Sulla collina della località il Viottolone, a Scandicci, in provincia di Firenze, si trova Villa Castelpulci che, dal suo affaccio, domina tutta la vallata del fiume Arno fra Scandicci e Lastra a Signa, sede dal 2012 della Scuola Superiore della Magistratura. Risalente al XIII secolo, prima di divenire una villa, fu il castello dei conti Cadolingi, a seguire i proprietari furono i nobili Pulci, che la ampliarono, e dai quali il castello prese il nome, e che la dotarono di una cappella privata intitolata a San Jacopo, oggi chiusa al pubblico in quanto in fase di restauro.

Nel 1321 la villa fu acquistata dal cardinale Napoleone Orsini. I suoi eredi, successivamente, apportarono delle modifiche al corpo principale, alle quali ne seguirono altre nel corso dei secoli, con il succedersi dei nuovi proprietari: dal 1511 al 1590 la famiglia Soderini e, dal 1590 al 1853, la famiglia Riccardi. Con la morte dell’ultimo discendente della famiglia Riccardi, la villa entrò a far parte del demanio pubblico e, l’anno successivo, venne destinata a ‘ricovero per dementi’. I lavori di adeguamento e di trasformazione furono a opera dell’architetto Giuseppe Cappellini. Con la legge istitutiva delle Provincie, nel 1885, il complesso passò a un’Opera Pia sotto il controllo della provincia di Firenze e i nuovi lavori furono su progetto dell’architetto Felice Francolini.
In occasione di una visita guidata all’interno di quella che oggi è la Scuola Superiore della Magistratura, l’architetto Esther Diana ha detto: “Questa villa non è stata un vero e proprio manicomio, bensì un ‘asilo succursale’ dell’Ospedale Psichiatrico Bonifazio, — che si trovava in via San Gallo a Firenze, oggi sede della Questura — attività che venne sancita nel 1853.” Successivamente, nel 1884, fu l’architetto Giacomo Roster a realizzare una lavanderia a vapore, opera di indubbia modernità, sul lato est della villa, recentemente demolita. L’Ospedale Psichiatrico fu chiuso nel 1973 e l’intero complesso abbandonato, nel corso degli anni fu depredato, saccheggiato e per decenni frequentato da emarginati. È sull’anno 1853 che Esther Diana, — curatrice, insieme alla professoressa Cristina De Benedictis, della collana ‘Arte, devozione e scienza. I musei della sanità Toscana’ — pone un accento importante: “Il Bonifazio non era più il manicomio elitario che alla fine del ‘700, primissimi decenni del ‘800, era stato un punto di riferimento per la qualità dell’assistenza che veniva data ai malati mentali importati da tutta Europa. La città si stava evolvendo e quindi un’istituzione sanitaria non poteva e ‘non doveva’, essere troppo vicina al centro abitato. Cominciò ad andare in declino con almeno circa 200 malati in sovrappiù rispetto alla disponibilità dei letti di coloro che necessitavano di essere ospedalizzati. Con lo svilupparsi della terza epidemia del colera il problema si ingigantì. Il 1853, però, fu importante anche per un altro motivo: a Montelupo, una villa medicea, l’Ambrogiana, venne destinata a Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Con questa fondazione trovava soluzione in Toscana quel dibattito che era iniziato vari decenni prima, specie nell’Europa settentrionale, sulla differenza tra pazzo delinquente e delinquente pazzo. Per dirla in poche parole, il reato è prioritario e generato dalla follia o è conseguenza dell’azione criminale che viene a turbare la mente di chi l’ha compiuta? E dunque, questo individuo deve essere ricoverato tra i malati mentali oppure tra i carcerati? Non ci si dilunga su questo, ma certamente da questo dibattito che portarono avanti insigni scienziati medici da Eugenio Tanzi, al Lombroso, ovvero l’intellighenzia di quella branca psichiatrica che si stava affermando sempre più come scienza, parte un incisivo ripensamento su come doveva essere il manicomio, su come doveva essere gestito, su come doveva essere assistito il ricoverato”. É a seguito di questa distinzione che nell’Ospedale di Castelpulci vennero ricoverati i malati tranquilli, non quelli furiosi, ed è forse anche per questo motivo che fu chiamato ‘asilo’, come fosse un convalescenziario.
La villa rimase quasi identica, venne fatto un progetto solamente per i grandi saloni che furono suddivisi per creare delle camere: ‘cellette’ nelle quali potevano stare al massimo due persone. I malati definiti tranquilli potevano essere: gli epilettici, — l’epilessia veniva considerata come momento di distorsione mentale — i depressi e i fatui. A Castelpulci, questi malati vennero destinati a quella terapia già sviluppata da Vincenzo Chiarugi nell’Ospedale Bonifazio, tanto da renderlo famoso in tutta Europa. La malattia mentale venne perciò concepita come un dissesto non solo fisico, ma, soprattutto mentale, in cui la mente necessitava di essere riorganizzata, di essere ri-portata a un controllo. Per fare ciò i fattori considerati principali erano due: la presenza di un direttore forte, una persona di riferimento che potesse aiutare questi malati e, soprattutto, il lavoro. L’innovamento che fu attuato al Bonifazio – antica struttura nata dall’accorpamento dei vari monasteri che esistevano già in via San Gallo – di occupare manualmente i malati nel lavoro nei campi, fu attuata anche a Castelpulci: i malati vennero impegnati in un grandissimo orto, con l’intento di far loro acquisire, attraverso il lavoro, la consapevolezza del beneficio che l’impegno aveva sulla loro salute, tramite il lavoro potevano codificare la loro malattia.

