secondo capitolo
Moriva, dunque, Napoleone. Moriva perchè, dopo tanti trionfi e glorie personali, aveva pescato, è davvero il caso di dirlo, la propria carta perdente! Moriva su quell’isolotto dell’Atlantico, dalla flora molto povera. Moriva, insomma, in un posto dove, di verde, ce n’era ben poco, a parte nella sua residenza locale, le cui pareti erano verdi.
Che c’entra, il colore dei muri della sua casa a Sant’ Elena? Direte voialtri, e “In che senso pescò una carta perdente?”, vi domanderete ancora. Il verde dei muri c’entra eccome, vi dico io. Quanto alla Carta, non abbiate furia, ci arriviamo!
Fatto sta che il Primo Impero Francese, che si reggeva tutto sulle spalle del Bonaparte, svanì senza colpo ferire, prima con la sua caduta, indi con la sua morte. Un mesetto prima che il celeberrimo generale, fattosi imperatore, rendesse l’anima, in quello stesso 1821 ed in quella stessa Parigi, che del Primo Impero era stata la capitale, nasceva un tipo che di verde ne avrebbe visto e vissuto parecchio. Parlo di un tal Charles Baudelaire, rivoluzionario poeta, futuro esponente del simbolismo, figura chiave della letteratura francese ed universale, mito bohemien e uomo maledetto, se ve n’è stato uno.
Il verde, nella Parigi dell’epoca, era destinato a diventare il colore dominante. Nel giro di pochi anni, infatti, avrebbe preso prepotentemente piede una bevanda alcolica la cui fama e relativo rituale di preparazione avrebbero travalicato decisamente i confini del microcosmo dei beoni, per diventare leggenda artistica e letteraria, a dir poco, immortale.
Si trattava dell’assenzio, il distillato ad alta gradazione al sapore di anice, che, con il suo colore verde brillante e la sua capacità di offrire visioni e ispirazione, si sarebbe meritato l’appellativo suggestivo ed immaginifico di “Fata Verde”. E, sull’onda di piena superalcolica, le 17 del pomeriggio di ogni giorno parigino sarebbero diventate il momento in cui, artisti e scrittori -tra cui Baudelaire stesso, che non avrebbe disdegnato, tuttavia, neppure vino ed oppio come comburenti della propria torbida fantasia- si sarebbero ritrovati nei caffè cittadini per bere assenzio a chilolitri. Quell’appuntamento quotidiano sarebbe divenuto, a propria volta, meglio noto come “l’Ora Verde” della creatività. Ma, oltre caratterizzati dal verde di quella mitica ed ispirante bevanda, quelli erano gli anni in cui le fogne della capitale francese, già all’epoca un reticolato sterminato di cunicoli in cui scorrevano senza sosta vorticosi fiumi di liquame, venivano derattizzate tramite il cosiddetto: “Verde di Parigi”.
Si trattava di una sostanza chimica meglio nota come acetato arsenito di rame, o, se preferite, Cu(C2H3O2)2·3Cu(AsO2)2. Una sostanza che veniva da lontano, essendo il perfezionamento del cosiddetto “Verde di Scheele”, dal nome del chimico svedese che lo preparò e sintetizzò, per la prima volta, nel 1775.
Era un composto cui venivano attribuite oltre 80 diverse denominazioni, tra le quali Verde Smeraldo o Verde di Schweinfurt (dal nome della città tedesca dove i chimici Wilhelm Sattler e Friedrich Ruß lo commercializzarono nel 1814). Il chimico austriaco Ignaz von Mitis, da par suo, produsse lo stesso intruglio a Vienna, sempre nel 1814: questo rende ragione dei nomi verde di Mitis e verde di Vienna, pure assegnati a quel filtro infernale.
Indipendentemente dai suoi molteplici nomi e, quantunque apprezzato ed utilizzato per le proprie virtù rodenticide, il Verde di Parigi (le cui composizione e sintesi vennero rese note da Justus Von Liebig -quello dell’estratto di carne omonimo- nel 1822, un anno dopo la morte del Bonaparte e la nascita del Baudelaire) era anche, senza alcun dubbio, un colore bellissimo.
In men che non si dica, esso cominciò ad esser prodotto su scala industriale e trovò largo impiego anche in oggetti di uso comune, tra i quali colori e pigmenti per pittori preraffaelliti ed impressionisti, sapone, giochi per bambini, vestiti, decorazioni per dolci…ed anche per qualcos’altro di molto interessante ai fini di questa nostra storia.
Ma se vi ho detto che quella roba veniva da lontano, beh, non immaginate da quanto lontano, e non lo immaginavo manco io. E’ la carta, nuovamente, a dircelo. La carta di un libro. Un libro che parla di libri che parlano di altri libri, e di uno in particolare, che forse è anche un altro. Forse si tratta del libro di cui vi ho promesso la traduzione in anteprima nazionale? Vi piacerebbe…e invece non ci siamo ancora. Dobbiamo continuare il nostro viaggio in paesi che non vi aspettate, irreali e reali. Per potervi circolare liberamente, sarà meglio munirsi di idoneo certificato di assicurazione internazionale ed interdimensionale, generalmente noto come…”Carta Verde”!
Continua…
