seconda e ultima parte
Il 5 ottobre 1917 Gabriele D’Annunzio vola sulla base natale di Cattaro, a capo di una formazione di quindici biplani, e la bombarda. Ecco che Gabriele d’Annunzio compie una nuova impresa prodigiosa, per la quale gli viene conferita la medaglia d’oro. Un volo su Vienna l’aveva ideato sin dal 1915, ma non aveva mai potuto effettuarlo per impedimenti di vario genere, soprattutto perché i Comandi reputano impossibile un volo di mille chilometri, di cui ottocento su territorio nemico, con apparecchi dotati di scarsa autonomia. La forte convinzione di D’Annunzio all’impresa supera gli ostacoli tecnici. Il 9 agosto 1918, dopo una minuziosa revisione degli apparecchi assegnatigli, otto ricognitori SVA (Savoia – Verduzio – Ansaldo) della squadriglia “La Serenissima” partono alla volta di Vienna, dove cominciano a lanciare non bombe, ma manifestini tricolori, a centinaia di migliaia con invito alla resa.

Componevano l’avventuroso stormo sette SVA monoposti pilotati da Giordano Granzarolo, Gino Allegri, Antonio Locatelli, Pietro Massoni, Aldo Finzi, Giuseppe Sarti e Ludovico Censi e uno SVA a due posti, guidato dal capitano Palli, nel quale si trovava il poeta. Ogni apparecchio portava un carico di venti chilogrammi di carta stampata.

Erano dei manifestini: i cosiddetti “L’arme lunga della gesta inerme”. Iltenente Giuseppe Sarti fu costretto ad atterrare per noie al motore, posandosi sul campo di Weiner Neustadt ed incendiando il velivolo, prima di esser fatto prigioniero da alcuni ufficiali austriaci. I sette aerei superstiti, invece, proseguirono il proprio volo verso la capitale austriaca. La formazione italiana giunse su Vienna in gruppo compatto, mentre nelle strade e piazze sottostanti si stava verificando un grande assembramento di folla, impaurita della presenza degli aeromobili.

Grazie alla limpidezza del cielo, lo stormo poté abbassarsi a una quota inferiore agli 800 metri e lanciare 50.000 copie di un manifestino in italiano preparato da D’Annunzio che recitava:” In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente comincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso, come l’indizio del destino che si volge. Il destino si volge. Si volge verso di noi con una certezza di ferro. E’ passata, per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina. Predominerà sino alla fine. 1 combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno con un’ebbrezza che moltiplica l’impeto; ma se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero, e questo è detto Per coloro che usano combattere dieci contro uno. L’Atlantico è una via che non si chiude ed è una via eroica come dimostrano i novissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco. Sul vento la vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo. Il rombo della giovine ala italiana non somiglia quello del bronzo funebre nel cielo mattutino. Tuttavia la lieta audacia sorprende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o viennesi. Viva l’Italia!”

Furono lanciate anche 350 mila copie di un secondo, più pratico quanto efficace, manifestino scritto da Ugo Ojetti e tradotto in tedesco: “Viennesi! Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre saluti della libertà. Noi non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni. Viennesi! Voi avete fama d’essere intelligenti. Ma perché vi siete messa l’uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo si è volto contro di voi. Volete continuare la guerra? Continuatela. E’ il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandolo. Popolo di Vienna, pensa ai tuoi casi. Svegliati!Viva la libertà!Viva l’Italia! Viva l’Intesa!”.

Oltre a questi due messaggi, i sette velivoli italiani lasciarono cadere sulla capitale austriaca tre grandi manifesti, nei quali erano riaffermate le idealità di guerra dell’Intesa e le sue vedute per la pace, definitiva e durevole, promessa ai nemici qualora si fossero arresi. Forse il miglior commento e valore dell’impresa, fu fatto da un giornale austriaco, l‘Arbeiter Zeitung dedicando un titolo, con due domande senza risposta: “Dove sono i nostri D’Annunzio?”. L’articolo sottolineava “D’Annunzio, che noi ritenevamo un uomo gonfio di presunzione, l’oratore pagato per la propaganda di guerra grande stile, ha dimostrato d’essere un uomo all’altezza del compito e un bravissimo ufficiale aviatore. Il difficile e faticoso volo da lui eseguito, nella sua non più giovane età, dimostra a sufficienza il valore del Poeta italiano che a noi certo non piace dipingere come un commediante. E i nostri D’Annunzio, dove sono? Anche tra noi si contano in gran numero quelli che allo scoppiar della guerra declamarono enfatiche poesie. Però nessuno di loro ha il coraggio di fare l’aviatore!”.

Il volo su Vienna produce un’enorme impressione in Italia e nel mondo e chiude in gloria le imprese militari di Gabriele d’Annunzio nella Prima Guerra Mondiale. Il 3 novembre, le truppe italiane entrano in Trento e in Trieste; il giorno dopo, l’Austria firma l’armistizio. Nell’esultanza del trionfo, il poeta eleva un encomio altissimo al «Re Vittorioso», e poco dopo invia alla «Gazzetta del Popolo» di Torino un telegramma, in cui fra l’altro si legge: «Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano. Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta… Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne…». In seguito trascorse gli ultimi anni di vita sul Lago di Garda, nella villa chiamata il Vittoriale, che riempì di oggetti e opere d’arte. Morì lì nel 1938.
