo sullo stesso piano le vittime e i carnefici (risultano allarmanti -a tal proposito- l’aumento dei dati sulla negazione della shoah). Assistiamo ad una continua rimozione, che determina una sorta di assoluzione permanente e di evidente assenza nell’individuare le responsabilità. Nelle nostre campagne oggi vediamo contadini con la pelle un po’ più scura, spesso vivono in misere baracche, in condizioni di grave degrado e con retribuzioni da fame. Somigliano ai contadini dell’Ottocento: i nostri antenati che furono costretti a cercare altrove lavoro e diritti che qui non avevano. Anche i nuovi migranti arrivano in cerca di lavoro e diritti. Nell’osservarli, nel vedere le condizioni materiali di lavoro e di vita, è come se ritornasse il passato. Un passato che spesso viene dimenticato, che si allontana e la stessa memoria rischia di cancellarsi. La perdita della memoria comporta una seria ipoteca sullesperanze per un futuro migliore. Perché, lo sappiamo, il nodo che lega passato e futuro è fatto di memoria e speranza, come ci ricorda lo storico Adriano Prosperi.

La terra ha sempre rappresentato l’unico orizzonte nell’esistenza di questi diseredati che “continuano a chinare il capo lavorando la terra con la loro zappa”… A proposito di memoria, se arriviamo a fine ‘800, primi del ‘900, possiamo parlare dei nostri nonni e bisnonni contadini di cui molti di noi conservano qualche ricordo o preziosa testimonianza familiare…
La terra è la protagonista del libro e dell’agire quotidiano dei contadini: per coltivarla, per far fronte a un’esistenza meschina, per cercare di rivendicarla contro gli abusi dei potenti, per acquistarla con le rimesse degli emigranti. Il mio lavoro ha cercato di riportare i contadini nella storia materiale, non in quella cadenzata dalle istituzioni. Nell’Ottocento i contadini, anche in Molise, erano circa il 90 per cento della popolazione. Documentando le loro condizioni di vita, la dura fatica quotidiana, la scarsa alimentazione, la miseria delle abitazioni (veri e propri tuguri), il vestire di pochi cenci, la sporcizia e la mancanza d’igiene, il continuo flagello delle malattie che falcidiavano la popolazione, il duro lavoro femminile, il rapporto con il magico e il religioso nell’affrontare il negativo dell’esistenza, le superstizioni e anche i tentativi di ribellione per modificare una vita già segnata (come diceva don Matteo in Signora Ava di Francesco Jovine: “Se con la zappa in mano tu sei nato, devi zappare come sempre hai zappato”), ho cercato di recuperare un passato che non è così lontano. Infatti,parlare dei contadini dell’Ottocento, se appare distante e lontanissimo nelle rappresentazioni culturali, è vicinissimo nel computo delle generazioni. Ancora oggi, in tanti possiamo vantare un parente, un nonno o un bisnonno nato alla fine dell’Ottocento, sono i nostri personali antenati. Ognuno ha parenti emigrati, ha sentito parlare o ha ricordi infantili che richiamano la precarietà della pulizia personale, la mancanza di bagno in casa, la carta igienica fatta di giornali, l’attesa di notizie dai parenti emigrati, il mulo, le galline e il maiale nella stalla, la non disponibilità dell’acqua in casa, l’arrivo delle fognature, la vaccinazione obbligatoria, i capelli pieni di pidocchi, il duro lavoro nei campi, ecc. Un periodo che diventa familiare se misurato con le generazioni dei nostri antenati e dei ricordi che ci sono stati tramandati.
A seguito delle leggi del 1806, che abolirono la feudalità, molti terreni demaniali, costituiti a boschi o non coltivati, vennero dissodati per consentire l’ulteriore acquisizione di terre da coltivare, ma questo processo fu nocivo per i più poveri…
Anche in Molise, con la vendita dei beni demaniali e ecclesiastici, avvenuta dopo l’eversione della feudalità del 1806, si sviluppò un ceto nuovo: i galantuomini, i proprietari borghesi che si impossessarono e usurparono tali beni. I contadini furono emarginati da simili passaggi di proprietà perché non avevano né il capitale a disposizione per comprare le terre, né il potere necessario nelle amministrazioni locali per impossessarsene, per usurparle, come fecero, invece, molti amministratori locali. Furono così ridotte a proprietà privata i beni demaniali e le terre sulle quali i contadini esercitavano i consuetudinari usi civici. La conseguenza fu un impoverimento generale di sempre più vasti strati della popolazione che non potevano usufruire di quei minimi diritti che garantivano la sussistenza, quali erano gli usi civici. Le usurpazioni dei terreni demaniali, perpetrate con voracità dai galantuomini, non potevano che essere ratificate, visto che gli stessi amministratori comunali erano i principali usurpatori o avevano con essi comunanza di interessi. Per cinquant’anni gli amministratori comunali, i galantuomini, rosicchiavano di continuo le terre demaniali a danno dei comuni e soprattutto dei contadini; le lagnanze ma anche le ordinanze che prevedevano il ripristino dei diritti collettivi, restarono sulla carta. Un immobilismo istituzionale, voluto dai nuovi gruppi dirigenti, che legittimava i nuovi rapporti economici, politici e sociali, ma anche un continuo impoverimento dei contadini.