Coloro che potevano assolvere a un lavoro più pesante venivano ‘dati’ alle famiglie contadine della zona, specialmente per i lavori stagionali. “Possiamo dire che questo era anche un pensionario dove i malati vivevano in comunità, — ha detto Esther Diana — e i tipi di malati erano suddivisi in: paganti, pochi, ed erano quelli di prima classe, a seguire quelli di seconda e terza classe. Poi c’erano i mentecatti — mente captus, preso dalla mente — quelli che venivano remunerati dalla provincia. Fra questi, molto probabilmente c’era Dino Campana”.

Riguardo a Dino Campana purtroppo non c’è documentazione, probabilmente entrò sotto falso nome, oppure la sua cartella clinica fu fatta sparire. Notizia certa è che avesse il letto numero 14 e che fra il 1924 e 1925 fu aiuto in cucina, con la mansione di fare le polpette. Da un documento sembra che ci tenesse molto a questo compito, tanto che prima del pasto andava tra i malati a dire: «Ho fatto le polpette! Mangiatele!». Esther Diana ha concluso il suo intervento dicendo: “Sono molteplici i musei nati all’interno di istituzioni sanitarie alcuni esempi: Santa Maria Nuova, Il Ceppo, San Giovanni di Dio, che hanno un patrimonio artistico, architettonico e storico considerevole, ma che per ovvi motivi non potranno mai essere aperti al pubblico, come per esempio Bonifazio, dove adesso c’è la Questura, e così come è per Castelpulci nel quale abbiamo potuto fare una visita guidata organizzata da il Centro Associazioni Culturali Fiorentine. Purtroppo di questa struttura è rimasto poco, al di là delle caratteristiche dell’ambiente e dell’architettura che in parte la si può ricostruire con l’immaginazione. Resta la particolarità della vita assistenziale che si svolgeva all’interno di questo edificio, seppure, anche di questa, non si abbiano tante notizie perché non ci sono molti documenti risalenti al periodo.” Emilio Monciatti, membro del direttivo del Centro Associazioni Culturali Fiorentine, ha aggiunto al termine della visita: “Credo sia interessante sapere che Castelpulci, quando cessò di essere un Ospedale Psichiatrico, coprì svariate esigenze: ospitò i senzatetto del comune di Scandicci, laboratori artigianali e anche, per una parte fino ai primi anni del 2000, qualche migliaio di materiali della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che erano rimasti sott’acqua nell’alluvione del 1966 a Firenze. Informazioni che posso darvi grazie alla dottoressa Antonia Ida Fontana, ex direttrice della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e Presidente del Centro delle Associazioni Culturali Fiorentine. Fra questi c’era anche materiale d’archivio, le copie invendute del Bollettino delle pubblicazioni italiane e i materiali in uso presso gli uffici, quali la Gazzetta Ufficiale, le pubblicazioni amministrative, gli elenchi telefonici. Il materiale fu collocato, grazie a un accordo con la Provincia, in alcuni locali di Castelpulci, allora completamente abbandonata. Purtroppo la villa venne vandalizzata: capitelli e altre decorazioni architettoniche vennero asportate, alcuni emarginati iniziarono a frequentare il luogo e, talora, nel tentativo di scaldarsi o di scaldare la droga, provocarono incendi che, per fortuna, vennero individuati e spenti tempestivamente”.




