Parte, con questa doppia recensione di Florida Nicolai, una nuova rubrica di Diari Toscani: Book Club. Doverosa per una testata che vive di storie, di racconti, di libri e di parole. Book Club non sarà solo una rubrica in cui si parlerà di libri: come, da sempre, è nello stile di Diari Toscani, sarà un viaggio che spazierà un po’ ovunque nel mondo della letteratura dai classici fondamentali alle novità contemporanee. Ma sarà anche un luogo, reale, fisico, in cui incontrarsi per condividere il privilegio di amare la lettura. Un viaggio che avrà tappe vere, in cui ci si incontrerà per davvero. E come in tutti i migliori book club chiunque ami leggere può dare il suo suggerimento. Dalla rivista alla realtà, davanti a una tazza di tè o a una cioccolata calda. Con un libro in mano, rigorosamente. Vi aspettiamo.
Ci sono libri che, una volta chiusi, lasciano una sensazione insopportabile: non di tristezza, ma di complicità. Diluvio di Stephen Markley e Quel che possiamo sapere di Ian McEwan – letti consecutivamente – non raccontano semplicemente la crisi climatica. Raccontano la cosa più insopportabile: il fatto che non siamo vittime di un destino, ma autori di una rimozione. Ventuno secoli fa, Lucrezio aveva già visto il meccanismo. Nel De rerum natura descrisse l’umanità schiacciata da un peso che l’abitudine rende sopportabile – e chiamò quel peso religio. Non la fede, ma il timore paralizzante che impedisce di applicare ciò che si sa. Sapevamo che il piombo avvelena, e continuammo a usarlo. Sapevamo che il carbone brucia il cielo, e lo bruciammo lo stesso. Oggi Markley dichiara il suo fastidio quando Diluvio viene descritto come “distopico”: “il mio è un romanzo realistico su ciò che vivremo, su ciò che è già qui, molto in anticipo sul programma”. Lucrezio sorriderebbe, amaramente: nulla è cambiato, tranne il nome del veleno.

Opere esemplari di quella “climate fiction” che usa la narrativa per indagare non il futuro del pianeta, ma il presente dell’animo umano, questi due romanzi scelgono strade opposte per convergere sulla stessa verità. Se Markley ci sprofonda nel nostro presente con la precisione di un cronista, srotolando decenni di collasso normalizzato, McEwan ci proietta in un futuro focalizzato, trasformando il nostro oggi in un reperto storico da mettere sotto processo. Sono due facce della stessa medaglia: l’anatomia della catastrofe e il giudizio su di essa.
E qui la classicità torna a parlarci. Seneca, nelle Naturales quaestiones, non studiava i fulmini o i terremoti per pura curiosità scientifica. Li studiava per costringere il lettore a sollevare lo sguardo dalla frammentazione quotidiana alla totalità cosmica – perché solo da lì si vede la miseria delle nostre avidità. McEwan fa la stessa cosa: ci proietta nel 2119 non per profezia, ma per straniamento. Il suo futuro è un dispositivo ottico per guardare il presente come già rovinato, già giudicato. Il mondo, in quel romanzo, rifiorisce – ma non per conversione etica: è “il risultato del crollo della civiltà”. La natura si riprende i suoi spazi solo quando l’uomo si fa da parte. E questa non è speranza: è un atto d’accusa. Non solo. Quel futuro ha salvato la scienza perché serviva a sopravvivere, ma ha sacrificato l’altro pilastro: l’umanesimo, la profondità, la capacità di lettura e giudizio. Gli studenti non riescono più a leggere un libro intero, la letteratura è quasi un lusso residuo: ed è un dettaglio narrativo che pesa come una sentenza, perché suggerisce che la catastrofe non produce solo povertà materiale, ma anche atrofia interiore.

In questo scenario, il centro morale del romanzo non è il poeta celebrato, ma Vivien, la moglie: una donna complessa, sfuggente, schiacciata da ruoli, rinunce, compromessi, colpe. La crisi climatica non è separata dalla vita privata: è lo sfondo assoluto entro cui emergono le maschere, i tradimenti, le repressioni, l’egoismo quotidiano. McEwan dice che il disastro non si prepara solo nei parlamenti: si prepara nelle stanze, nei silenzi, nelle scelte piccole che diventano destino.
Il punto non è il clima: il punto siamo noi. E ora?
Letti insieme, Markley e McEwan producono un effetto che è difficile liquidare: fanno saltare l’illusione che la crisi climatica sia un problema tecnico o un incidente della storia. No: è il risultato logico di una civiltà che ha trasformato il pianeta in un magazzino e l’informazione in spettacolo, che ha preferito l’economia alla biosfera, il consenso alla verità, il comfort all’etica.
Ma c’è un’ultima lezione, la più amara, che ci viene da Tacito. Negli Annales definì il compito della storia: “fare sì che le parole e le azioni malvagie siano colpite dal timore dell’infamia presso i posteri”. Scriveva per i tribunali del futuro. E noi, oggi, siamo già quel futuro per qualcuno. I posteri di Tacito – i nostri figli, i sopravvissuti al Grande Disastro di McEwan – non avranno bisogno di tribunali: avranno davanti agli occhi le nostre tracce, i nostri resoconti, i nostri avvisi rimasti inascoltati. Avranno la prova che sapevamo tutto.E questa è la vera distopia. Non l’uragano, non l’incendio. Ma la certezza che, di fronte a ciò che sapevamo, abbiamo opposto la stessa difesa che Lucrezio chiamava religio: l’anestesia collettiva di chi preferisce il peso noto alla vertigine del cambiamento. Per questo, i due romanzi, per chi come me vede nella difesa quotidiana del verde non un gesto eroico ma l’unico dovere civile concepibile, non sono “da leggere”: sono da subire come un necessario, doloroso specchio. Chiudendoli, resta una certezza che brucia più di tutte: non potremo dire che non sapevamo. Ma, soprattutto, non potremo più permetterci di chiederci semplicemente che cosa sapevamo. La domanda che Markley e McEwan – e prima di loro, da una distanza di millenni, Lucrezio, Seneca e Tacito – ci lasciano in eredità è un’altra: ora che sappiamo, che tipo di lettori, di cittadini, di esseri umani intendiamo essere?
Lucrezio insegnava che l’uomo soffre più per la malattia di non saper usare la ragione che per l’ignoranza stessa. Venti secoli dopo, Markley e McEwan ci consegnano lo stesso verdetto: conosciamo l’atomo, l’atmosfera, il ciclo del carbonio. Ma continuiamo a vivere come se la conoscenza fosse un talismano, non una responsabilità.
