terzo capitolo
Carta, dicevamo. Anche un libro è fatto di carta. E, se è vero che la carta può ammazzare, anche certi libri possono ammazzare. O indirettamente, tipo l’hitleriano “Mein Kampf”, che ha avuto comunque bisogno, a suo tempo, di un ramificato, organizzatissimo ed efficientissimo apparato di potenze malvage, per poter porre concretamente in essere, nella realtà, le diaboliche fattispecie astratte che descriveva su carta. Oppure, direttamente, nel senso che la semplice lettura di quelle pagine ti può spedire al camposanto in men che non si dica. E in questa seconda categoria, di libri omicidi, ce ne parlava già Umberto Eco, nel suo più famoso romanzo: “Il Nome della Rosa”, ed altrettanto faceva l’omonimo film che, da quel bestseller, è stato successivamente tratto, pur facendolo con molte più libertà. Se non avete mai letto l’uno, nè visto l’altro, e vi disturbano profondamente i famigerati “spoiler”, saltate questo capitolo a piè pari: amici come prima e ci rivediamo nella prossima, emozionante, Bat-puntata – ammesso che non siate già fuggiti a gambe levate, offendendomi con le parole della maleducazione- fin dall’inizio di questa rubrica, o non lo facciate a breve.
Ebbene, il romanzo in oggetto è ambientato in una non meglio precisata abbazia del nord Italia, la cui apparente pace viene infranta da una sequela di fatti di sangue sui quali viene chiamato ad indagare il brillante monaco Guglielmo da Baskerville, accompagnato dal suo fedele novizio, il giovane Adso da Melk, che è anche la voce narrante. I numerosi omicidi, che vedono coinvolti gli inquilini dell’abbazia, sembrano remare in un’unica direzione: avvelenamento, determinato dall’ingestione di una sostanza misteriosa, che si scoprirà, infine, essere stata spalmata in abbondanza, da parte dell’assassino, sulle pagine di un libro proibito, per impedire, a chiunque osi leggerlo, di poterne tramandare l’empio contenuto. Nell’atto di leggere quel libro, le sventurate vittime, inumidendosi le dita con la lingua, per poter meglio sfogliarne le pagine, finivano, del tutto inconsapevolmente, con l’avvelenarsi da sole, per poi, atrocemente, morire. Il libro proibito in questione è custodito in una sala segreta dell’intricata, claustrofobica ed enigmatica Biblioteca-Labirinto, posta all’ultimo piano dell’edificio principale dell’abbazia, e vero e proprio perno narrativo intorno al quale ruota l’intera vicenda.
Nel capitolo precedente abbiamo parlato della sostanza detta “Verde di Parigi”, giusto? Beh…magari, nel medioevo in cui è ambientato “Il Nome della Rosa”, non si sarà chiamata così, ma la robaccia velenosa che contamina le pagine del libro proibito descritto nel romanzo di Eco, non è altro che un antenato di quella stessa sostanza. Ve lo avevo pur detto, che ‘sta roba veniva da lontano, no? Già in tempi recenti, una squadra di esperti danesi ha rinvenuto le copertine di tre antichi libri, custoditi in una biblioteca universitaria locale. Quelle copertine erano state ottenute riciclando pezzi di pergamene risalenti al medioevo, ed erano stranamente ricoperte da uno spesso strato di pigmento verde. Ebbene, le analisi, condotte in seguito in laboratorio, hanno dimostrato che la vernice verde in questione conteneva altissimi livelli di arsenico. E questo era, lo stesso “Verde di Parigi”, di cui dicevamo la volta scorsa. L’ arsenico è una delle sostanze tossiche più pericolose al mondo, capace, se ingerito o lungamente respirato, di provocare un terrificante climax di terribili sintomi: da semplici rush cutanei, a gravi lesioni, disturbi intestinali, nausea, diarrea, fino ad arrivare ai tumori ed alla morte.
Oltre che per uccidere chi osasse accostarsi ad un libro proibito, come fa, per l’appunto, l’assassino del romanzo echiano, l’arsenico era spesso usato, nell’età mezzana, per tenere lontani i roditori dai preziosi tomi delle biblioteche (un utilizzo, quello rodenticida, che abbiamo visto essere quello inizialmente riservato pure al nostro “Verde di Parigi”, nell’ ‘800). Umberto Eco menziona, a propria volta, i topi, quando i protagonisti del suo romanzo visitano l’ossario dell’abbazia e ne vedono diversi saettare rapidi fra i teschi accatastati in loco: “…I topi passano, come noi, perchè l’ossario conduce all’Edificio, e quindi alla cucina… E… Ai buoni libri della biblioteca…”. Ma conviene, dico io, essere un cosiddetto “topo di biblioteca”, se quella biblioteca custodisce libri velenosissimi come questi? Dice ancora Eco:
“…Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all’inverso, è il frutto dolce di una radice amara …. Non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come se si parlassero fra di loro ….”. Quindi, in risposta alla domanda di qualche rigo fa: sì, esser topo di biblioteca conviene, sempre e comunque, anche se la carta dei volumi trasuda veleno. Se non mi fossi fatto, da par mio, topo di biblioteca, col cavolo che avrei scoperto il libro che vi voglio tradurre nella nostra lingua in anteprima nazionale, se non mondiale. Un libro a propria volta proibito, un libro a propria volta velenoso, un libro cui sono giunto, appunto, tramite altri libri, un libro che…col cavolo che siamo già arrivati al gran finale. Vi piacerebbe, eh?
E invece, questo vostro immondo sorcio ha ancora di che intrufolarsi, Volete intrufolarvi con me? E allora, fatevi “tarponi” pure voi e seguitemi nel mio labirinto.
continua…
