quarto capitolo
“Libri che parlano ad altri libri e di altri libri”, diceva Eco. E noi con lui? Se non avete letto “Il Nome della Rosa” e non volete che vi anticipi alcuni sviluppi cruciali dell’intreccio, rovinandovene l’eventuale lettura, vi conviene fermarvi qui (n.d.a.).
Nel romanzo dello scrittore bolognese, il libro proibito e maledetto, mai decifrato da nessuno (come quello la cui traduzione in italiano -in anteprima assoluta- vi attende alla fine di stò calvario), quello di cui l’inflessibile monaco cieco Jorge avvelena le pagine, rendendole verdi di arsenico, perchè chi lo legge possa cadere morto fulminato, altri non è che il secondo libro della “Poetica” di Aristotele, quello che tratta della commedia e del riso. Un libro mai giunto sino a noi, che si reputa scomparso o, addirittura, mai scritto. Un libro che rappresenta la conoscenza proibita, ponendosi quale inevitabile confine tra sapere ed oscurantismo. Un libro che ci parla, giustappunto, di un altro libro.
Dato che il secondo tomo della “Poetica” tratta della commedia, è chiarissimo il rimando ad un’altra, celeberrima, Commedia, quella di Dante Alighieri… Commedia che, prima di diventare meglio nota come la “Divina”, in origine era stata soltanto “Commedia”. L’Alighieri ci si esaltava, con Aristotele, proprio come Baudelaire con l’assenzio: il sommo poeta considerava, infatti, il filosofo greco antico come “il Maestro di coloro che sanno”, e lo stesso poema dantesco possiede una struttura Tolemaico-Aristotelice. E non è affatto un caso che esso sia suddiviso in tre Cantiche, tutte e tre costituite da 33 canti cadauna. 33, capito? 33! Il numero chimico dell’Arsenico, guarda un po’.
In sostanza, il famigerato libro avvelenato che uccide, al centro della trama de “Il Nome della Rosa”, è proprio la Divina Commedia dantesca, sissignore!
“Uh, che razza di casino!”, esclamò Marchetto, esasperato. E non aveva tutti i torti.
Ci si era avventurati in un dedalo fatto di di fate verdi, assenzi verdi, robe chimiche velenose e verdi che, quando non erano usate per ammazzare i ratti o per colorare di verde qualsiasi cosa, venivano spalmate sui libri per renderli a loro volta velenosi e verdi. Si era finiti ad esser sballotati come palline da flipper impazzite lungo i viali parigini punteggiati di baretti bohemien, inseguendo il mito di una gioventù romantica, cupa e ribellistica, dedita all’eccesso e alla poesia;
Ci si era cacciati in assurde e labirintiche biblioteche medioevali, in cerca di un libro del mistero che inizialmente era un testo greco, che poi si è scoperto essere un testo in volgare, per diventare, alfine, un testo in inglese, che è quello che vorrei, umilmente, provare a tradurvi, per quanto io stesso, sull’onda di tutto stò verde, stia diventando, a mia volta, verde di veleno…e di bile. E, nel fare tutto questo, ci si era dimenticati da dove eravamo partiti. Ovverosia, da Napoleone Bonaparte, morto esule a Sant’ Elena, fra le mura verdi di quella che fu la sua ultima residenza in vita. Mura verdi, verdi come fate verdi, verdi come assenzio verde, verdi come arsenico, a sua volta verde. Vuoi vedere che? Ne abbiamo ancora, di carta stampata da analizzare e non è affatto detto che sia solo carta di libro. Se l’unica carta che volete attribuirmi è quella igienica, dopo avermi mandato cordialmente dove ben sapete, mi spiace. Se no, ci becchiamo nel prossimo, smeraldino episodio!
(Continua…..)