E arriviamo al 1860 e all’unificazione del Regno d’Italia: è proprio ora che il contadino “che chinava il capo” si ribella e lascia la zappa per brandire l’ascia e il coltello, o imbracciare il fucile…
Il brigantaggio in Molise ebbe una forte presa. Nelle contrade e nei monti con la rottura del precedente ordine borbonico si era sviluppato un movimento di rivendicazioni e di protesta dei contadini contro i galantuomini, con richieste che prevedevano la quotizzazione dei demani, la conservazione degli usi civici, la ridistribuzione della ricchezza, il tutto senza nessun ascolto da parte della classe dirigente locale. Ripercorrendo la storia dell’Ottocento, questa fu la prima occasione in cui masse di contadini avevano fatto sentire la loro voce, lasciando la zappa ed imbracciando il fucile. Quando occupavano i comuni bruciavano gli archivi comunali che conservavano i passaggi di proprietà delle terre comuni ai galantuomini. Anche questo fu un modo, violento e tragico, per far parlare di loro, e di conseguenza delle loro condizioni materiali di vita, che non erano cambiate nemmeno con l’avvento del nuovo stato unitario. Combatterono per anni, contro forze di gran lunga superiori, una lotta senza prospettive, condannata all’insuccesso per la sua stessa natura, ma difficilmente sradicabile perché era l’espressione di un fenomeno sociale di vasta portata, apertamente avvertito come proprio dalle masse rurali. Il brigantaggio costituì, infatti, la grande paura della borghesia agraria meridionale, che in quegli anni visse nel terrore chiedendo al nuovo Stato sempre maggiore repressione.

Ciò che davvero ha decretato il riscatto dei contadini è stata la loro emigrazione, che ha impoverito di braccia le campagne togliendo forza lavoro allo sfruttamento dei grandi proprietari terrieri…
All’inerzia della classe dirigente, che pensava soprattutto a garantirsi il potere politico e ad accaparrarsi le terre, i contadini, dopo essere stati sconfitti con l’eliminazione del brigantaggio, risposero con il dramma dell’emigrazione. Iniziarono ad arrivare nelle case le rimesse degli emigrati in America, i quali, con i loro viaggi della speranza, davano autonomamente una risposta individuale alla fame e alla miseria. Mentre le classi dominanti intervenivano in maniera residuale, dimostrando che non c’era alcuna intenzione da parte loro di affrontare i nodi strutturali che determinavano le diseguaglianze sociali. La questione della terra rimaneva irrisolta per i contadini molisani che, per comprarne qualche ettaro, avevano dovuto emigrare, con tutte le conseguenze sociali del caso. Con le loro rimesse gli emigrati mandarono nelle loro case tanto denaro che determinò a cambiare le condizioni di vita delle proprie famiglie, contribuì a ridurre l’usura, generò un nuovo potere d’acquisto per gente prima misera. E così le rimesse degli emigranti che cominciarono a sortire qualche miglioramento sulle condizioni di vita materiale delle loro famiglie, fecero aumentare le lamentele nei galantuomini che non avevano più forza lavoro a basso costo, da poter sfruttare. Dunque, la terra resta la protagonista dell’agire quotidiano dei contadini: lo dimostrano i conflitti sociali che si manifestarono, a fine Ottocento, anche in queste contrade.
Nell’ultima parte del libro lei oggi rileva il rischio di una sorta di “decontestualizzazione folcloristica” della vita contadina di quei tempi…
Oggi le feste folcloristiche, di cui sono piene anche le comunità molisane, fuori dal contesto del duro lavoro nei campi, dal modo in cui viveva la stragrande maggioranza della popolazione, dalla miseria evidente e dalla fame ricorrente, rappresentano una sorta di argine alla comprensione del modo in cui si affrontava il quotidiano nelle campagne. Dal punto di vista storico si tratta di un argine assolutorio nel quale non emergono né le responsabilità delle classi dirigenti, né le azioni tentate per invertire la rotta di un cammino segnato, fin dalla nascita, nel destino dei cafoni. Le rievocazioni di sagre e di feste paesane del cibo, del vino e delle rappresentazioni in costume, riproducono uno dei tanti modi in cui la cultura trasmessa tende a cancellare passato e futuro in una dilatazione, quasi ossessiva, di un tempo fuori dalla storia. La riproposizione del bel tempo antico, rischia di far passare in ombra anche un altro tema: quello di chi si è impegnato a descrivere i contadini come una razza inferiore e non come una classe sociale. Ed allora conviene sempre ricordare che i diritti sono stati frutto di conquiste con dure lotte, vittime e rinunce, e non concessioni. Diritti che vanno difesi, preservati e rivendicati, perché facilmente si possono perdere.

Si ringrazia il professor Sergio Sorella e si rimanda alla lettura del suo libro La zappa e l’aratro, uno studio che ci restituisce la memoria fedele e dettagliata del mondo in cui affondano le nostre radici, appena alle nostre spalle in termini di generazioni; uno studio di cui si avvertiva la necessità per i tanti e importanti argomenti di riflessione sociale e umana.
Sergio Sorella, nato a Guglionesi, ha insegnato Diritto ed Economia negli Istituti Superiori ed ha ricoperto incarichi regionali e nazionali per la FLC CGIL. È Presidente di Proteo Fare Sapere per l’Abruzzo e il Molise. Laureato in Storia, si è dedicato allo studio della storia locale, pubblicando, tra l’altro, insieme a Costantino Felice e Angelo Pasqualini, Termoli, storia di una città, Donzelli Editore, 2009.
